viernes, 2 de octubre de 2015

Sickrose: Vento rosso

Rosa "Sickrose" Kerr ("Loki" in una foto di A. C. Cappi)


Un racconto di Andrea Carlo Cappi

Nel 2004, in un romanzo della serie Nightshade (che firmo perlopiù con lo pseudonimo François Torrent) intitolato Obiettivo Sickrose (ripubblicato in volume da Edizioni Cento Autori), compariva un personaggio destinato a diventare una presenza costante e a ritagliarsi spesso il ruolo di co-protagonista: Rosa Kerr, alias "Sickrose", killer professionista boliviana di origini irlandesi. Nell'estate 2012, per l'antologia Venti noir a cura di Cristina Marra, ho scritto questo racconto in cui Rosa è in azione da sola, una storia che si colloca nella cronologia circa un anno prima della sua apparizione nel romanzo Nightshade: Progetto Firebird. Di recente Sickrose è riapparsa nel romanzo breve Triello (nell'antologia Noi siamo Legione, ora disponibile solo in ebook) e nel romanzo Agente Nightshade: Bersaglio ISIS, in edicola da Segretissimo Mondadori fino alla fine di ottobre 2015 e disponibile in ebook.


Che quella storia sarebbe finita male era chiaro fin dal principio. In caso contrario, Nadal non si sarebbe rivolto a lei.
Nessuno la chiamava quando le cose andavano bene.
Rosa imboccò la strada sterrata che portava a Las Hormigas, il posto di Albert e Miriam, sollevando una nube di polvere. Il cd singhiozzò su Whiskey on the Route 666, infastidito dai sobbalzi dell'auto sul terreno irregolare. Lei lo espulse, prima di rovinare il lettore o, soprattutto, il disco.
La macchina era in prestito. Rosa ne aveva richiesta una «pulita», meglio se con l'aria condizionata. Nadal si era visto costretto a lasciarle la sua BMW. E che fosse la sua si vedeva dai cd infilati nelle tasche delle portiere – a occhio, il peggio della musica anni Ottanta – oltre che dal posacenere traboccante. Rosa aveva preferito portarsi la propria musica da ascoltare durante il viaggio da Barcellona fino a La Jonquera, poco lontano dal confine francese.
Passò davanti all'entrata e raggiunse il parcheggio, uno spiazzo desertico su un lato della pensione occupato solo da altre due auto, una Seat Ibiza e un'Alfa Romeo fine anni Settanta: un'Alfetta giallo chiaro, quasi un pezzo da museo. Dalla costruzione sporgeva una sporca tettoia ondulata, che riparava dal sole scatoloni, bombole e un armadio arrugginito. Accanto c'erano la finestra della cucina, un'uscita di servizio e un paio di bidoni dei rifiuti.
Rosa orientò la BMW verso la strada da cui era venuta, fece marcia indietro e si fermò vicino alla porta di servizio. La manovra aveva sollevato una coltre di polvere che avviluppò la macchina per qualche secondo, prima di essere dispersa dal vento. Lei infilò il mozzicone della sua sigaretta in cima agli altri, ripromettendosi di vuotare il posacenere prima di ripartire. Ripose il cd dei Rain nella custodia e lo infilò in una tasca della borsa. Si chinò, per non farsi vedere mentre indossava sopra la canottiera un fodero con le cinghie che si intrecciavano sulla schiena e un manico di legno che sporgeva da sotto l'ascella. Indossò una giacca di pelle, facendo sparire l'arma. Inspirò a fondo, spense il motore e, con esso, l'aria condizionata. Mise la borsa a tracolla e aprì la portiera.
Fuori dovevano esserci almeno cinquanta gradi e il vento secco scottava la pelle. La vegetazione intorno, bruciata dal sole di un'estate particolarmente impietosa, era di un verde stinto screziato di giallo. Rosa si domandò a chi potesse venire voglia di andare in vacanza al Las Hormigas: la natura non aveva un aspetto molto invitante e l'hostal pareva piuttosto male in arnese. Uno scenario da western crepuscolare.
