jueves, 22 de diciembre de 2016

Nome in codice: Fritz - Puntata 16

Le Havre, Natale 1942



Romanzo a puntate di Fabio Viganò

La morte, quando arriva, non fa sconti a nessuno. Franck lo sapeva. Franck sapeva di essere giunto al capolinea della vita. Venne strattonato a forza da due energumeni delle SS all’interno dell’edificio dall’aspetto apparentemente asettico antistante il porto. La luger della “iena di Treblinka” gli premeva contro il cranio,proprio all’altezza dell’occipitale.
La casamatta adibita a sala degli interrogatori era in realtà il vecchio mattatoio di Le Havre. Soltanto la tipologia di sangue era cambiata: non più animale bensì umano. Definirla Géndarmerie era stata l’ultima beffa voluta da Eva Stock. In realtà il Terzo Reich, nel luogo lugubre, estorceva senza pietà alcuna ogni informazione necessaria agli agenti dell’Abwehr, di cui ormai anche Fritz faceva parte.
Franck guardò un’ultima volta il cielo terso che sovrastava il porto. Sembra il colore degli occhi di mia moglie, mormorò tra sé e sé. Fu l’ultimo istante di libertà. Un attimo dopo venne tradotto nella sala interrogatori. Legato su di una sedia, venne pestato a lungo, mentre Eva Stock continuava a intimargli di fare i nomi di tutti i componenti della rete della Resistenza di Le Havre.
“Non parlo, è inutile! Non so niente…”, rispose il vecchio maestro d’ascia, mentre una manganellata, l’ennesima, lo colpiva tra capo e collo facendolo svenire.
“Chiamate il Dottore…Ditegli di iniettargli anche della scopolamina. Questo bastardo mi racconterà tutto! Sono io che comando qui,sporchi sovversivi!” urlò Eva Stock.
Il malcapitato fu raccattato da terra con la grazia di uno scaricatore di porto. Raggiunto da una secchiata d’acqua, che sortì l’effetto di risvegliarlo temporaneamente, si ritrovò con un rivolo rossastro che fuoriusciva dall’avambraccio destro, segno che la scopolamina era stata iniettata. Aveva la bocca piena di grumi di sangue e il cuore batteva forte nel petto,all’impazzata.
D’un tratto, proprio mentre il sottufficiale nazista ringhiava le nuove intimidazioni per costringerlo a parlare, il corpo del prigioniero ebbe come un sussulto. Quindi Franck si irrigidì completamente, strabuzzando gli occhi. Cadde riverso sul pavimento, trascinando la seggiola su cui sedeva, e, nel rimettere l’anima al Padre bisbigliò il nome di sua figlia:”Alice…”
Poi fu il silenzio eterno. Non più battiti nel petto,non più emozioni nell’animo, non più rabbia da urlare o sgomento alcuno. Silenzio, soltanto silenzio, finalmente il silenzio di chi, mai domo e mai vinto,riposa finalmente in pace.

Alice intanto era tornata sul molo a piangere Serge. Serge, il suo Serge. Ora lei si sentiva davvero sola. Lui era morto.
Affrettò il passo a tal punto che divenne corsa. Giunta davanti alla pilotina che i pescatori stavano varando nel porto, notò con stupore che il corpo di Serge non c’era più. Restava soltanto una chiazza di sangue sul lastricato del molo. Alice si portò d’istinto una mano alla bocca, trattenendo a stento il grido disperato che le morì in gola. Il baschetto posto sulle ventitré le cadde a terra, lasciandole i capelli in balia della brezza marina. Il pianto la scosse disperatamente, inconsolabile nel suo dolore.
D’un tratto s’irrigidì. Qualcuno le stava accarezzando il capo dolcemente. Chi poteva mai essere? Alice, alzati gli occhi al cielo, incontrò lo sguardo amico e benevolmente complice di uno dei pescatori che avrebbero navigato sino a Parigi risalendo la Senna, per trasportare l’ufficiale pilota americano al largo, dove un sottomarino inglese lo avrebbe riportato in Gran Bretagna, alla base della Royal Air Force.
“Non si preoccupi, signorina, non si preoccupi. Ora Serge sta meglio di prima…” L’uomo le strizzzò un occhio, invitandola a sbirciare nella barca.
L’altro pescatore, senza dir nulla, scostò un’asse della doppia sentina.
La vista le fece sobbalzare il cuore dalla gioia. Serge! Serge, mon amour!” si lasciò sfuggire Alice, stupita nel rivederlo ancora vivo. Malconcio, ma vivo.
“Inutile stia qui. Lo porteremo con noi a Parigi e lo affideremo alla Resistenza. Se Eva Stock dovesse trovarlo, per lui sarebbe la fine. A Parigi non lo troveranno mai. Mi creda”, sentenziò il marinaio.
“Certo, certo! Stanotte… stanotte… Parigi… Più sicura.. Certo! Ma io? Come farò senza di lui?” domandò Alice con un filo di voce.
“Potrebbe partire con lui, stanotte. La nasconderemo nella doppia sentina, a fianco di Serge. E poi, una volta a Parigi, seguirete le istruzioni della Resistenza. Cosa la tiene ancora qui?” domandò il pescatore gesticolando in modo eloquente e concitato.
“Sì, sì, sì…” mormorò Alice dopo una breve riflessione. Ha ragione lei. Niente mi trattiene più in questo luogo dimenticato da Dio. Partirò stanotte.”
“Molto bene, signorina. Ci vedremo qui verso mezzanotte. Farà freddo, porti abiti pesanti.” Uno sguardo d’intesa tra i due sigillò il patto. A volte le parole sono superflue, persino inutili.
Era il venticinque dicembre del 1942. Il giorno di Natale andava a morire sotto un cielo plumbeo. Era stato un Natale da dimenticare, un Natale rosso sangue per Alice, che nel pensare alla partenza per Parigi si sorprese a esclamare: Merde! Guerre de merde!

Poi fu il silenzio.

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