martes, 3 de noviembre de 2015

Nome in codice: Fritz - Puntata 11

Eugène Delacroix, La Liberté guidant le peuple


Romanzo a puntate di Fabio Viganò


Parigi, ventuno Dicembre 1942, ore ventitré. Il silenzio venne frantumato da raffiche di mitragliatrici,  come quando un vetro viene colpito dai proiettili. “Vive la France! Vive la Libertè!”, gridava il prigioniero, prima di essere falciato dalle raffiche di Schmeisser MP40. Cadde a terra con un tonfo sordo. Il malcapitato, colpito in diversi punti, aveva avuto un ultimo sussulto di ribellione, quasi carambolando su sé stesso. Ora giaceva nel lugubre piazzale della Kommandantur con il torace torto rispetto al resto del corpo, volto al cielo, e le gambe incrociate. Lo sguardo fisso tradiva un certo stupore. Se ne stava lì, a bocca aperta, gorgogliando rimasugli di vita. Un rivolo di sangue gli colava dall’angolo della bocca più declive. Il braccio sinistro pareva teso nell’estremo sforzo alla ricerca di libertà. Fu il colpo secco di una Luger, sparato alla nuca, a restituire l’anima a Dio.
La Senna continuava monotona la sua corsa lenta e inesorabile verso l’oceano,  mentre l’ufficiale del plotone di esecuzione scandiva gli ordini ad alta voce. Cominciò a piovere. Il capitano alzò lo sguardo al cielo. Una goccia di pioggia, lambendogli un occhio, mimò una lacrima. In pochi minuti divenne diluvio.

Akemi, da dietro i vetri,  guardò le tenebre all’orizzonte. D’un tratto il silenzio si tramutò in pianto. Guidi l’abbracciò. "Forza, Akemi. Devi resistere. Vedrai, ce la faremo…”
La dottoressa dapprima non rispose. Era preda dei singhiozzi del pianto. Poi, asciugatasi le lacrime sulle spalle di Guidi, sussurrò: "Si, certo. Certo!” Si soffiò il naso e nel ricomporsi un "Mah…" le scivolò fuori dalle labbra come fosse assente.
"Akemi, dico a te!"
"Si Bruno?", rispose lei, come se tornasse da mondi distanti, costruiti dai pensieri.
"Tutto bene?" chiese lui,  abbozzando un sorriso nell’accarezzarle il viso.
"Si… Si Bruno. Non ti preoccupare. Tutto è passato. Ora pensiamo a John. Hai detto che deve scappare. Organizzerò la fuga una volta tornata a casa a Montmartre. Dovrò parlare con Edmond e Sonia", concluse la dottoressa,  fissando Guidi negli occhi.
"Lui dov’è ora?"
"Nella stanza 422, piantonato da due della Wermacht che non lo mollano nemmeno un minuto!” rispose lei, preoccupata.
"La stanza, Akemi. La stanza… a che piano si trova?"
"Al primo. I tedeschi non hanno voluto sentire storie. Ho dovuto obbedire", rispose lei,  aprendo le braccia in senso di impotenza.
"Va bene. Troveremo una soluzione. Intanto, meno ci vedono insieme e meglio è. Ci incontreremo stanotte al Rèfuge in Rue Lamarque. Parleremo insieme a Edmond e poi vedremo di contattare il comandante Sonia degli Arditi del Popolo per organizzare un'azione diversiva. Con lei ci parlo io. Vengo in borghese, come al solito. E sarò armato. Ho già un'idea. L’ufficiale americano deve scomparire prima che inizi l'interrogatorio. Pare vogliano affidarlo a un maggiore dell’Abwehr che opera non so dove. Una donna. L’ho vista una sola volta e mi è bastato per capire che  non scherza. Ma le informazioni in possesso di John non devono cadere nelle mani dei nazisti."
"Va bene. A stasera…" disse Akemi. "E Sonia?"
"Vedo di rintracciarla domani pomeriggio.Lavora a Le Brigadier. Appena apre,  andrò a farmi un pastis e le parlerò apertamente. L’americano deve andarsene."




