sábado, 24 de octubre de 2015

Nome in codice: Fritz - Puntata 9



Romanzo a puntate di Fabio Viganò

21 dicembre 1942. Era il solstizio d’inverno. Dopo aver dormito un buon sonno, si sa, si insinua meglio. A tavola Zig-Zag avrebbe dato origine al tarlo del sospetto nella mente di Ruth Hamilton, portando quindi all’eliminazione dell'infiltrato. “Chi lavora con noi, Herr Major ?” domandò.
“Si chiama Franz. È un nostro infiltrato all’interno del SOE”, rispose lei guardandolo fisso negli occhi.
“Grado di affidabilità? Parigi mi ha detto…”
“Parigi,Parigi! Fanno tutto facile loro!” esclamò lei seccata,  alzandosi in piedi.”Parigi - e non voglio discutere gli ordini - non immagina nemmeno cosa significhi lavorare dietro le linee nemiche. Riguardo a Franz,  non escludo si sia venduto ai nemici del Reich. Valuteremo domani … In tal caso provvederemo”, disse il maggiore con tono deciso. “Immagino che oggi lei comincerà a studiare i punti deboli della fabbrica dei Mosquito, Herr Fritz”, domandò,  poco prima di sorseggiare del tè.
Sicher,  Herr Major. Farò anche un salto al pub per sondare il terreno.”
Ja, ja Herr Fritz. Ich weiss nicht; ich akzeptiere es nicht, aber das ist gut. Schönen Tag noch Herr Fritz”, concluse lei nell’uscire di casa .
Il dubbio era stato insinuato! Dalle informazioni che inavvertitamente il maggiore gli aveva fornito, pareva chiaro che lei stessa nutrisse sospetti riguardo la fedeltà dell’infiltrato al SOE.


Intanto Franz aveva approntato il piano. I servizi segreti nazisti avrebbero contattato il comandante in capo dei nazifascisti britannici, fondatore delle Britisches Freikorps. I loro militanti avrebbero fatto il lavoro sporco, disseminando Londra di bombe. Chi avrebbe mai potuto sospettare di onesti cittadini britannici?
Per Franz,il piano era perfetto. Si sarebbero potuti persino raggiungere i monumenti principali e, con una certa fortuna, entrare nel cuore della capitale e del Regno Unito: Westminster. La metropolitana risultava essere un’ ottima soluzione. Li avrebbe persino portati nel Kent, dove erano situate importanti basi aeree della RAF.



Se Franz aveva di che rallegrarsi, il commissario Bruno Guidi,  a Parigi, aveva una bella gatta da pelare.
Nelle campagne fuori città era stato catturato un pilota americano, il capitano John Hopkins. Il suo caccia, stranamente uno Spitfire della Royal Air Force, era stato abbattuto di notte dalla contraerea nazista. Nonostante avesse tentato la fuga era stato catturato e condotto nella sede dell’Abwehr. Era ferito al capo e aveva una frattura all’avambraccio sinistro. Conosceva solo l'inglese.
Il commissario Bruno Guidi lo parlava. Hopkins venne interrogato da lui. Ma il capitano non apriva bocca. Sembrava un osso duro. Nome,cognome,numero di matricola, grado e corpo di appartenenza erano le uniche cose che Guidi riuscì a fargli dire,  finché non gli fece una rivelazione.
My name is Bruno Guidi, italian policeman, but I am also a  member of Mazzini Brigade… I'am send you in a hospital, where a doctor will treat you. But now, I need some information that I can give to the nazi”, concluse pacatamente Guidi.
L'ufficiale pilota lo guardò. Era chiaro che si stava domandando se potesse fidarsi di un uomo dell'OVRA o se quella fosse una trappola dei tedeschi per indurlo a parlare. “Well,  mister Guidi. You can tell'em I was back from a mission on Paris”, rispose.
I guess it should be enough, for the moment. Now, you’re going to the hospital. The name of the doctor is Akemi Nakamura. She is a woman… a Japanese woman”, precisò Guidi.
Oh my God… Japanese? Really? Are you kiddin', mister Guidi?” ribatté l’americano.
Absolutely not”, sentenziò Guidi congedandolo.


