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jueves, 19 de febrero de 2026

Vita da pulp - Identità di "genere"

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi

Tra i miei territori di scrittura c'è anche il tie-in, ossia, come spiegai in un mio vecchio articolo, la narrativa - originale o adattata - che si basa su storie, serie, universi o personaggi provenienti da altri media (cinema, tv. fumetti, videogiochi...). Nel 2025, dopo Martin Mystère e Diabolik, ho aggiunto un nuovo "marchio" a quelli di cui mi sono occupato in tale veste: Profondo rosso, partecipando a un'opera collettiva legata al mitico film di Dario Argento. Sarà bene precisare che non si tratta di "fan fiction" scritta da dilettanti non qualificati; e ricordate che non si può pubblicare una storia con personaggi altrui senza avere una precisa autorizzazione dei titolari del copyright corrispondente. Ma qui stiamo parlando di opere ufficiali di seri professionisti, i quali devono conciliare la propria creatività - necessaria per proporre qualcosa di nuovo e interessante - con il rispetto del franchise e del pubblico che lo segue.
Sono iscritto all'IAMTW, associazione che raccoglie autori e autrici del settore tie-in, e al forum relativo. Non leggo tutti i messaggi che vengono scambiati, spesso relativi a realtà lavorative lontane dalla nostra: credo del resto di essere l'unico a farne parte in Italia e uno dei pochi non di lingua inglese. Ma tempo fa lessi con interesse un articolo nel blog A Life in Pages di Jeffery J. Mariotte, autore statunitense pluripremiato, che oltre a scrivere storie proprie ha lavorato nella narrativa basata su serie famose di ogni genere, da Star Trek a CSI passando per Supernatural. Nel suo pezzo tratta una problematica che abbiamo in comune.
La parola chiave è, appunto, "genere" (inteso come genre, non come gender, state tranquilli). Sappiamo che chi scrive oneste opere "di genere" - quindi thriller, speculative fiction, western, romance e via discorrendo - è considerato/a letterariamente inferiore a chi scrive testi mainstream anche mediocri; nondimeno, se ha successo nel proprio campo, dovrebbe riuscire quantomeno a conquistare una certa fama e guadagnare qualche soldo. Anche noi dobbiamo pagarci cibo e bollette, sapete? Ma la conditio sine qua non sembra essere "rientrare sotto un'etichetta" che possa essere riconosciuta non solo a valle dal pubblico, ma anche a monte dalle case editrici, spesso attente a seguire le mode del momento, per non sforzare i neuroni dello staff. 