L'uomo che apparve sulla porta d'ingresso, richiamato dall'arrivo della BMW, corrispondeva alla descrizione che Nadal le aveva dato di Albert: un francese alto, ingrigito e imbolsito, che verso la fine degli anni Ottanta era considerato un bel giovanotto sulla Costa Azzurra, ma non era mai riuscito ad agganciare la ricca ereditiera dei suoi sogni; dopo qualche anno aveva sposato Miriam, una receptionist dell'albergo in cui lavorava come barista. Un po' per volta i due si erano spostati verso ovest, passando il confine. Avevano rilevato l'Hostal Las Hormigas da una coppia di inglesi, appassionati di Salvador Dalí a giudicare dai poster scoloriti nell'ingresso. Per qualche tempo Albert e Miriam avevano campato ospitando gente che trafficava su entrambi i lati del confine. Ma anche quei tempi stavano tramontando.
-Hola. ¿Quiere una habitación?- fece Albert, speranzoso. Non aveva perso l'accento francese. Poi aggiunse: -A room?
Lei sorrise e scosse il capo. Con i capelli rosso fuoco e l'incarnato pallido, Rosa non sembrava né spagnola né tantomeno latinoamericana, pur essendo nata in Bolivia. I cromosomi dominanti erano quelli dei suoi antenati emigrati dall'Irlanda. Nella borsa aveva un passaporto falso che la qualificava come Mary Stirling, scozzese: l'identità che usava da quando si era ritirata dal vecchio mestiere. Quasi ritirata, dato che ogni tanto qualche lavoretto lo faceva ancora.
-Devo solo chiedere un paio di cose- rispose lei, in francese, con aria innocente. Una delle sue armi più pericolose era la capacità di passare per una ragazza poco più che teenager, un po' sprovveduta, capitata ovunque quasi per caso o per errore. Un atteggiamento che portava gli interlocutori a sottovalutarla, fino a quando non era troppo tardi.
Albert la guardò perplesso e la invitò a entrare nel piccolo ufficio dietro il banco della reception. Un vecchio computer ingombrante e il calendario del 2012 erano gli elementi più moderni; il resto dava l'impressione di essere rimasto immutato dagli anni Settanta. Sul piano della scrivania, davanti alla sedia su cui Rosa fu invitata ad accomodarsi, c'era un posacenere con qualche mozzicone. Ciò le diede il pretesto per aprire la borsa, prendere una sigaretta e riporre il pacchetto senza richiudere la cerniera lampo.
Il tempo di accendere la sigaretta con un accendino di plastica verde, lasciando Albert sulle spine, poi Rosa disse: «Vengo da parte di Nadal».
L'uomo fece un sorriso imbarazzato e occhieggiò la porta. «Ah, Nadal. Come sta?»
Rosa seguì lo sguardo dell'uomo e sbirciò alla propria sinistra. Scorse una donna dai capelli scuri e ricci, sui quarantacinque anni, appoggiata allo stipite. Non poteva essere che Miriam. La moglie di Albert sparì subito dal suo campo visivo.
«Sta bene», disse Rosa. «Non immagini perché sono qui?»
«Oh, ecco...» cominciò Albert, senza completare la frase. Aveva paura. Prese una bottiglia di Jack Daniel's e riempì un bicchierino abbandonato sula scrivania, senza offrirne all'ospite.
«Sono venuta a prendere una valigia che ti è stata consegnata due giorni fa e che avresti già dovuto portare a Barcellona.»
Albert trangugiò il whiskey. «Io... non ho avuto tempo.»
«Non mi sembra che tu abbia troppi clienti. Dal tabellone della reception manca solo una chiave.» Rosa si alzò e si sedette sul bordo della scrivania. Dalla nuova posizione poteva tenere d'occhio la porta.
«Manutenzione. Questo posto cade a pezzi», si lamentò Albert. «Gli affari vanno male e non guadagno molto a fare da buca delle lettere a Nadal. Devo tenere in piedi tutto da solo.»
