sábado, 19 de septiembre de 2015

Nome in codice: Fritz - Puntata 7



Romanzo a puntate di Fabio Viganò

Leggi dalla prima puntata



Bruno Guidi, l’uomo che la Resistenza era riuscita a infiltrare negli alti ranghi del Partito Nazionale Fascista, apparteneva alle “Brigate Mazzini”. Nel 1927 i Repubblicani, con l’ascesa della tirannia fascista, avevano trasferito la loro sede politica nella Ville Lumière: erano dovuti riparare in Francia. Lì era loro stato possibile proseguire la militanza e l’attività politica.

Dopo il patto di non belligeranza firmato da Molotov e Von Ribbentropp, Hitler aveva però carta bianca sull’Europa. Il quattordici giugno del 1940, Parigi capitolò. I repubblicani dovettero subito, ancora una volta, darsi alla clandestinità e alla fuga. La polizia del Reich li cercava. Dovevano essere catturati a ogni costo.

Uno di loro, leader storico, riuscì a raggiungere gli Stati Uniti d’America. Si chiamava Pacciardi. L’altro capo storico del Partito Repubblicano, Facchinetti, venne invece arrestato a Marsiglia e da lì portato al carcere di Regina Coeli, dove subì prove indicibili, interrogatori inenarrabili e cruenti.

Bruno era giunto nella capitale francese nell’ottobre del 1942. Era stato destinato da Roma alla sede dell’Abwehr in qualità di comandante distaccato dell’OVRA, ovvero il controspionaggio fascista con compiti di repressione politica. Nel 1942, Federico Comandini, Ugo La Malfa,Oronzo Reale, Giulio Andrea Belloni nonché Giovanni Conti, clandestinamente, in quel di Roma,avevano rifondato il Partito d’Azione,  sullo slancio emotivo di quello fondato in periodo risorgimentale, nel 1853, da Giuseppe Mazzini. Quindi vennero create le “Brigate Mazzini”.