Salutata la dottoressa, il commissario Bruno Guidi.uscì dall’ospedale nei pressi dell’Ile, salì sulla macchina dell’OVRA e imboccò il dedalo delle vie parigine.
C’erano militari tedeschi da tutte le parti che pattugliavano la città. I rastrellamenti negli Arrondissement erano all’ordine del giorno. Guidi venne fermato subito dopo,a un posto di blocco,in prossimità di Notre Dame de Paris.
"Zeigen Sie die Papiere, bitte!" ordinò secco il soldato.
"Non si saluta un superiore in Germania?" ribatté Guidi, infastidito.
Il soldato fece solo in tempo a guardare i documenti e subito scattò sull’attenti,  bofonchiando: "Entschuldigen Sie, Herr Kommissar…"
"Ja!Ja!Kein Problem Soldat! Ruhestellung!" replicò l'italiano nel riporre i documenti.
Quindi, innestata la prima, scomparve nel buio della città. Parigi pareva averlo inghiottito, mentre il temporale non dava segno alcuno di voler smettere.

Il capitano degli Arditi Mario Carli

Contattare Sonia era cosa facile, parlarle era un’impresa. Il comandante degli Arditi del Popolo non metteva a repentaglio la vita dei propri uomini se non per motivi oltremodo seri. Ma gli argomenti che Guidi le portava erano più che convincenti: il capitano John Hopkins aveva fotografato obiettivi di Parigi e del nord della Francia ritenuti essere strategici. Le fotografie, salvate per puro miracolo, dovevano a tutti i costi arrivare a Londra.
Guidi era rimasto affascinato da Sonia sin dal primo incontro. La donna aveva abbandonato l’Italia al momento dell'entrata in guerra, tornando a Parigi, dov'era nata per lavorare con il padre, servendo ai tavoli o al banco de Le Brigadier.
Gli Arditi del Popolo erano stati fondati a Roma nel 1921. Sonia era entrata a farne parte nel 1935, quando aveva appena vent'anni e studiava belle arti a Milano. Nella sua abitazione in via Foppa, aveva ascoltato alla radio Benito Mussolini che recitava la dichiarazione di guerra mentre per le strade della città regnava un inquietante silenzio.
"Combattenti di terra,di mare e dell’aria! Camicie Nere della Rivoluzione e delle Legioni, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno di Albania. Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia."
La gente era accalcata nei bar dove c’era la radio e nelle piazze dove le parole del dittatore venivano diffuse dagli altoparlanti, ascoltando con ansia.
"La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo."
Era il dieci giugno 1940. Sonia non aveva perso tempo. Sapeva di essere nel mirino della Gestapo italiana. Aveva fatto in fretta e furia le valigie. Avvisati e salutati i compagni, era riuscita a prendere il treno, l’ultimo per Parigi. Aveva guardato Milano con le lacrime agli occhi. Mentre la Stazione Centrale scompariva lentamente all’orizzonte, la ragazza aveva mormorato la sua promessa: "Ritornerò! Un giorno ritornerò, Milano!" Aveva salutato la città con la morte nel cuore. Lì lasciava tutti i suoi amici per ritornare verso l’ignoto di una Parigi, la sua Parigi, occupata dai nazisti.
Nella Ville Lumière, entrata in contatto con la Resistenza, era divenuta comandante degli Arditi del Popolo. Ogni sua parola era un ordine.Se fosse caduta in mano alla Gestapo, il Führer avrebbe dormito sonni più tranquilli. Sonia colpiva nella notte con il suo commando portando attacchi ferali agli occupanti. L’Abwehr non conosceva la sua identità. Era una dura. Lo era dovuto diventare. Aveva da tempo abbandonato le Belle Arti per dedicarsi all’utilizzo di pistole, fucili mitragliatori ed esplosivi.
Degli Arditi del Popolo facevano parte sia reduci della Grande Guerra, sia anarchici, sia comunisti che socialisti. Riscuotevano simpatie addirittura da futuristi quali Mario Carli, morto proprio nello stesso anno in cui Sonia era entrata a far parte degli Arditi del Popolo. Poeta nonché giornalista, Carli era un ribelle che si batteva, un uomo che scriveva la storia con la penna e con il sangue. Aveva partecipato all’impresa di Fiume al fianco di Gabriele D’Annunzio. Insieme ad altri futuristi come Marinetti, Settimelli, Balla e Cangiullo aveva partecipato alla campagna interventista affinché l’Italia entrasse in guerra. Per questo motivo era finito in galera. Una volta iniziato il conflitto, aveva preso parte ai combattimenti in qualità di volontario degli Arditi, diventando capitano. Ferito sul monte Solarolo, ricevette la medaglia d’argento al valore nonché la croce di guerra. Era solito dire: ”L’ardito è il futurista di guerra, l’avanguardia scapigliata e pronta a tutto…” Nei primi tempi aveva mostrato simpatie verso il fascismo, ma poi era diventato di fatto un futurista di sinistra. La causa comune degli Arditi del Popolo era rappresentata tuttavia dalla lotta contro l’oppressione fascista.
Quest’essenza ambivalente, al tempo stesso vicina e opposta al regime, tormentava da sempre l’anima di Sonia. D'istinto la donna dubitava di chi fosse fascista e si dichiarasse nel contempo simpatizzante degli Arditi del Popolo. Era accaduto anche con Guidi, nonostante le credenziali fornite dalla Resistenza e dalle Brigate Mazzini.
Ormai Bruno la conosceva bene e ancor meglio ne conosceva l’animo, dubbioso, generoso e passionale. Tutte le volte che pensava a lei, non sapeva il perché, si ritrovava a immaginarla come la donna raffigurata in un quadro di Eugène Delacroix. Per il commissario dell’OVRA, Sonia era La Liberté guidant le peuple. E ogni volta quell'associazione di idee lo faceva sorridere.
D'Annunzio scrive entusiasta di Carli