L'illustre collega americano fa l'esempio di Michael Connelly, notissimo autore di romanzi polizieschi, in particolare della serie su Harry Bosch: chi compra un suo libro sa già cosa troverà ed è per questo che lo cerca. Ma, se un nome non è legato a un unico genere narrativo o, meglio ancora, a una o più serie precise, ha difficoltà a garantirsi la fidelizzazione del pubblico. Specie se collabora anche a serie altrui: chi legge fantascienza non necessariamente legge gialli; chi segue Star Trek non è detto che segua anche CSI. Tra i messaggi di commento sul forum ne ho trovato uno del mio amico Raymond Benson, che osserva come il pubblico dei suoi romanzi di James Bond (di successo a livello mondiale, cui di recente se n'è aggiunto uno dedicato a Felix Leiter, celebre "spalla" di 007), di rado coincida con quello dei suoi raffinatissimi noir o quello delle sue storie basate su videogiochi famosi.
Eppure non è obbligatorio scrivere con un'unica e ricorrente "identità di genere". Se Edgar Allan Poe è associato alle storie gotiche, nondimeno è anche il padre del giallo investigativo; sir Arthur Conan Doyle, universalmente noto come creatore di Sherlock Holmes, firmò anche romanzi avventurosi e fantastici; Francis Marion Crawford entrava e usciva con noncuranza dal mainstream; Jules Verne, nei suoi Viaggi straordinari, sconfinò nel fantastico; Emilio Salgari, autore di romanzi d'avventura di ambientazione "recente" (il ciclo di Sandokan si svolge circa mezzo secolo prima della pubblicazione dei romanzi), ne scrisse anche di storici e western, oltre al visionario Le meraviglie del Duemila. Persino nella bibliografia di Giorgio Scerbanenco - autore, va ricordato, anche di spy story - si trovano almeno due romanzi di fantascienza. Chi scrive non può e non deve frenare la propria fantasia, se ha l'ispirazione per qualcosa che esce dal suo territorio abituale.
Certo, le etichette sono sempre state utili in libreria. E anche in edicola: il pubblico che da quasi un secolo legge Il Giallo Mondadori esige storie mystery o thriller prive di elementi fantastici, in cui nell'ultima pagina non si può raccontare che l'assassino è un vampiro o un lupo mannaro; così come quello di Segretissimo vuole leggersi un romanzo di spionaggio senza intrusioni di alieni o zombie. Ricordo per esempio un romanzo di George O'Toole intitolato Un agente dall'aldilà, che fondamentalmente era una spy story ma, per una sua componente di ghost story, vide la luce nella collana di fantascienza Urania. In questo caso però si parla di "identità di collana": anche grandi nomi de Il Giallo Mondadori come Agatha Christie o Rex Stout uscirono occasionalmente su Segretissimo con storie spionistiche; e di Isaac Asimov, colonna della fantascienza, furono pubblicati due romanzi mystery ne Il Giallo Mondadori.

Ma il vero problema è un altro: le etichette servono per gli autori e le autrici di cui non si parla. Prendiamo invece J. K. Rowlings, divenuta famosissima per la saga di Harry Potter, che a un certo punto decise di darsi al giallo sotto lo pseudonimo (per giunta maschile) "Robert Galbraith": già il primo romanzo poté godere di un lancio e di una distribuzione che gli garantirono lo status di bestseller, ben prima che si rivelasse chi l'avesse scritto; laddove, se Galbraith fosse stato davvero un nuovo arrivato qualsiasi, avrebbe fatto molta più fatica a imporsi sul mercato. Del resto uno scrittore statunitense era rimasto per anni un autore semisconosciuto, finché non divenne oggetto della più grande campagna criptomediatica mai realizzata per promuovere un (modesto) libro, ampiamente scopiazzato da altri preesistenti, per farlo diventare una specie di nuova Bibbia; ciò rese retroattivamente bestseller anche i suoi titoli precedenti, che avevano venduto solo poche migliaia di copie sull'intero mercato globale di lingua inglese (con centinaia di milioni di lettori potenziali) e nel resto del mondo furono acquistati solo dopo il primo successo fabbricato a tavolino; perché, se si convince il pubblico che un autore è un maestro del thriller, poi i suoi libri saranno accolti come la manna dal cielo.
Nel mercato italiano, in particolare sul poliziesco e sul mystery, si aggiungono altri due problemi: negli anni Novanta venne finalmente  accettata l'esistenza del giallo italiano, ma in seguito solo certe firme pubblicate da particolari editori furono ammesse alla nobile categoria del "noir" e autorizzate a diventare "famose". Ne sono esclusi i thriller schedati come storie di spionaggio: con le lodevoli eccezioni del Festival del Giallo di Napoli, che ha dedicato alla spy story incontri condotti dalla sempre bravissima Denise Jane, e del MystFest, che ospita la consegna dei premi di Segretissimo, questo genere non è oggi considerato né "giallo" né "noir", pur appartenendo a entrambi i filoni. Per quanto sia il tipo di narrativa che di questi tempi andrebbe letta più che mai, è visto come un'etichetta "sbagliata" da editori e pubblico. Al di fuori, appunto, dei concorsi letterari specifici per inediti di Segretissimo (il Premio Alan D. Altieri per i romanzi, il Premio Stefano Di Marino per i racconti) la spy story non può neppure aspirare a riconoscimenti per la narrativa thriller. Come per i cani al supermercato, c'è un cartello che dice "Noi non possiamo entrare"; in teoria dovremmo solo uggiolare con il guinzaglio legato alla sbarra dei carrelli. Forse è ora di rivendicare l'orgoglio spy.
Non mi stanco di ripetere che il più grande autore di tutti i generi della narrativa popolare in Italia, Stefano Di Marino, essendosi dedicato soprattutto alla spy story (di cui è un maestro riconosciuto, ma solo dagli addetti ai lavori e dagli appassionati), per tutta la sua trentennale carriera è stato pressoché ignorato dai media, fino al giorno in cui, stanco di vedere negati i propri successi, si è tolto la vita:  Quindi capisco bene il collega americano che si lamenta perché a quelli come lui non sono concesse né la fama, né le opzioni cinematografiche e televisive, né la relativa stabilità finanziaria che ne consegue. Ma il motivo non è solo la colpa primigenia di passare da un genere all'altro: è che in tutto il mondo, nel campo dell'editoria come altrove, di rado è in base ai meriti che si decide chi saranno i "primi della classe".