Infiltrarsi per Bruno non era stato facile, Il PNF controllava tutto e tutti ma,  soprattutto,  dubitava di tutto e di tutti. Era riuscito a far breccia a Milano e da lì era riuscito a ritornare a Parigi con un incarico speciale e, cosa più importante, pur non avendo avuto lutti in famiglia, tutto vestito di nero. L’aveva pure detto al suo comandante. Questi però aveva ribattuto seccamente che si trattava di un ordine e gli ordini in tempo di guerra non vanno discussi. Si eseguono.
“Guardi che ho capito…”,aveva risposto mestamente con la morte nel cuore. Sembrava Garibaldi a Teano. “Obbedisco!”,aveva concluso.
Una volta entrato nel partito,vista la prestanza fisica nonché l’acume, venne destinato - non senza aiuti da parte di altri compagni infiltrati della Resistenza - al ruolo di  commissario politico. Avrebbe dovuto scovare i nemici del fascismo e arrestarli. Non importava con quali pretesti. 
“Guidi, li accusi di spionaggio in favore del nemico, di tradimento della Patria, di sovversione e banda armata. Poi ci penserà il plotone d’esecuzione”, aveva suggerito il suo comandante.
L'obiettivo era eliminare per sempre gli oppositori del regime. Prima ,però, avrebbero dovuto agognare di morire. Li attendevano sevizie atroci. A questi compiti erano stati preposti veri sadici, gente che provava immenso piacere nel veder soffrire un proprio simile: agli uomini di Guidi era affiancata una sezione speciale della Gestapo.
Bruno però fino a quel momento, divenuto commissario, era riuscito a eludere attività di rastrellamento,di tortura e anche “soluzioni finali”. Era un uomo che aveva studiato. Usava il metodo che veniva utilizzato dai milanesi insorti contro gli austriaci, sulle barricate.
Bruno Guidi,osservò gli uomini della Gestapo esclamando: "Semper tudesc!" Lo sguardo inquisitore del subalterno lo obbligò ad aggiungere: “Camerata,il fascismo insegna la disciplina e l’ordine. Non dubita del fedele alleato,sia esso tedesco che nipponico, ma…” aveva concluso sorridendo "Questi, sono proprio, direi… limitati!”
Con il calare delle tenebre Bruno tornava a essere quello di sempre: un uomo che si batteva per la  libertà. La Resistenza gli metteva a disposizione i figli dei partigiani, proprio come avevano fatto durante le Cinque Giornate di Milano i Martinitt. Loro compito, importantissimo, era mettere per tempo sull'avviso i compagni che gli uomini delle Totenkopf sarebbero andati a catturare. Lavorando in Questura, Bruno aveva in mano tutti i nominativi dei “criminali”.Era la stessa Gestapo a fornirli. Lui non poteva tradire la sua gente. Erano esseri umani.
Bruno sapeva di giocarsi la pelle. Ma di rado i tedeschi riuscivano nell’impresa di catturare i membri della Resistenza, dove comandava il commissario Bruno Guidi. Non trovavano nessuno.
Ich verstehe nicht! Wir können Sie nie festnehmen! Sie sind nicht in der Lage, oder ein Verräter!” gridò il comandante della Gestapo al giovane ufficiale incaricato di catturare i sovversivi.
Nell’ufficio di Guidi, inutile dirlo, regnava il silenzio più assoluto. “Sono fatti loro! Nessuno di voi si impicci. È un ordine!”, disse lui ai suoi uomini.
Nell’altra stanza il tenentino ribatté con la voce rotta dalla rabbia e dalle lacrime: “Nein, nein,  Herr Kommandant! Ich bin kein Verräter. Ich liebe Deutschland!
Ich glaube Ihnen nicht, Herr Leutnant”, disse placidamente il comandante,  accendendosi una sigaretta.
Ich würde mein Leben für das Reich geben”, gli rispose il giovane ufficiale.
Guidi abbandonò le scartoffie e stette col fiato sospeso,come se attendesse qualcosa di tremendo ma inevitabile che sarebbe accaduto da lì a poco.
Ich beweise es Ihnen, Herr Leutnant!”, ringhiò a denti stretti il nazista della Gestapo.
Ja…Ja…Herr Kommandant!” esclamò il tenente nell’estrarre la Luger d’ordinanza e puntandosela alla tempia. Con le lacrime agli occhi urlò con tutto il fiato di cui disponeva: “Es lebe Deutschland!”. Quindi premette il grilletto.
Il colpo di pistola risuonò secco con lo stesso rumore di una violenta scudisciata. Poi il silenzio venne rotto soltanto dal tonfo del cadavere.
Bruno abbassò il capo. Lo scosse più volte .I folti capelli volarono nell’aria quando si alzò di scatto e chiamò gli agenti del commissariato.
Nell’altra stanza risuonavano ora soltanto ordini urlati con arroganza. Ordini eseguiti con terrore. “Bringen Sie ihn sofort weg”, grugniva il comandante,  proprio mente la polizia italiana stava facendo irruzione.
Il commissario era una furia. Il nazista si ritrovò la canna della Beretta a pochi centimetri dal cranio, con Bruno Guidi che l’ammanettava con l’accusa di istigazione a suicidio e abuso di potere.
“Mio Dio, come siamo caduti in basso. È proprio vero, signor commissario: non c’è come l’essere umano per fare del male ai suoi simili”, esclamò un agente nel vedere il corpo del tenente in una pozza di sangue.
“Devo ricordarle chi sia, sporco… italiener?” bofonchiò il nazista con aria da sufficienza.
Guidi non ci pensò due volte. “Lo so chi è lei. Un delinquente!” esclamò ordinando subito dopo: “Portatelo via. Toglietemelo dalla vista prima che ci ripensi."
Quindi stese il rapporto e lo fece controfirmare da tutti i soldati tedeschi garantendo loro giustizia.



Fritz, lontano, era stato pestato a dovere. Pestato ma… per il suo bene, aveva detto il tenente di vascello della Royal Navy,  ora suo comandante. Con la faccia tumefatta venne riportato verso le sei di sera al “The Fox”. D'ora in poi Zig-zag, era questo ora il suo nome in codice, avrebbe avuto Maggie come contatto.
Si bevve un’altra birra.
“Ancora?”,chiese Maggie sarcastica
“Cosa vuoi,  Maggie! Bevo per dimenticare… Ma scusa. Ora ho un appuntamento cui non posso mancare”, le disse sottovoce.
Ruth lo stava aspettando.
Fritz inforcò la bicicletta posta fuori del pub e pedalò in direzione dell’abitazione della signorina Hamilton.



Franz continuava a studiare le mappe di Londra. Aveva scartato la rete fognaria. Per un commando sarebbe stato troppo impegnativo risalire il Tamigi e da lì guadagnare le fogne. Di sicuro, si era detto, avrebbero dato nell’occhio.
Ma non tutto era perduto. Perché non utilizzare la metropolitana? Si sarebbe potuti tranquillamente arrivare in qualsiasi località della capitale e attaccare. Sarebbe bastato mescolarsi tra la folla.
Franz ne era certo. Continuava a controllare la mappa della metropolitana e più la studiava, più l’idea gli appariva brillante.
In fondo le cose semplici sono le più geniali.




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