A Parigi continuava a diluviare. Guidi raggiunse la sede dell’Abwehr, parcheggiò e scese dalla macchina. Pioveva talmente forte che la manciata di metri che lo separava dall’ingresso dell’alto comando fu sufficiente a farlo inzuppare d’acqua. Entrato in ufficio, cambiatosi d'abito,chiamò il suo braccio destro, il vicebrigadiere Torrente.
“Comandi,signor commissario!” si presentò questi, trafelato per la rampa di scale fatta di corsa.
“Riposo,  Torrente, riposo! Ma è mai possibile che non si riesca una sola volta... e dico una sola volta, ad avere il piacere di trovarla seduto alla scrivania a lavorare? Dove si era cacciato? Non mi dirà che corre ancora dietro alla segretaria occhialuta del generale tedesco?” chiese Guidi con una punta di sarcasmo.
“Be', signor commissario… In confidenza… se posso parlare liberamente…”, iniziò il vicebrigadiere.
“Dica, dica,  Torrente…L’ascolto!”
“Commissario… Sì! Mi piace troppo. Io sono uomo e... si sa… Lo capisce pure lei”, tentò di ribattere il vicebrigadiere.
Guidi lo interruppe subito. “Ah, lo capisco pure io?” Si alzò in piedi, facendo cadere la sedia.
“No, no, signor commissario, non volevo offenderla. È che la tedeschina non è niente male. Si metta nei miei panni. Lo spirito è forte,ma la carne è debole”,concluse Torrente,  sconsolato.
Oh Signùr! Ma l’hai vista bene? La carne è debole? Quella è una racchia!Te lo dico da amico. Ma va là, la carne è debole! Torrente, riprenditi! Lasciala perdere! Poi, contento tu, contenti tutti. Sei libero di rovinarti la vita. Tanto, magari domani ci alziamo e ci ritroviamo in Russia, sul Don, in mezzo agli alpini a morire dal freddo… Vedi di tornare negli uffici dell’Abwehr e fatti dare il fascicolo dell’ufficiale pilota americano. Senza farti capire dalla tua amata, vedi di farla cantare, Torrente. Come dite voi a Napoli: 'Accà nisciuno è fesso'. Vai!”
“Signorsì signor commissario”,rispose il vicebrigadiere raggiante. Gli occhi brillavano di desiderio. Avrebbe rivisto la sua beneamata Gertrud.
Sem cunscià mal. Gertrud…Bah!”, sbottò Guidi nel silenzio del suo ufficio. Raccattò la sedia caduta sul pavimento e si rimise alla scrivania. Il volto serio, concentrato, tradiva preoccupazione. Non sapeva mai come affrontare Sonia. Soprattutto,non sapeva mai come convincerla. La diffidenza era diventata da tempo sua compagna di vita. Troppi i tradimenti, le spiate e le delazioni per danaro o per timore di venir torturati e uccisi. In due anni di guerra e di occupazione, il comandante degli Arditi del Popolo si batteva ancora come un leone a fianco dei suoi uomini, per una Libertà che stentava ad arrivare ma che il popoplo francese avrebbe raggiunto a ogni costo. Le donne della Resistenza si battevano nello stesso modo degli uomini. Doveri e umiliazioni lastricavano la strada delle partigiane,  che molte volte diveniva vera e propria via crucis. La via crucis dei lager.