«Nadal se ne rende conto. Gli è venuto il sospetto che tu abbia aperto la valigia e ti sia venuta la tentazione di tenerti quello che c'è dentro. Una tentazione comprensibile. Ma dice che, in virtù della vostra vecchia amicizia, per questa volta ha intenzione di lasciar correre. A patto che tu mi consegni la valigia.»
«Io non volevo...» Albert occhieggiò di nuovo la porta.
Rosa fece in tempo a vedere Miriam e la canna del Mossberg 500 puntata su di lei. Si tuffò ai piedi della scrivania prima della detonazione, sfilò dalla borsa la Glock silenziata e, tenendosi quanto possibile al riparo, aprì il fuoco verso la porta. Aveva ancora nelle orecchie l'eco assordante del fucile di Miriam quando si rialzò: la donna era corsa via e i proiettili della pistola di Rosa avevano soltanto scalfito lo stipite.
Albert, invece, non aveva più metà della faccia. Miriam avrebbe dovuto imparare a prendere la mira, prima di mettersi a giocare con un fucile a pompa.
Rosa si affacciò cautamente alla porta dell'ufficio. Nell'atrio non c'era anima viva. Qualcuno però stava scendendo le scale dal piano superiore: doveva essere l'unico cliente della pensione che scendeva a curiosare. Meglio non farsi vedere, o ci sarebbe stato un testimone da sopprimere. Rosa si mise a correre nella direzione che presumeva avesse preso Miriam, la cucina, da cui si poteva uscire direttamente nel parcheggio.
Un paio di pentole ribollivano sopra i fornelli alimentati a butano. La porta di servizio era aperta. Da fuori provenivano rumori metallici: l'armadio sotto la tettoia nel parcheggio, pensò Rosa. Si chinò sotto la finestra aperta e guardò fuori. Avvolta in una nube di polvere sollevata dal vento, Miriam correva verso una delle auto, l'Alfetta giallo chiaro. Teneva il Mossberg nella destra e una valigia nella sinistra.
D'un tratto la donna si voltò, lasciò cadere la valigia e imbracciò il fucile: caricò, sparò verso la finestra, ricaricò e fece partire un altro colpo. I proiettili entrarono nella cucina: uno si piantò nella parete, un altro abbatté una delle pentole, lasciando serpeggiare libera la fiamma del fornello.
Seduta sul pavimento con la schiena appoggiata a un frigorifero, Rosa si chiese quanti colpi avesse in totale la sua avversaria. Un caricatore del Mossberg 500 di norma ne aveva cinque, ma poteva anche arrivare a sette od otto a seconda delle varianti. Miriam non aveva caricato quando aveva sparato nell'ufficio, quindi poteva avere un proiettile in più nella camera. Un massimo di nove colpi e ne aveva sparati solo tre.
Rosa tolse il silenziatore alla Glock, con il baccano del Mossberg ormai era inutile. Tornò ad affacciarsi alla finestra, offrendo il minimo profilo possibile.
La donna stava salendo in macchina.
Rosa mirò a una gomma e riuscì a centrarla prima che l'auto si mettesse in movimento, ma non la fermò. Mentre l'Alfetta faceva una rapida manovra, sollevando un'altra nube di polvere, nel parcheggio comparve il cliente della pensione, un ometto basso e corpulento con i capelli e un paio di baffoni bianchi. «Pero... ¿que coño está pasando?»
Quello voleva proprio farsi ammazzare.
L'Alfetta rallentò, si aprì il finestrino dal lato del passeggero e spuntò la canna del Mossberg. Stavolta non era puntata verso la finestra, ma più in là, in direzione della tettoia, verso il basso.
In un attimo Rosa ripensò allo scenario del parcheggio come lo aveva visto quando era arrivata. La tettoia. L'armadio arrugginito. Le bombole.
Bombole arancioni. Come quelle che alimentavano i fornelli accesi.
Butano, altamente infiammabile.
Si mise a correre più veloce che poteva verso la reception, prima dello sparo, prima del ruggito del motore, dell'esplosione e della vampata. L'ultima cosa che mise a fuoco prima di perdere i sensi furono le formiche su un poster di Dalí.