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(illustrazione realizzata mediante AI)


Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito su Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre settanta titoli tra romanzi, raccolte e saggi. Editor, traduttore, consulente editoriale, sceneggiatore di fumetti e fiction radiofonica, fotografo, illustratore, copywriter e videomaker, dal 1994 scrive la saga thriller Kverse, che riunisce diverse serie tra spy story e noir: MedinaNightshadeSickroseBlack e Dark Duet. Come autore di narrativa tie-in ha lavorato su Martin Mystère (vincendo nel 2018 il Premio Italia per il miglior romanzo fantasy), Diabolik e Profondo rosso. Ha dato vita inoltre alle serie Cacciatore di libriStanislawsky Danse macabre. Membro di IAMTW, World SF Italia e Associazione Andrea G. Pinketts, presiede la giuria del Premio Torre Crawford, di cui cura le antologie annuali; è membro delle giurie del Premio Di Marino-Segretissimo e del Premio Michele Serio; è direttore editoriale di M-Rivista del Mistero presenta (Ardita Edizioni) e della collana di spionaggio Spy Game-Storie della Guerra Fredda in ebook (Delos Digital).

martes, 17 de febrero de 2026

Vita da pulp - L'ombra di Marlowe


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi

Al detective Marlowe non si sfugge e prima o poi bisogna farci i conti. Non che lui sia infallibile: i detective della hardboiled school commettono errori, prendono botte in testa e, se non ci stanno ben attenti, si fanno rifilare un mickey finn (che, per chi non lo sapesse, è il classico drink con narcotico, purtroppo tornato alla ribalta della cronaca negli ultimi anni a scopo di abuso sessuale). Ma i personaggi di Dashiell Hammett, Raymond Chandler e i loro colleghi della rivista Black Mask e di altre pubblicazioni pulp risalenti ormai a un secolo fa erano nati in risposta agli investigatori eccentrici e geniali del mystery classico. Del resto, c'era poco da indagare su piani perfetti e camere chiuse all'epoca in cui gli omicidi avvenivano per le strade o in magazzini, a colpi di tommy gun, il classico mitra con il caricatore a tamburo.
No, a Marlowe non si sfugge... non solo perché è il detective privato più famoso della storia del noir, nei libri, alla radio, al cinema e occasionalmente in televisione, ma perché è un riferimento inevitabile per chiunque scriva un certo tipo di narrativa poliziesca in cui però il protagonista non sia inquadrato nei ranghi della polizia.
A Marlowe non si sfugge perché è il paradigma dell'eroe onesto in un mondo corrotto, un uomo imperfetto che cerca di essere migliore della società in cui vive, ma soprattutto la persona che il suo autore Raymond Chandler avrebbe voluto essere, senza però riuscirci. E va a finire che molti di noi che scriviamo storie noir vorremmo diventare Marlowe, ma rischiamo di somigliare a Chandler.