Verso le ventitré, salutato Torrente che rimaneva di picchetto nell’ufficio dell’OVRA, Guidi si allontanò dall’edificio che rappresentava la sede dell’Abwehr a Parigi, in direzione di Montmartre. Arrivò in macchina a Rue Lamarck, una via storica di Parigi che risaliva alla metà dell’ottocento ed era dedicata allo scienziato Jean-Baptiste Lamarck.
Al numero settantadue era situato un piccolo bistrot il cui nome la diceva lunga. Si chiamava Le Refuge. Guidi vi giunse venti minuti dopo la mezzanotte. Il locale pareva essere chiuso. Solo una flebile luce, intravista da sotto la saracinesca abbassata davanti alla vetrata d’ingresso del locale,faceva intendere che il titolare, Edmond, fosse ancora alzato. Probabilmente Akemi l’aveva avvisato dell’arrivo di Guidi.
Fuori la pioggia continuava a battere incessante sulla città resa buia dall’oscuramento. Il commissario chiamò Edmond e poté entrare nel locale. D'istinto si scrollò l'acqua di dosso, prima di porgere la destra al vecchio partigiano. Edmond era un uomo pacato. Aveva imparato la saggezza durante la Grande Guerra, nelle trincee, negli assalti alla baionetta, con le ferite ricevute e inferte. Aveva visto la morte in faccia. Aveva scorto la vita abbandonare gli occhi dei nemici che aveva ucciso. Ne era rimasto provato. Poi,alla fine, si era arreso all’evidenza dei fatti. Se ne era fatto una ragione:  in guerra, mors tua vita mea. Il suo viso oblungo era sormontato da folti capelli bianchi. Aveva occhi di quell’azzurro tipico del cielo terso delle belle giornate primaverili. Il naso, essendo di Parigi, non poteva che essere alla francese.
Bonsoir, Bruno. Come mai da queste parti?” domandò.
“Akemi è già arrivata? Dobbiamo parlarti…”,rispose Guidi sottovoce.
Edmond non disse nulla. Si avvicinò alla saracinesca del locale,e, dopo aver sbirciato Rue Lamarck a destra e a manca, la riabbassò. Questa cigolò emettendo uno stridio metallico simile a un lamento. Quindi si rivolse all'italiano. “Bien. Akemi  entra dal retro,visto che ha le chiavi. Non è un segreto che abiti nell’attico sopra il mio bistrot. La aspetteremo. Cosa ti porto da bere,amico mio?”,chiese cordialmente, malgrado voce tradisse una certa preoccupazione.
“Un pastis. Grazie, mon ami!”,rispose Guidi.
La lancetta dei secondi non fece in tempo ad arrivare al minuto quando Akemi fece il suo ingresso dalla porta di servizio. “Eccomi. Scusate il ritardo. I tedeschi mi hanno fermata due volte per controllare i documenti”, disse nel sedersi al tavolo del commissario.
“Immagino che i pastis diventino due adesso… o mi sbaglio?”,domandò Edmond.
“Non ti sbagli”, rispose Akemi,  sorridendo.
Un attimo dopo il partigiano era seduto insieme a loro, con tre bicchieri sul tavolo. Non perse tempo. Bevve d’un fiato il suo pastis, si accese una Gauloises e, nell' aspirare il fumo a pieni polmoni,  bofonchiò:”Liberté toujours”. Poi si voltò verso l'italiano. “Bien, mon ami…Quel est-il a?
“Edmond, i tedeschi hanno catturato un ufficiale pilota. Si chiama John Hopkins. La Royal Air Force lo ha mandato in Francia a fotografare certi obiettivi, in vista - riteniamo - di un probabile bombardamento. Dobbiamo farlo scappare. Pensavo di farlo fuggire dall’ospedale in cui si trova e, utilizzando le fogne, fargli raggiungere nottetempo la Senna. Potremmo utilizzare una barca, magari quella di Gaston. Una volta fuori Parigi, potrebbe raggiungere i Pirenei. Potremmo utilizzare i passatori o in alternativa sbarcarlo a Le Havre. Da qui i compagni potrebbero portarlo al largo con una barca di pescatori. Intanto noi vedremo di avvisare Londra affinché mandino un sommergibile a prelevarlo. Cosa ne dici,  Edmond?” chiese Guidi con trepidazione .
“Bruno,sarò franco. Che debba sparire, siamo d’accordo. Tu mi chiedi un parere. Ti dico che la cosa è fattibile, anche se difficile. Non è impossibile. A Le Havre ho un caro amico che costruisce imbarcazioni. Potrebbe creare un doppiofondo in prossimità della sentina... una falsa sentina al di sopra della vera. Il tuo pilota potrebbe starsene nascosto sdraiato là sotto fino a Le Havre. Di questo non devi preoccuparti: Albert è un asso nel suo lavoro! Il problema sta nell’organizzare la fuga. Meno tempo passa in Francia e meglio è per lui!”
“Sono d’accordo con te, Edmond”,disse Akemi.
Guidi assentì. “Va bene. Resterà poco. Il meno possibile. Lo farò fuggire di notte attraverso le fogne. Edmond, avverti Gaston e… quel tuo amico che costruisce barche. Come hai detto che si chiama?”
“Albert, si chiama Albert. Lo avviserò stanotte ,” assicurò Edmond.
“Akemi, il capitano è in grado di scappare, ora che è stato operato?”,chiese Guidi.
“Credo di si! Ma dipende tutto dal suo fisico. Potrei fargli un’anestesia locale e dargli del laudano per il viaggio. Lo porterà con sé e lo prenderà quando avrà dolore. Gli servirà di sicuro, anche se lo stordirà un poco.”
“Buona idea, Akemi. Il viaggio fino a Le Havre è lungo. Allora siamo d’accordo,  Edmond?” domandò Guidi, in tono deciso.
“Bien, mon ami”, confermò questi, dopo un altro bicchiere di pastis.


