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jueves, 22 de febrero de 2024

Candace Bushnell: sesso, successo, scarpe (and the City)


Recensione e fotografie di Andrea Carlo Cappi

Quando era piccola, suo padre - ideatore delle pile a combustibile utilizzate per le missioni spaziali Apollo - le raccomandò di lasciare a sua volta un segno che cambiasse il mondo. Cosa che di sicuro "Candi" non avrebbe potuto fare se fosse rimasta nella sua cittadina del Connecticut, dove le prospettive per una giovane donna erano limitate ai tradizionali "mestieri femminili" e al ruolo di moglie e madre. Perciò a diciannove anni Candace (con la "a") parte per New York con venti dollari in tasca, la ferma intenzione di diventare una scrittrice e qualche numero di telefono da chiamare. Tra cui quello di un autore che ha incontrato a una conferenza a Houston e con il quale finirà con l'avere una relazione...
Lo racconta lei stessa nel suo one-woman-show autobiografico True Stories of Sex, Success and 'Sex and the City', inaugurato nel 2021 a New York, ora arrivato in Italia con due date: il 21 febbraio 2024 all'Arcimboldi di Milano e il 23 al Politeama Rossetti di Trieste. In scena da sola, coadiuvata da schermo, luci, effetti sonori e la propria collezione di scarpe, Candace sfoggia un talento scenico sorprendente - tutt'altro che scontato per chi si dedica alla scrittura - oltre allo humour pungente ben noto al pubblico dei suoi libri e delle serie tv che ne sono state tratte. Il risultato è uno spettacolo tanto brillante quanto stimolante (con sottotitoli per il pubblico non anglofono).


Lo scrittore che le rispose al telefono al suo arrivo a New York nel 1977 era nientemeno che Gordon Parks, romanziere, fotografo, film-maker e musicista. Se il pubblico in sala è costituito perlopiù da fan di Sex and the City, io come appassionato di cinema blaxploitation riconosco il regista (e in parte compositore delle colonne sonore) di Shaft e Shaft's Big Score. E qui mi rendo conto che Candace - a parte la scelta controcorrente per una diciannovenne bionda del New England di mettersi con un intellettuale nero di quasi mezzo secolo più vecchio di lei - avrebbe realizzato per il mondo femminista ciò che lui aveva fatto per il mondo afroamericano all'inizio degli anni Settanta: utilizzare la cultura popolare per trasmettere un messaggio forte a tutto il mondo.
In ogni caso, sottolinea Candace, frequentare gente famosa e premiata non comporta automaticamente diventare famosa e premiata: quella è una parte cui si deve arrivare con le proprie forze. Anche se all'inizio sogna una situazione stile Dashiell Hammett & Lillian Hellman, con lui e lei che sfornano capolavori ognuno alla propria macchina da scrivere, le sue storie non vendono.
Finita la relazione con Parks, lei continua a cercare faticosamente spazio in un mondo ancora fortemente maschile. Finché il redattore capo del New York Observer, Peter "Kappy" Kaplan, non le propone una rubrica settimanale intitolata Sex and the City. Candace decide di raccontare le vicende personali proprie e delle sue amiche, proponendo un modello di donna che, nella vita come nel sesso, si comporta esattamente come un uomo. Ma, quando scopre che anche i suoi genitori si sono abbonati al giornale, per evitare imbarazzo in famiglia si nasconde dietro un alter ego, che battezza Carrie Bradshaw...


In scena la scrittrice-interprete gioca con il pubblico, proponendogli situazioni narrate in Sex and the City e sfidandolo a indovinare se siano accadute davvero anche a lei. E qui emerge un aspetto tipico dei mondi di chi scrive, il proprio e quello di un alter ego: a volte le storie si svolgono come sono andate nella realtà, altre volte vengono cambiate in meglio o in peggio, ma di continuo si saccheggiano e rielaborano fatti e personaggi della propria vita.
Nel suo racconto, Candace non si dilunga su quanto dev'essere stato laborioso trasformare una rubrica settimanale in un libro; riuscire a scalare la classifica dei bestseller di pubblicazione in pubblicazione; e sottoporre il materiale alla considerazione dell'HBO per poi far sì che Sex and the City passasse da un singolo episodio pilota diretto da Susan Seidelman alla celebre serie tv, con tanto di film e recente ripresa (la serie basata su un altro romanzo, Lipstick Jungle, non avrebbe avuto pari fortuna). Si limita a ironizzare sul fatto che all'inizio pare fosse difficile trovare un'attrice disposta a dire con frequenza tutte quelle parolacce.


Di sicuro il suo è uno di quei casi in cui, come recita una famosa canzone, se hai successo a New York, hai successo dappertutto, tuttavia mantenerlo oltre al talento richiede tenacia. Candace Bushnell non si gloria dei propri trionfi e non nasconde le proprie sconfitte o umiliazioni sociali; come, dopo il divorzio, essersi vista rifiutare un mutuo in quanto donna single ultracinquantenne.
Ma sente di aver fatto ciò che le suggeriva suo padre: lasciare un segno. E trasmette al pubblico un messaggio tuttora valido: nella vita non devi cercare a tutti i costi il tuo "Mr. Big", ma devi diventare tu stessa "Mr. Big".





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