domingo, 20 de marzo de 2016

Nome in codice: Fritz - puntata 14




Romanzo a puntate di Fabio Viganò


La base missilistica di Peenemünde rimaneva per Fritz un problema enorme, un punto oscuro da chiarire al più presto. Sospettava che gli italiani fossero presenti sulle rive del Mar Baltico. Solo Guidi avrebbe potuto fornirgli informazioni dettagliate a riguardo. Certamente i dati ricevuti dal SOE erano attendibili, ma insufficienti da approntare un piano operativo.
L'agente entrò nel pub con tutti quei pensieri che gli passavano per la mente. Agnes lo stava aspettando con trepidazione. Non c'era ombra di dubbio. Appena lo vide varcare la soglia del locale – ancora deserto, data l’ora – gli strizzò l’occhio e scomparve dietro il bancone senza dire una parola. Scese le scale che portavano in cantina e attese che l’uomo del XX Committee la raggiungesse. In effetti il sergente Maggie alias Agnes aveva un messaggio da consegnare a Zig-Zag. Ma, quando una donna si innamora, si innamora e non desidera che essere amata.
In silenzio lui la imitò, sgattaiolando dietro il bancone del pub e guadagnando le scale. Appena si fu chiuso alle spalle la porta della cantina, lei lo afferrò saldamente per un braccio. Lo guardò fisso negli occhi e quindi lo baciò, a lungo, con passione. A Fritz parve che il tempo si fosse fermato. Agnes non smetteva di baciarlo, perdendosi negli occhi di lui, mentre le mani gli sbottonavano la camicia alla ricerca del suo corpo, alla ricerca della sua carne. “Amami, tesoro! Sono solo tua…”
Fritz non se lo fece ripetere una seconda volta. Naufragò dolcemente sul suo corpo sino a fondersi in lei. Divennero l’uno parte dell’altra. Quando la passione dovette lasciare il posto alla razionalità, Agnes si ricompose.
“Un vero peccato”, le sussurrò lui all’orecchio Fritz, facendola arrossire.
Lei lo baciò di nuovo, senza parlare, poi finì di sistemare il reggiseno. Chiusa la camicetta e sistemati i capelli, lo prese di nuovo per un braccio. “Amore mio…ho notizie da Londra. Sarà per gennaio. La fabbrica degli Havilland verrà sabotata nella notte tra il ventinove e il trenta gennaio. Ora stringimi più forte che puoi…Ho paura che ti succeda qualcosa”, disse lei con le lacrime agli occhi.
“Non temere. Cosa vuoi che mi accada,piccola?” ribatté Fritz nell’asciugarle il viso. “Poi, sarà per gennaio…” Non fece in tempo a terminare la frase.
“Maggie! Maggieee! Maggieeeee!!! Dove diavolo ti sei cacciata, demonio d’una donna? È mai possibile che in questo locale non si dia da bere agli assetati?” stava urlando una voce da dietro il bancone.
“Arrivo, brutto bestione! Sto già salendo le scale,animale che non sei altro!” ribatté lei dopo aver baciato per l’ennesima volta il suo Fritz.
Lui salì lo scivolo di servizio e uscì dalla porta sul retro della cantina, usata per lo scarico delle merci, che immetteva direttamente in strada. L’uomo del Double Cross rientrò quindi nel pub come se niente fosse.
“Ciao, Maggie! Una buona pinta di birra!” ordinò con una certa nonchalance.
“Subito, Alan!”, rispose lei, aggiungendo: “Come te la passi, eh?”
“Bene, direi. Ma se mi porti la birra invece di parlare, anche meglio!” fece lui, provocando una grassa risata da parte degli avventori, ora più numerosi.
“Vedo che la gentilezza è sempre di moda, da queste parti”, rispose lei fulminandolo con lo sguardo.
Lui non rispose.
Maggie, servendogli la pinta, aggiunse sottovoce: “Potevi risparmiartela, la battutaccia. Ricorda: la notte del ventinove gennaio. Ti fornirò maggiori dettagli appena Londra mi avrà informata. Ora beviti la birra e… che ti vada di traverso!” La donna tornò dietro il bancone ad asciugare i bicchieri lavati.
Fritz tacque. Di tanto in tanto la guardava di nascosto per cercare di capire se avesse sbollito la rabbia. Lei non batteva ciglio. Sorrideva e scherzava con tutti, tranne che con lui.
Sì, avrei potuto evitare… considerò Fritz. Trangugiò la birra e uscì a far due passi per Hatfield. Per rimediare al guaio combinato avrebbe confidato nel pomeriggio: quella parte del giorno che si trascorre cercando di ricostruire ciò che si è sprecato al mattino.