Akemi Nakamura era una dottoressa giapponese laureatasi a Harvard nel 1939, Rientrata in patria, allo scoppio della guerra con gli Stati Uniti aveva abbandonato clandestinamente il Giappone. Raggiunta la Francia, era entrata in contatto con la resistenza francese e italiana, nella figura di Bruno Guidi.
Se come chirurgo era capace, come donna era affascinante. Non era alta. Non si truccava. Aveva un visino sorridente che ammaliava. La sua carnagione era talmente bianca da conferirle purezza. Il colore della sua pelle era paragonabile soltanto al candore della neve. Le donava un certo alone di nobiltà d’animo che traspariva da ogni sua movenza a dir poco aggraziata. Un nonsoché di virgineo traspariva dagli occhi neri, innocenti, in cui era facile perdersi. Le sue labbra - rosee e invitanti - sembravano fatte solo per un fine: baciare. I capelli a caschetto le nascondevano in parte gli occhi a mandorla. La dottoressa Akemi Nakamura, senza nemmeno immaginarlo, era una donna seducente.
Ma quella era l’ultima cosa cui potesse pensare in quel momento. Aveva in mente solo i suoi pazienti. Seria ma sempre sorridente, infondeva fiducia anche a chi lei sapeva ormai destinato al riposo eterno. Sempre pronta a dispensare parole di conforto, Akemi Nakamura credeva in ciò che faceva.
Ma si sa: lo spirito può essere forte, mentre la carne, anche se ferita, è pur sempre debole. Così capitava che alcuni soldati  affidati alle sue cure ci facessero un pensierino.  E se la “mangiassero con gli occhi.
Mentre percorreva uno dei corridoi dell’ospedale, lanciò uno sguardo fuori dalla finestra. Sorrise,  ripensando ai suoi cari lontani. Come erano lontane Tokyo e Parigi! E suo fratello…chissà dov’era in quel momento. Era stato richiamato nella Marina Imperiale. Era dovuto partire. 
“Come deve essere freddo l’inverno per coloro che non hanno ricordi caldi!” esclamò mestamente nel silenzio del corridoio dell’ospedale. Quindi si incamminò verso il Pronto Soccorso dove l’attendeva Guidi con due agenti dell’OVRA e un uomo della Gestapo.
Con loro c’era un pilota americano, ferito. La sua divisa era strappata e sporca di sangue. Il berretto aveva la visiera rivolta verso l’alto; sotto si intravedeva un ciuffo di capelli castani. Una Lucky accesa faceva capolino all’angolo della bocca. Appena vide la dottoressa Akemi Nakamura, il capitano John Hopkins trasalì. Rimase a bocca aperta facendo cadere inavvertitamente la sigaretta,  che venne schiacciata e spenta dalla suola della scarpa del medico.
"Non si può fumare qui ,capitano",disse lei nell'aprire la finestra per far uscire l'odore di tabacco che aleggiava nella stanza.
No? Why?”, rispose lui.
Akemi sorrise e sussurrò: "It’s not good for your health, captain“, concluse la dottoressa. Quindi, rivoltasi a Guidi domandò cosa fosse successo.
“Eh, dottoressa, cosa vuole sia successo! Siamo in guerra e questo qui”,indicando il pilota americano, "è stato abbattuto dalla contraerea dei camerati germanici. Poi… il medico è lei. Non posso violare la Convenzione di Ginevra!” esclamò Guidi.
Il tedesco, interdetto, cercava di capire almeno, con le poche conoscenze a sua disposizione, cosa si fossero detti in italiano il commissario e la dottoressa Nakamura. Il medico se ne accorse e gli sorrise, procurandogli imbarazzo e confusione.
Dopo le visite di rito, il pilota fu portato a effettuare le radiografie all’avambraccio, che evidenziarono una frattura scomposta. Inoltre il trauma aveva provocato una torsione dell’osso fratturato, il radio.
“La devo operare capitano”, disse Akemi dopo aver analizzato le radiografie,  dimenticandosi di parlare inglese. “Infermiere,gli prenda una vena, prego! Entro sera deve essere pronto per la sala operatoria”, ordinò.