Capitò a Ian Fleming, nel dar vita a un Philip Marlowe britannico applicato al mondo delle spie; mi riferisco beninteso al James Bond letterario e in particolare a quello del romanzo Casinò Royale, dato che lo 007 cinematografico ha seguito un altro percorso prima di tornare almeno in parte all'ispirazione originaria tra il 2006 e il 2021. Capitò anche ad Andrea G. Pinketts quando creò Lazzaro Santandrea, che non è nemmeno un detective privato e vive storie che vanno oltre il noir, ma a suo modo è un Marlowe surreale in una Milano iperrealistica.
E, a pensarci bene, Chandler, Fleming e Pinketts ebbero molto in comune anche nella vita: cresciuti senza padre, con una madre dal carattere forte, uomini di cultura anche se non ostentata, infedeli alle donne e propensi all'alcool per colmare i vuoti affettivi, refrattari ai lavori convenzionali e in cerca di indipendenza attraverso il giornalismo - cui Fleming aggiunse l'esperienza nei servizi segreti, Pinketts quella del reporter investigativo - infine creatori di alter ego in cui proiettavano ciò che, appunto, sognavano di essere. Avendo condiviso venticinque anni di amicizia e lavoro con Pinketts, riesco anche a farmi un'idea di che tipo di persona potesse essere Chandler.
Non posso paragonarmi a nessuno dei tre, ma anch'io ho sempre avuto con me l'ombra di Marlowe. Più di trent'anni fa cominciai la mia carriera entrando a far parte della Scuola dei Duri, fondata a Milano da. Pinketts che si ispirava alla stagione di Black Mask. Quando pubblicai i miei primi racconti seriali sul Giallo Mondadori, con il Cacciatore di Libri mi rifacevo a Continental Op, il detective senza nome di Hammett, ma non riuscivo a trattenermi da qualche citazione chandleriana. Cercai di allontanarmi dal modello del detective raccontando le storie di Medina, problem solver al di fuori della legge, ma anche nella sua etica distorta spuntava di nuovo Marlowe. Alla fine mi arresi e cominciai a scrivere di Toni Black, che riprende il modello filtrandolo attraverso la rilettura della novela negra spagnola.

Quindi è il momento di fare i conti con Marlowe e il suo creatore. O meglio, di riaprire i conti. Un mio breve saggio intitolato Chandler contro Hollywood uscì su G-La Rivista del Giallo (edita da Il Minotauro) nell'agosto del 1997, per accompagnare la mia traduzione dell'articolo di Chandler Oscar Night in Hollywood. Il tema era quello dei difficili rapporti tra l'autore e il mondo del cinema, sia quando le sue opere venivano adattate per lo schermo, sia quando lui stesso era incaricato di scrivere una sceneggiatura, partendo da un libro altrui o da un soggetto originale. Una nuova versione dello stesso saggio, accompagnata da mie schede sugli adattamenti cinematografici e televisivi di opere dello scrittore, fu pubblicata nel 2005 nella raccolta di autori vari curata da Gian Franco Orsi Hardboiled Blues - Raymond Chandler e Philip Marlowe nella collana "I Saggi" presso Alacran Edizioni, di cui ero all'epoca direttore editoriale; ero stato io infatti a decidere il titolo del volume. Dal momento che il libro è ormai introvabile da tempo, da un po' consideravo di riprendere quel materiale per ripubblicarlo.
Alla fine del 2025 lo proposi a Luigi Pachi, curatore della collana in ebook "Atlante del Giallo" di Delos Digital, che accettò con interesse. Proprio in quei giorni, per pura coincidenza, mi venne chiesto lo script per il video anni Trenta di Certe notti di Lucky Galioso e, come ho già raccontato qui, l'ispirazione marlowesca si rivelò ineludibile. Ma, al momento di mettere mano al saggio, mi sembrava banale limitarmi a riproporre il testo e le schede così com'erano, con qualche semplice aggiornamento; soprattutto perché stavolta non erano preceduti dai testi di altri autori che esaminavano vita e opere dello scrittore.
Sicché ho fatto proprio come Chandler, quando riprendeva due o tre racconti e li usava come base per scrivere un romanzo. Ho scritto un libro nuovo in cui - come se fosse un'opera di narrativa - racconto la sua vita, il suo lavoro come scrittore e l'intero percorso cinematografico (ma anche radiotelevisivo) dei suoi personaggi, fino al Detective Marlowe di Neil Jordan del 2022. Ho pure recuperato grazie a YouTube anche adattamenti televisivi pressoché introvabili, tra cui l'episodio pilota di una serie tv, citato su IMDB benché mai andato in onda. Insomma, come al solito mi sono complicato la vita e, tra visioni e revisioni, ho impiegato più settimane del previsto. Ma oggi, 17 febbraio 2026, è uscito il mio Raymond Chandler contro Hollywood (a questo link trovate dove acquistare l'ebook sulle vare librerie online) ed è già apparsa la prima recensione, di Giulietta Iannone sul blog Liberi di scrivere. Quindi oggi sono io, con il mio trench e il mio Borsalino, che passeggio per le strade di una Los Angeles di altri tempi, proiettando l'ombra di Marlowe.