Il tempo passava. E con esso mutava l’andamento della guerra, proprio come la vita di ogni giorno. Le forze dell’Asse lottavano strenuamente contro un nemico meglio equipaggiato e più numeroso, che poteva contare – almeno in Russia – anche su di un alleato scontato ma micidiale: l’inverno. Sul fronte africano stava per consumarsi l’ennesima tragedia: a El Alamein mancavano acqua, medicinali e cibo; soprattutto mancavano benzina, proiettili e uomini. Il caldo era insopportabile ma, nonostante tutto, non si sapeva come, la prima linea aveva retto. Il tre novembre 1942 Rommel aveva ordinato però il ripiegamento della Wermacht, lasciando sul campo solo gli italiani. Dopo aver combattuto fino all'ultimo, sarebbe toccata loro una ritirata a piedi, nel deserto e senz’acqua.

Sul fronte russo Von Paulus, al comando della Sesta Armata, una volta che avesse conquistato Stalingrado – tanto voluta da Hitler – si sarebbe trovato a dover resistere ai continui assalti dell'Armata Rossa. Intanto nella città assediata i vettovagliamenti scarseggiavano sin dal mese di ottobre, come del resto i proiettili. Il freddo si intensificava. A novembre gli uomini resistevano ancora, imbucati come topi, a mangiare topi che uccidevano con le vanghette in dotazione. Il morale cominciava a essere a terra. I rinforzi promessi non arrivavano. Il sette novembre, parlando alla popolazione, Stalin l'aveva incitata alla resistenza. Aveva detto loro che le sorti della guerra stavano per cambiare. Il giorno dopo Hitler in un comizio, uno dei tanti discorsi propagandistici, aveva minimizzato i successi dei bolscevichi a Stalingrado.

Nel frattempo si moriva. Gli ultimi rinforzi mandati in prima linea erano adolescenti e vecchi. Chissà cosa avranno pensato i tedeschi, nella sacca di Stalingrado a quaranta gradi sotto zero, nel leggere sulla fibbia della cintura GOTT MIT UNS. Sul fiume Don, anche gli italiani resistevano ancora.Avevano scavato rifugi sottoterra e costruito alla meglio stufe a legna. Quando fuori c’erano meno quaranta gradi, loro riuscivano a dormire, con i pidocchi, a venti sotto zero. Inutile dire che il cibo, a quelle temperature, era tutto congelato. Lo si doveva mangiare così, spaccandolo con la baionetta per distribuirlo. Quando c’era da mangiare. Chi era fortunato riusciva a riscaldarlo un po' sul fuoco, dentro la gavetta. Ma il più delle volte il cibo mancava e, se c’era, erano schifose gallette. E ciò che li aspettava sarebbe stato ancora peggio. A breve, i superstiti dell’Ottava Armata italiana del Don avrebbero cercato di salvarsi la vita, durante la ritirata, attraversando la steppa russa d’inverno, a piedi, con il fiato dei russi sul collo. Quello del 1942 sarebbe stato un Natale rosso sangue.

In Germania, uno dei componenti del gruppo di Ciano recatosi il diciotto dicembre al Rastenburg aveva chiesto a un ufficiale dell’OKW se gli italiani avessero subito gravi perdite. Come risposta ebbe: “Nessuna perdita: scappano”. In realtà i pochi che sarebbero tornati avrebbero dovuto rompere la sacca di accerchiamento dei russi con ripetuti assalti alla baionetta, agli ordini del generale Reverberi, un uomo che trattava i soldati come fossero figli. Nikolaevka sarebbe stato un assalto all’ultimo sangue. Avrebbero poi marciato ancora nella neve e nel ghiaccio per altri duecento chilometri, molti con piedi e mani congelati. Solo una piccola parte avrebbe lasciato la Russia, rispetto a quanti erano partiti: i soldati italiani vi erano arrivati su duecentosedici treni; ne sarebbero bastati diciassette per rimpatriare chi era riuscito a scampare alla morte. Ai soldati tedeschi della Sesta Armata a Stalingrado non sarebbe toccata sorte diversa.