Hopkins entrò in sala operatoria verso le sei di sera. Ne uscì alle undici. La dottoressa Nakamura, toltasi la mascherina e i guanti sterili sporchi di sangue, comunicò sorridente a Guidi che l’intervento era riuscito perfettamente. Era felice. Lo si capiva dai suoi occhi, lucenti più che mai.
“Akemi…” sussurrò Guidi.
“Sì, dimmi Bruno”, rispose lei
“Akemi…Lui deve sparire!”, concluse il commissario.
“Come sparire? Non se ne parla nemmeno”,rispose la dottoressa bruscamente.
“Akemi, tu lo hai curato,  ma nelle mani della Gestapo è un uomo morto”, ribatté Guidi. “Appena sarà guarito, dovrà essere nascosto in un posto sicuro. Capisci?”
Gli occhi di Akemi divennero tristi e lucidi.
Bruno si guardò  intorno, poi l’abbracciò.
“Non ce la faccio più a sopportare tutti questi orrori”,disse lei singhiozzando sulla spalla dell'uomo.
“Dobbiamo combattere,  Akemi, Dobbiamo batterci contro questa ferocia”, sussurrò Guidi.
“Si, scusa… Un momento di debolezza. Lo nasconderò nella mia casa di Montmartre”,disse lei, nell’asciugarsi le lacrime.Poi soggiunse con tono greve: “Non importa quanto possa durare una tempesta. Il sole splende sempre tra le nuvole.”


Hatfield, ore sedici e trenta. All’interno del pub “The Fox”, Fritz stava giocando l’ennesima partita a scacchi con David. Di tanto in tanto gettava un’occhiata furtiva a Maggie. Era una donna decisa, al pari del maggiore, e, come il maggiore, una gran bella donna.
“Scacco!”
“Ma non è matto…" obiettò David.
“Lo sarà tra una mossa, Dave.”
“Maggie! Mi sta per dare anche oggi scacco matto!” esclamò l'avversario, allargando le braccia. Maggie strizzò l’occhio a Fritz e scomparve da dietro il bancone, guadagnando le scale della cantina. Era il loro luogo covenuto. l'agente doppio fece l'ultima mozza, diede scacco matto e finì di tracannare la pinta di birra prima di raggiungere la donna di sotto. 
“Mi dica tutto,  Zig-Zag.”
“Sappiamo il nome del tedesco nel SOE... il nome vero: si chiama Franz. Non dev'essere qui da molto. Scartabellate tra gli ultimi arrivati, sono sicuro che lo troverete. Ma non dovete agire. Deve essere il maggiore a eliminarlo, sennò addio copertura. Ho cominciato a insinuare dubbi sull'affidabilità di Franz e ho constato che lei stessa non è troppo sicura di lui”, concluse Fritz.
“Londra ne verrà messa a conoscenza.Avviserò anche una persona fidata all’interno del SOE. Non si preoccupi. Ottimo lavoro."
“Grazie,  Maggie”
“Non mi chiamo Maggie. Il mio vero nome è Agnes e faccio parte della Resistenza norvegese. Sorpreso?”
“Stupito direi. Ma…”, tentò di dire Fritz
Lei lo baciò a tradimento sulla bocca,  con tutta la passione in suo possesso. Fritz si irrigidì dapprima poi contraccambiò il bacio.
“Stai attento con la crucca. Sarebbe capace di avvelenarti al minimo sospetto”, sussurrò lei.
“Puoi starne certa! Ci tengo alla mia pelle... Agnes.”
“Continua a chiamarmi Maggie, tesoro. Domani forse potrò fornirti informazioni riguardo la fabbrica Havilland. Ora vai!”, disse lei triste. Sapeva che Zig-Zag si stava giocando la vita. Dopo un ultimo bacio, tornarono di sopra. 
“Tutto bene?”, domandò David, quando Fritz si sedette di nuovo al tavolo.
“Certo! Tutto bene. Ho sete…Maledizione, Maggie, portaci due pinte di birra!”
Ora la chiave di tutto era il maggiore. Se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, l'agente doppio confidava nella sorte: Ruth Hamilton doveva uccidere Franz.
Fritz alias Zig-Zag era molto audace. Sarebbe stato altrettanto fortunato?

Continua...

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