(Immagine: A. C. Cappi nella Hollywood degli anni '50, realizzata con AI)

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito su Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre settanta titoli tra romanzi, raccolte e saggi. Editor, traduttore, consulente editoriale, sceneggiatore di fumetti e fiction radiofonica, fotografo, illustratore, copywriter e videomaker, dal 1994 scrive la saga thriller Kverse, che riunisce diverse serie tra spy story e noir: MedinaNightshadeSickroseBlack e Dark Duet. Come autore di narrativa tie-in ha lavorato su Martin Mystère (vincendo nel 2018 il Premio Italia per il miglior romanzo fantasy), Diabolik e Profondo rosso. Ha dato vita inoltre alle serie Cacciatore di libriStanislawsky Danse macabre. Membro di IAMTW, World SF Italia e Associazione Andrea G. Pinketts, presiede la giuria del Premio Torre Crawford, di cui cura le antologie annuali; è membro delle giurie del Premio Di Marino-Segretissimo e del Premio Michele Serio; è direttore editoriale di M-Rivista del Mistero presenta (Ardita Edizioni) e della collana di spionaggio Spy Game-Storie della Guerra Fredda in ebook (Delos Digital).

martes, 10 de febrero de 2026

Vita da pulp - Sesso, spari e spie


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi

Qualche settimana fa l'illustre collega Denise Jane, con uno dei suoi azzeccati reels di Instagram su questioni di spionaggio nella narrativa e della realtà, osservava che qualcuno ritiene erroneamente che la spy story - categoria serissima del mystery e del thriller che ha visto all'opera romanzieri di altissimo livello come Graham Greene e John Le Carré - non sia altro che un "porno con le sparatorie".
Come giustamente ha spiegato Denise, il responsabile di questo equivoco è in buona parte lo scrittore francese Gerard De Villiers (1929-2013), sul quale torno più avanti. Un altro elemento fuorviante possono essere le copertine, come ho già spiegato in un precedente post su questo blog: dalle illustrazioni allusive nei pulp magazines di un secolo fa fino a quelle odierne di stampo fotografico per la storica collana Segretissimo di Mondadori, specializzata in romanzi spionistici, non sempre un'immagine sexy lascia intendere che una pubblicazione contenga una storia thriller, tantomeno dal sofisticato sfondo geopolitico.
Presumo nondimeno che si sappia che il sesso è una pratica ricorrente tra gli esseri umani, con amore, con consenso o con violenza, a scopo esclusivamente riproduttivo, di piacere individuale o reciproco, ma persino di sopraffazione o ricatto. La letteratura riflette il comportamento umano e chi scrive può scegliere su quali aspetti soffermarsi. Ma il sesso permane, che se ne parli o no.

