lunes, 30 de abril de 2018

Nome in codice: Fritz - Puntata 20

Sophie Schöll nel 1942

Romanzo a puntate di Fabio Viganò


All’ufficio Centrale delle Costruzioni
delle SS e della Polizia
Auschwitz

Oggetto:Crematori 2 e 3 per il campo.

Accusiamo ricevuta della vostra ordinazione di cinque forni tripli, compresi due ascensori elettrici per portare su i cadaveri e un ascensore di emergenza. L’ordinazione include un’installazione pratica per la riserva di carbone e un’altra per il trasporto delle ceneri. Per mettere i corpi nel forno, proponiamo una semplice forca di metallo montata su cilindri. Ogni forno avrà un fornello di soli pollici 24 per 18, dato che non vengono usate bare. Per il trasporto dei cadaveri dal luogo di raccolta ai forni proponiamo carrelli leggeri su ruote.

Per il campo di concentramento di Belgrado la ditta Korl scrisse:

In seguito al nostro colloquio per la fornitura di impianti di semplice costruzione per la cremazione di cadaveri, vi sottoponiamo i progetti dei nostri fornelli perfezionati che funzionano a carbone, dai risultati finora assolutamente soddisfacenti. Per l’edificio progettato, vi proponiamo due forni crematori, ma vi consigliamo di fare altri accertamenti per essere sicuri che due forni siano sufficienti al vostro fabbisogno.
Vi garantiamo l’efficienza dei fornelli di cremazione, nonché la loro lunga durata, l’uso del miglior materiale e la nostra mano d’opera ineccepibile.
In attesa di un’ulteriore vostra comunicazione, restiamo ai vostri ordini.

Heil Hitler

C.H.KORL-Soc.r.L


Al Campo di concentramento di Ravensbrück la storia non cambiava. Si ripeteva, monotona e continua, come in ogni lager nazista. Le belle donne arrivavano tutte lì: in quel posto dimenticato da Dio erano rinchiuse le più avvenenti di quegli anni, la cui sola colpa era non essere naziste.  Vi erano anche donne con handicap e donne rom. La Soluzione Finale per loro sarebbe stata soltanto, secondo gli ideologi della razza ariana, il loro logico destino.
All’inizio della seconda guerra mondiale furono “soltanto” duemila. Il numero in seguito crebbe. Sin da subito, dopo che il Führer era asceso al potere instaurando le leggi razziali, tutte le più belle donne nemiche del Reich venivano deportate a Ravensbrück. Erano comuniste, ebree, cattoliche, protestanti, anarchiche, testimoni di Geova oppure ariane stesse che avevano “osato” accoppiarsi con Untermänschen.
Venivano rinchiuse nel campo di concentramento e avviate alla prostituzione obbligata. Ravensbrück era il campo di concentramento femminile più grande di tutto il Reich. Una volta giunte nel lager, le detenute venivano svestite, disinfettate e infine marchiate sul petto col fuoco. Tutti dovevano sapere a cosa servissero. Impressa nella pelle era la scritta: Feldhure, ovvero “prostituta da campo”. Da quel momento sino alla loro morte non sarebbero mai più state considerate come esseri umani. Erano divenute oggetti e come tali sarebbero state trattate.
Erano solo oggetti! La loro vita appesa al filo del vezzo dei biondi ariani conquistatori. Dalle loro prestazioni sessuali dipendeva la loro esistenza. Quando i soldati del Reich si fossero stancati sarebbero volate in cielo, come fumo, attraverso le ciminiere dei forni crematori.Sarebbero divenute cenere. Ormai non servivano più ed erano un pesante fardello per Hitler. Altre avrebbero preso il loro posto.

La guerra sarebbe durata a lungo. Joseph Goebbels,ministro della propaganda del Reich, giurava che sarebbe stata vittoriosa. Nel febbraio del 1943 la Gestapo stroncava il movimento cattolico antinazista, composto prevalentemente da ragazzi. I componenti della Rosa Bianca - questo era il nome dato al movimento di resistenza - era composto da universitari.
Hans e Sophie Schöll erano fratello e sorella. Gli altri amici che vennero arrestati furono Cristoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf. Era stato un bidello a denunciarli. Era nazista. Sophie gettò gli ultimi volantini contro il regime dall’alto delle scale dell’università. Fu catturata con Hans e Probst.
Subì torture da parte della Gestapo per ben tre giorni. Seguì un processo-farsa che durò solo cinque ore. Il ventidue febbraio del 1943 Sophie, Hans e Probst vennero ghigliottinati sotto gli occhi sbigottiti sia degli altri carcerati che dei secondini del carcere di Monaco in cui erano detenuti.
C’è modo e modo per morire. Si può anche cadere, ma l’importante è cadere in piedi. Il movimento della Rosa Bianca finì eroicamente. I testimoni si ricordano bene.di loro, morti per la Libertà. I secondini dissero: “Si sono comportati con coraggio fantastico. Tutto il carcere ne fu impressionato. Perciò ci siamo accollati il rischio di riunire i tre condannati un momento prima dell’esecuzione capitale. Desideravamo potessero fumare ancora assieme una sigaretta.”
“Non sapevo che potesse essere così facile morire.Fra pochi minuti ci rivedremo nell’eternità”, aveva detto Cristoph Probst.
“Poi”, ricordano i testimoni, “vennero condotti al supplizio. La prima fu la ragazza. Andò al patibolo senza battere ciglio. Noi tutti non riuscivamo a credere che ciò fosse possibile. Il boia stesso disse di non aver mai visto nessuno morire così.”

La guerra, forse, non sarebbe stata vittoriosa come profetizzava Goebbels.
Forse…
Intanto, sul fronte russo, quello che restava dell’ARMIR - decimato, congelato, affamato e con pochi proiettili da sparare - era stato accerchiato a metà gennaio dai russi. L’Italia per i soldati sembrava così lontana… Erano esausti. Vestiti dei brandelli delle uniformi, con i piedi e le mani congelate, la fame come compagna e il tradimento nel cuore, inastarono la baionetta guardando il nemico che stava loro attorno creando una sacca micidiale. Era l’ultimo ostacolo che separava i pochi reduci dal ritorno a casa.
Quando il generale Reverberi dette l’ordine di assaltare alla baionetta, i soldati indomiti, con la speranza nel cuore, corsero gridando tutta la sofferenza subita, corsero urlando tutta la loro disperazione.
Il coraggio divenne follia. Molti caddero prima di raggiungere le linee nemiche. Poi fu il corpo a corpo. Le baionette si tinsero più volte di rosso, dall’una e dall’altra parte. Imbrattarono di sangue, per l’ennesima volta, i colori della bandiera d’Italia e della bandiera di Russia.
Alla fine della giornata la sacca di Nikolajewka era aperta. Sul campo restavano quattromila morti. Ma grazie al loro sacrificio - mai dimenticato - i superstiti raggiunsero il paese di Shebekino. Da lì sarebbero potuti tornare a casa.
I morti riposavano in pace, gli uni accanto agli altri, senza più distinzioni, né di classe né di popolo. Loro in guerra non avrebbero voluto andare. Avevano le loro mogli cui pensare,il loro paese, il loro raccolto e i figli da far crescere. Era stata una lettera a cambiar loro la vita. Una lettera aveva reso le mogli vedove e i figli orfani.

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