C'era un rumore di fondo e non era solo il sibilo nelle sue orecchie. Riaprì gli occhi e prese coscienza di dove si trovasse. Il pavimento della reception dell'Hostal Las Hormigas. Intorno a lei c'era una luce strana, come un tramonto dai colori falsati. Rosa raccolse la pistola e si rialzò, guardando dietro di sé. Il piano di sopra era parzialmente franato e restava in piedi solo metà della scala. Tra le macerie, dove prima c'era la cucina, si vedeva bruciare qualcosa.
Faceva un caldo infernale.
Rosa aprì il portone dell'hostal e capì da dove venissero quella luce aliena e il rombo sommesso che continuava a sentire.
Il mondo stava andando a fuoco. L'incendio scatenato dall'esplosione e spinto verso sud dal vento secco – la tramuntana che scendeva dai Pirenei – si stava propagando a tutta la foresta. Il cielo aveva assunto un colore arancione carico, sporcato da nuvole di fumo grigio scuro.
Il vialetto di accesso si era trasformato in un tunnel di fiamme con uno stretto passaggio in mezzo. Era l'unica via di fuga dall'Hostal Las Hormigas, ma cercare di percorrerlo voleva dire arrostire vivi.
Forse, a bordo di un'auto...
Rosa mise la pistola nella borsa a tracolla, uscì e costeggiò l'hostal. La BMW di Nadal era un falò in fondo al parcheggio, troppo vicina all'esplosione per salvarsi. Tutt'intorno la vegetazione aveva preso fuoco, ma al centro dello spiazzo, così deserto che non c'era nulla da bruciare, erano rimasti detriti dell'esplosione, il corpo dello sventurato cliente e la sua Seat Ibiza nera.
«Dimmi che hai addosso le chiavi della macchina.»
Il poveraccio era morto, colpito da una scheggia di metallo arancione. Ma nella tasca destra dei pantaloni aveva le chiavi della Ibiza.
«grazie, amico.»
Rosa corse alla macchina. La temperatura all'interno era ancora più soffocante di quella all'esterno. Mise la borsa sul sedile del passeggero, sigillò i finestrini e avviò il motore. Con il sudore che le colava sugli occhi partì, cambiò marcia rapidamente e premette a fondo l'acceleratore.
Il calvario durò pochi secondi, ma le parve un viaggio interminabile. D'un tratto si trovò fuori dalla galleria di fuoco, sull'asfalto. Le gomme non erano scoppiate e lei non era bruciata viva. Si accorse che le mani erano punteggiate di cenere, incollata dal sudore. Probabilmente anche la faccia era ridotta allo stesso modo.
Ora correva su una strada con l'incendio alla propria sinistra e alberi ancora integri a destra. Poi finalmente, a una svolta, poté lasciarsi il fuoco alle spalle. Vedeva ancora le fiamme nello specchio retrovisore e aveva la sensazione che la tramuntana le sguinzagliasse dietro di lei, sperando di catturarla.
«È ancora presto per andare all'inferno», mormorò.
Nadal non le aveva detto che Miriam era una pazza armata e pronta a tutto. Rosa si domandò che cosa fosse passato per la testa a quei due. Albert pensava forse che Nadal non avrebbe cercato di riavere la sua valigia? Sperava di poterla passare liscia, restando come un idiota ad aspettare il destino nella sua pensioncina? Oppure era Miriam la Lady Macbeth della situazione? Forse aveva già deciso di liberarsi del marito e la comparsa di Rosa aveva solo accelerato gli eventi. Poteva darsi che avesse già stabilito di far saltare in aria Las Hormigas. Certo, nessuno avrebbe trovato il suo cadavere tra le ceneri e Nadal avrebbe sospettato che fosse scappata con la valigia. Ma intanto Miriam avrebbe avuto tutto il tempo di sparire, dopo avere incendiato l'hostal e, con esso, tutto l'Empordà.
Quella pazza stava scatenando un disastro di proporzioni epiche. Il fuoco avrebbe distrutto ettari di foresta, minacciato case e ucciso qualche altro disgraziato che non c'entrava nulla. Rosa non aveva mai avuto problemi ad ammazzare persone, se c'era un ritorno economico o una bocca da far tacere, ma distruzioni e morti inutili erano contro la sua etica professionale.
Da che parte poteva essere andata Miriam? Era da presumere che avesse preso quella stessa strada, allontanandosi il più possibile dal fuoco. Non poteva essere andata molto lontano con una gomma a terra, quindi doveva essersi fermata a cambiarla, se ne aveva una di scorta. Rosa aveva perso trenta o quaranta minuti dopo l'esplosione, ma forse Miriam non aveva troppo vantaggio su di lei. Poi, sempre a rigor di logica, la donna non si sarebbe diretta verso Barcellona, bensì in Francia, dove forse conosceva qualcuno che poteva nasconderla.
Conclusione, Miriam stava andando verso il confine, su un'auto veloce ma molto riconoscibile.
«Non ti ci faccio arrivare in Francia», promise Rosa. «Te lo puoi scordare.»