In un testo di grande successo che non viene considerato pornografico - si intitola "Sacra Bibbia" - si racconta di una vedova bella e astuta di nome Giuditta che seduce e uccide il generale assiro Oloferne che minacciava Israele... Aspettate un attimo a tirare fuori gli striscioni pro-pal: sto parlando del VII secolo a.C. e quei palestinesi ancora non c'erano. La vicenda, probabilmente di pura fantasia e scritta quattro o cinque secoli dopo, è una spy story ante litteram in cui non ci viene detto cos'abbia fatto Giuditta nella tenda di Oloferne prima di tagliargli la testa, ma possiamo farcene un'idea.
In tempi più recenti, Mata Hari, la più grande donna di spettacolo del primo Novecento, fu reclutata proprio come spia perché era l'oggetto del desiderio di uomini influenti, di cui poteva raccogliere e riferire i segreti. Nel lussuoso bodello berlinese Salon Kitty, il nazista Schellenberg registrava quanto dicevano e facevano diplomatici stranieri e gerarchi del Terzo Reich, per tenere in pugno gli uni e gli altri. Negli anni '70-'80, aitanti giovanotti al servizio della STASI seducevano con lo stesso obiettivo impiegate delle agenzie di informazioni della Germania Ovest. Il sesso, insomma, ha sempre fatto parte dello spionaggio.
Ian Fleming (1908-1964), ex stratega dell'intelligence navale britannico, lo sapeva bene quando negli anni '50 creò 007, nelle cui avventure inserì qualche dettaglio erotico, sottolineando la disperata necessità di vivere di un eroe per il quale ogni fugace piacere poteva essere l'ultimo. Alla morte di Fleming, il suo editore francese ne cercò un erede, trovandolo nel giornalista Gerard De Villiers (1929-2013); questi ricalcò il modello di 007 con la lunga serie SAS, accentuando sempre più la componente sessuale, che divenne il suo marchio di fabbrica. Tuttora pubblicato da Segretissimo Mondadori, De Villiers rimane peraltro un autore importantissimo, per aver raccontato in duecento libri, in presa diretta, quasi mezzo secolo di vicende di spionaggio basate su fatti e tensioni reali della cronaca internazionale.

Capita che ci siano scene di sesso in romanzi di spionaggio, come in qualsiasi altro romanzo, ma ogni autore o autrice sceglie la misura che ritiene opportuna. Ken Follett ne mise una ne La cruna del lago, mentre nei libri di John Le Carré, quando Ann Smiley tradisce il marito con la talpa di turno, lo fa sempre fuori scena. Nei romanzi pubblicati da Segretissimo, scritti da donne e uomini, perlopiù italiane/i. può anche esserci un'occasionale pagina erotica. Ma soprattutto si trovano una certa dose di azione e una componente di indagine, che richiede un gran lavoro di ricerca e analisi geopolitica da parte di chi li scrive. Che per giunta - come sottolineava sempre Denise Jane in un altro suo reel - rende molto più comprensibile al pubblico cosa succeda davvero nel mondo.
A proposito di alcuni files parzialmente resi pubblici in questi giorni, per chi non legge spy story termini quali "trappola al miele" e kompromat sono probabilmente incomprensibili. Ma in quel caso uno degli obiettivi dell'abuso su scala industriale di creature innocenti consegnate a pericolosi e ricchi maniaci era proprio raccogliere materiale compromettente sul conto di questi ultimi, da usare al momento opportuno per estorcerne obbedienza e informazioni.
E, per chi non legge spy story, è facile credere a una versione solo parziale dei fatti: i responsabili di tutto ciò, si dice in giro, sarebbero stati esclusivamente al servizio del paese nemico di Oloferne (okay, adesso potete tirare fuori gli striscioni pro-pal). Ma in questo caso "i soliti sospetti" sono due: come risulta dagli stessi files, c'è di mezzo un'altra organizzazione segreta, di un altro paese, i cui interessi sono perfettamente allineati al primo. Quindi in effetti sì: nello spionaggio ci sono sesso, sparatorie e anche molto peggio. Però questo accade innanzitutto nella realtà.