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Hatfield, ventidue Dicembre, ore 06.45. Fritz aveva trascorso una notte insonne. Il maggiore dell’Abwehr aveva russato per tutto il tempo. Lui le aveva provate tutte, ma alla fine si era arreso. L’omicidio doveva averla rilassata. Questa era stata la spiegazione, poco scientifica ma convincente, che Fritz era riuscito a darsi. La stanza era fredda e umida, notò. Si stava bene sotto le coperte. I suoi pensieri furono interrotti da uno sbadiglio,  seguito da uno stiracchiamento di ossa e muscoli della signorina Ruth.
“Buongiorno,  Herr Fritz! Dormito bene?”,domandò lei.
Fritz la guardò da dietro due occhiaie nere e livide. Scosse la testa e rispose: “Come un ghiro, Herr Major!”
“Bene. Ci attende una giornata intensa. Si alzi, Fritz, è ora… Volevo dire: alzati Alan! Si ricordi: per tutto il vicinato, come scritto sul passaporto e sugli altri documenti, lei è Alan Hamilton. Veda di non tradirsi. Qui, se la scoprono, la fucilano  o la impiccano”, gli rammentò Petra in tono severo.
Ancora frastornato dal sonno perso, Fritz ribatté, serissimo, “Vedrò di non dimenticarmelo!”
Il doppio gioco dell’infiltrato continuava. Una partita che si giocava corpo a corpo.
Agnes lo stava aspettando…

Continua...

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