La mattina dell’otto gennaio 1943 tre giovani ufficiali dell’Armata Rossa si presentarono alle linee tedesche sventolando bandiera bianca. Parlavano a nome del generale Rokossovskij, comandante in capo delle forze sovietiche operative sul fronte del Don. Portavano un ultimatum per il generale Von Paulus: gli ricordarono che era oramai assediato e del tutto isolato; poi consegnarono il dispaccio che recitava testualmente: La situazione delle vostre truppe è disperata. State soffrendo la fame, le malattie e il freddo. Il crudo inverno russo è appena iniziato. Debbono ancora venire il gelo, i venti glaciali e le tormente di neve. I vostri soldati mancano di equipaggiamento invernale e vivono in condizioni sanitarie paurose… La vostra situazione è senza speranza, ogni ulteriore resistenza è insensata. In vista di ciò e per evitare un inutile spargimento di sangue, vi invitiamo ad arrendervi alle seguenti condizioni… Erano, a dir la verità, condizioni onorevoli, condizioni ragionevoli. A tutti i prigionieri sarebbero state assegnate “razioni normali” di viveri. Ai feriti, ai malati e agli assiderati sarebbe stata prestata una certa e adeguata assistenza sanitaria. Von Paulus trasmise il testo dell’ultimatum direttamente al Führer. Aveva a disposizione ventiquattro ore.
Il tempo però trascorse e l’ultimatum cessò. I russi attaccarono il dieci gennaio 1943. Spararono più di cinquemila colpi di artiglieria pesante sulle postazioni tedesche. Gli scontri furono ancora più cruenti. La Sesta Armata di Von Paulus venne lentamente ma inesorabilmente annientata. I sovietici mandarono nuovamente emissari a trattare la resa, dopo aver conquistato persino la piccola pista aerea che serviva ai tedeschi per atterraggi di emergenza. Von Paulus si rivolse per l’ennesima volta a Hitler, via radio: “Le truppe mancano di munizioni e di viveri… Non è più possibile mantenere comandi efficienti… Vi sono diciottomila feriti senza rifornimenti, né vestiti, né medicinali… Resistere ancora non ha senso. Il crollo è inevitabile. L’esercito chiede l’immediata autorizzazione ad arrendersi per salvare la vita delle truppe che restano.”
La risposta di Hitler fu: “Proibisco la resa. La Sesta Armata terrà le posizioni sino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia, e con la sua eroica resistenza darà un indimenticabile contributo alla costituzione di un fronte di difesa e alla salvezza del mondo occidentale.” Il capo del nazionalsocialismo non ricordava la storia: l’occidente l’aveva combattuto lui stesso, in prima persona, contro i francesi, in trincea. Tutto questo era semplicemente assurdo.
I combattimenti continuarono sino all’ultimo giorno di gennaio. Alle 19.45 il telegrafista della Sesta Armata trasmise in Germania: I russi sono alle porte del nostro bunker. Stiamo distruggendo gli apparecchi. CL. Fine delle trasmissioni e dei combattimenti della Sesta Armata. Von Paulus e i suoi ufficiali si arresero, salvando i pochi superstiti. Di loro Hitler avrebbe detto, durante una conferenza all’OKW: “Si sono semplicemente arresi, mentre avrebbero dovuto stringere le file, formare un baluardo e poi uccidersi con l’ultima loro pallottola…Quell’uomo, Von Paulus,avrebbe dovuto suicidarsi con un colpo di pistola, allo stesso modo dei capi antichi che si gettavano sulla punta delle loro spade, quando vedevano che la loro causa era perduta…” L’ideologia nazista era obnubilante, delirante, ormai lontana dalla realtà.

Fritz, camminando per Hatfield ancora non immaginava questi avvenimenti, ma se li aspettava. Notava che, giorno dopo giorno, il maggiore dell’Abwehr era sempre più in tensione. Di tanto in tanto gli comunicava notizie ricevute da altri agenti che passavano dall’alto comando dei servizi segreti del Terzo Reich a Parigi.
Al riguardo, Guidi era più informato. In più sapeva della “bomba volante”, la Vergeltungswaffen. Il tempo era tiranno. Bruno doveva al più presto parlare con Sonia e organizzare un piano di fuga per il pilota americano. Avrebbero utilizzato le fogne per raggiungere la Senna. Serviva però un’azione diversiva che soltanto gli Arditi del Popolo avrebbero potuto condurre. Solo il comandante Sonia avrebbe potuto approvare l’operazione. La Resistenza si stava già muovendo. Londra doveva sapere. Era tempo di agire!



Continua...

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