(Immagine realizzata con AI per la copertina di Spie in fuga, Delos Digital, 2025, di A. C. Cappi)

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito su Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre settanta titoli tra romanzi, raccolte e saggi. Editor, traduttore, consulente editoriale, sceneggiatore di fumetti e fiction radiofonica, fotografo, illustratore, copywriter e videomaker, dal 1994 scrive la saga thriller Kverse, che riunisce diverse serie tra spy story e noir: MedinaNightshadeSickroseBlack e Dark Duet. Come autore di narrativa tie-in ha lavorato su Martin Mystère (vincendo nel 2018 il Premio Italia per il miglior romanzo fantasy), Diabolik e Profondo rosso. Ha dato vita inoltre alle serie Cacciatore di libriStanislawsky Danse macabre. Membro di IAMTW, World SF Italia e Associazione Andrea G. Pinketts, presiede la giuria del Premio Torre Crawford, di cui cura le antologie annuali; è membro delle giurie del Premio Di Marino-Segretissimo e del Premio Michele Serio; è direttore editoriale di M-Rivista del Mistero presenta (Ardita Edizioni) e della collana di spionaggio Spy Game-Storie della Guerra Fredda in ebook (Delos Digital).

sábado, 7 de febrero de 2026

Vita da pulp - L'ultima spiaggia di Milano-Cortina



Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi

Non sono, lo ammetto, uno "sportivo". Nel senso che non solo non pratico sport, ma raramente piazzo le chiappe sul divano per guardare altri che lo fanno: non ne ho mai avuto neanche il tempo. Ma la sera del 6 febbraio 2026, mentre cenavo con alle spalle il televisore, cui lanciavo qualche occhiata occasionale, ho seguito in diretta dalla tv spagnola la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Tra parentesi, da quanto ho letto in giro, pare che ascoltare la telecronaca in spagnolo fosse meglio che sentire quella in italiano della RAI.
Non ho seguito l'intero programma, ma ne ho visto poi vari frammenti il giorno dopo all'ora di pranzo da RTVEPlay. A quanto ho intravisto, è stato tutto sommato un bello spettacolo, di cui la cosa che ho apprezzato di più è stato l'intervento della sempre stupenda Brenda Lodigiani. Ma un paio di dettagli mi avevano dato fastidio in diretta. Il primo è stato vedere gli smisurati testoni in cartapesta di Rossini, Verdi e Puccini sulle spalle di tre ballerini, un modo di banalizzare la grande musica italiana che mi ha ricordato una certa arroganza ignorante della Milano craxiana e pseudosocialista degli anni Ottanta.
Oltretutto... la lirica italiana, rappresentata storicamente al Teatro alla Scala di Milano, sarebbe tutta lì? E Mascagni? E Leoncavallo? Ah, già, a Milano la parola "Leoncavallo" può destare associazioni di idee vagamente fastidiose: era il nome del celebre centro sociale che dal 1975 occupava lo stabile nella via omonima. Oltretutto è meglio non rispolverare la storia milanese di quegli anni: qualcuno si potrebbe persino ricordare che l'attuale Presidente del Senato, a Milano il 12 aprile 1973, era alla testa della manifestazione (di estrema destra) in cui una bomba a mano lanciata da un neofascista uccise il poliziotto Antonio Marino.