Le strade, più avanti, erano bloccate da cordoni di polizia e della protezione civile. Dalla sua posizione nell'ingorgo Rosa non poteva vederli, ma lo aveva sentito dire alla radio. Il vento stava espandendo le fiamme a tutta la regione con una velocità spaventosa. Un Canadair volava nel cielo rossastro, impegnato in una lotta impari: poche gocce d'acqua in un oceano di fuoco.
Rosa aveva fatto un lungo percorso a semicerchio fino a ritrovarsi di nuovo con l'incendio davanti a sé, anche se ora a distanza di sicurezza. Le fiamme scese dalla collina avevano tagliato la strada in direzione della Francia. Ora la Seat era ferma dietro un camion, circondata da auto con targhe spagnole e francesi, ingombre di bambini, materassini e salvagente. Molti cercavano di telefonare dai cellulari, ma li riponevano imprecando: le reti dovevano essere sature di comunicazioni.
Là in mezzo c'era la pazza che aveva scatenato quell'inferno.
Rosa scese dalla Seat e si incamminò tra le auto, in direzione del blocco stradale. I capelli rossi, troppo riconoscibili anche da lontano, erano raccolti sotto un berretto da baseball. Sotto la giacca la canottiera era imbevuta di sudore, ma non le importava. Contava solo trovare Miriam.
Le ci volle un quarto d'ora per raggiungere una piazzola in cui qualcuno distribuiva bottigliette d'acqua. L'Alfetta gialla era lì ad aspettarla. Rosa si avvicinò: a bordo non c'erano né Miriam né la valigia, solo il Mossberg, che si intravedeva appena sul pavimento, sotto alcuni fogli di giornale.
La donna era in coda per l'acqua minerale; aveva portato la valigia con sé. Non c'era nessuno neppure nelle auto vicine. Rosa si accovacciò tra l'Alfetta e una Ford e attese.
Miriam si era messa in trappola da sola.
Mai giocare col fuoco.
Dopo una decina di minuti Rosa la vide tornare alla macchina.
La mano destra corse sotto la giacca, l'indice si infilò nell'anello del karambit e lo sfoderò, le altre dita si strinsero intorno al manico. Rosa arrivò alle spalle di Miriam, le coprì la bocca con la sinistra, mentre con la destra, silenziosa come un alito di vento, le affondava la lama nel corpo. Depose la donna a terra, invisibile tra le due auto. In un attimo la lama era tornata nel fodero e Rosa sollevava la valigia da terra. Le erano bastati pochi secondi e nessuno si era accorto di nulla.
Tornò sui suoi passi lungo il ciglio della strada, risalendo la processione immobile di auto. Superò la Seat Ibiza e la ignorò. Prima o poi sarebbe arrivata in fondo all'ingorgo. Avrebbe trovato strade libere e, forse, un passaggio fino a Barcellona, lontano dalle fiamme che avrebbero continuato ad ardere per giorni, a causa di una stupida valigia piena di soldi.
Avrebbe dovuto chiedere di più a Nadal per quel lavoro, ma già immaginava le sue lamentele per la BMW distrutta. Dopo una decina di minuti, Rosa si tolse il berretto, sciogliendo i capelli. Sentì la tramuntana agitarle la chioma rosso fuoco e per la prima volta da ore le parve di respirare aria più fresca.

©Andrea Carlo Cappi 2012






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