Ma sto divagando e rischio per giunta qualche tentativo di censura su questo blog. Quello che volevo dire riguarda invece i testoni dei tre poveri musicisti, che a un certo punto sono stati obbligati a ballonzolare al ritmo di una canzonetta riguardante Milano-Cortina, sulle note di Vamos a la playa dei Righeira.
Orbene: in Italia la maggior parte della gente non conosce le lingue straniere. In particolare, si ritiene che per dire qualcosa in spagnolo (una lingua parlata "soltanto" da seicento milioni di persone nel mondo) basti aggiungere, ridacchiando, una "s" in coda a una qualsiasi parola italiana. Pertanto non tutti, dal 1983 a oggi, si sono accorti di quale argomento trattasse la canzone Vamos a la playa, credendo che parlasse di sole, mare e abbronzatura.
Non so se gli autori di Vamos a la playa ne fossero pienamente consapevoli (presumo di sì) ma stavano citando il romanzo L'ultima spiaggia (On the Beach, 1957) di uno scrittore britannico emigrato in Australia, Nevil Shute, che dagli antipodi racconta gli ultimi giorni dell'umanità, in attesa di morire dopo il fallout radioattivo causato dalle esplosioni nucleari della Terza guerra mondiale. Il titolo viene dalla poesia di T. S. Eliot Gli uomini vuoti : "... riuniti sulla spiaggia del tumido fiume. È così che il mondo finisce... Non con un rombo, ma con un gemito." Dal romanzo L'ultima spiaggia fu tratto l'omonimo film del 1959 diretto da Stanley Kramer con Gregory Peck, Ava Gardner, Anthony Perkins e Fred Astaire, seguito da un apprezzabile remake del 2000 di Russel Mulcahy con Armand Assante e Rachel Ward.

Il testo di Vamos a la playa, uscito lo stesso anno dell'agghiacciante film The Day After di Nicholas Meyer sull'apocalisse nucleare, parla dell'esplosione della bomba, di vento radioattivo, dell'estinzione dei pesci nel mare. È una canzone tragica travestita da "tormentone estivo", termine che forse fu coniato proprio per questo brano.
Non so se chi ha adattato la canzone per la cerimonia inaugurale delle XXV Olimpiadi invernali ne fosse pienamente consapevole (presumo di no), ma questo brano, nel 2026, non è di buon auspicio. Non quando a Milano arriva lo staff di un governo che sta soffocando la democrazia nel Paese che dovrebbe esserne il simbolo, scortato dalle squadre della morte che si sono appena distinte a Minneapolis. Non quando alla Casa Bianca c'è un pedofilo narcisista e psicotico che non rinnova il trattato START sul controllo delle armi nucleari, giustificando quindi il suo padrone russo se fa lo stesso. (A proposito: mando un saluto ai bots che da San Pietroburgo seguono fedelmente questo blog.)
Mentre la cerimonia inaugurale invoca la pace nel mondo, il vento radioattivo minaccia nuovamente di spirare. Il lato positivo è che, il day after, avremo problemi più grossi della carenza di democrazia o delle teste di cartapesta dei musicisti.

(Immagine: fotografia di A. C. Cappi)

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito su Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre settanta titoli tra romanzi, raccolte e saggi. Editor, traduttore, consulente editoriale, sceneggiatore di fumetti e fiction radiofonica, fotografo, illustratore, copywriter e videomaker, dal 1994 scrive la saga thriller Kverse, che riunisce diverse serie tra spy story e noir: MedinaNightshadeSickroseBlack e Dark Duet. Come autore di narrativa tie-in ha lavorato su Martin Mystère (vincendo nel 2018 il Premio Italia per il miglior romanzo fantasy), Diabolik e Profondo rosso. Ha dato vita inoltre alle serie Cacciatore di libriStanislawsky Danse macabre. Membro di IAMTW, World SF Italia e Associazione Andrea G. Pinketts, presiede la giuria del Premio Torre Crawford, di cui cura le antologie annuali; è membro delle giurie del Premio Di Marino-Segretissimo e del Premio Michele Serio; è direttore editoriale di M-Rivista del Mistero presenta (Ardita Edizioni) e della collana di spionaggio Spy Game-Storie della Guerra Fredda in ebook (Delos Digital).