miércoles, 21 de octubre de 2015

Milano, autunno 2015: scrittori, lettori e peccatori

Cappi & Pinketts al Balubà (Foto Gaia Panni) 

Articolo di Andrea Carlo Cappi

Lo sappiamo, mantenere un blog richiede una certa continuità, laddove i qui presenti peccatori ogni tanto sono costretti a sparire a causa di orari di lavoro proibitivi. Così non abbiamo fatto in tempo a segnalarvi da qui la partenza della nuova stagione di incontri letterari milanesi che prosegue il discorso di "alcool, libri e risate" della scorsa primavera. Vediamo di rimediare, con tanto di programma dei prossimi appuntamenti in fondo a questo articolo.
Un breve riassunto: ventitré anni fa lo scrittore Andrea G. Pinketts avviò una serie di incontri intitolata Seminario per giallo e bar, che non solo continua da allora - spostandosi di volta in volta in diversi locali milanesi - ma ha dato vita a ulteriori eventi occasionali e altri cicli di incontri come quelli di Borderfiction (legati al sito Borderfiction.com) e si è contaminata con presentazioni di mostre e interventi musicali. La formula si allontana dal prototipo della noiosa presentazione che molti si aspettano quando si parla di libri. E tutto questo avviene senza fondi, sussidi o contributi di sorta, solo con l'attiva collaborazione dei locali che ospitano eventi e manifestazioni, e l'attività di "volontariato culturale" di organizzatori e conduttori.
Fabio Viganò e Andrea G. Pinketts a Le Trottoir

Ora la sede ufficiale degli incontri pinkettsiani è il Balubà Café Restaurant di via Carlo Foldi 1, a pochi passi da piazza S. Maria del Suffragio e quasi di fronte alle scuderie di Radetzky, dove si comincia alle 19.30 con l'aperitivo.
Molti eventi si svolgono invece a Le Trottoir, locale nato parecchi anni fa in corso Garibaldi e ormai stabilitosi da tempo alla Darsena - ora finalmente libera dai cantieri pre-Expo - per la precisione in uno degli storici dazi di piazza XXIV maggio. Qui, sino a dicembre, è possibile visitare la mostra Dai futuristi alla street art, di cui abbiamo già parlato la scorsa estate e che vede in esposizione, tra gli altri, opere di Modigliani e Warhol.
Continuano, anche se non più con la cadenza settimanale dei primi anni, le serate Borderfiction all'Admiral Hotel in via Domodossola 16, noto anche perché ospita l'unico museo in Europa dedicato al personaggio di James Bond 007 (gli altri si trovano negli USA e in Giappone).

E qualcosa sta per capitare anche in via Ascanio Sforza 47, sede di parecchi incontri nel periodo in cui è stato il Torchietto Bistrò e adesso tornato in attività sotto il nome di KeBabbo, raffinato fast-food di matrice greca.Borderfiction ha cominciato in settembre all'Admiral con la presentazione dei tre speciali estivi di grandi successno nelle collane da edicola/ebook di Mondadori: le antologie di autori vari Delitti in giallo (Giallo Mondadori), Noi siamo legione (Segretissimo) e la raccolta di Dario Tonani Cronache di Mondo9 (Urania), per continuare in ottobre, la sera del 21 con la serata dedicata a SPECTRE a Roma di Marco Donna (ebook Delos), guida che porta il lettore nelle location del nuovo film di 007 nella capitale.
Dopo una serata di blues con Cesare Grapelli a fine settembre, poi replicata, tra le prime serate della nuova stagione al Balubà, quella inaugurale di giovedì primo ottobre ha visto ospite il jazzman Gaetano Liguori con la sua avventurosa autobiografia Confesso che ho suonato (Skira), occasiona anche per ascoltarlo dal vivo. Gli incontri successivi hanno visto ospite me - sotto le mentite spoglie di François Torrent - con Agente Nightshade: Bersaglio ISIS (Segretissimo Mondadori) e Matteo Ferrario con Il mostro dell'hinterland (Fernandel), non uno psychothriller come potrebbe far pensare il titolo, bensì un romanzo psicologico con agganci alla realtà e riflessioni mediatiche.

Gaetano Liguori suona al Balubà


Ma intanto ecco il programma dei prossimi appuntamenti milanesi (che verrà aggiornato volta per volta, quindi tenete d'occhio questa pagina!)

Balubà, v. C. Foldi 1, venerdi 23 ottobre 21.30
presentano Pinketts & Cappi

KeBabbo, v. A. Sforza 47, martedì 27 ottobre 21.30
Giuseppe Foderaro
presenta Cappi

Balubà, v. C. Foldi 1, giovedì 29 ottobre 21.30
Fabio Mundadori
Dove scorre il male (Damster)
presentano Cappi & Sciortino

Le Trottoir, p. XXIV maggio 1, martedì 3 novembre 20.30
Andrea Carlo Cappi e Fabio Viganò
Il Rifugio dei Peccatori (sì, proprio questo blog!)
presenta Paolo Sciortino
con la partecipazione di Andrea G. Pinketts

Balubà, v. C. Foldi 1, giovedì 5 novembre, 21.30
Giuseppe Peruzzo
Atrox (serie a fumetti, QPress)
presentano Pinketts e Cappi

KeBabbo, v. A. Sforza 47, martedì 10 novembre, 21.30
Il Re dei Topi di Cristiana Astori
Le avventure di Mister Noir di Sergio Rilletti

Medina: Milano da morire di Andrea Carlo Cappi
editi da Collana M, Cordero Editore.

Balubà, v. C. Foldi 1, giovedì 12 novembre, 21.30

Giorgio Bastonini
Un piemme non omologato in una storia di provincia (Ego)
Presentano Pinketts & Cappi

Admiral, v. Domodossola 16, mercoledì 18 novembre, 21.30
Pierluigi Porazzi
Azrael (Marsilio)
presentano Giancarlo Narciso e Andrea Carlo Cappi

Grani & Braci, v. C. Farini ang. v. G. Ferrari, giovedì 19 novembre 20.30, la cena Incontro con quattro spie con
Patrizia Calamia e il suo La killer senza nome (Gelmini)
Stefano Di Marino e il suo Eroi dell'ombra (dbooks)
Marco Donna e il suo SPECTRE a Roma (ebook Delos)
conduce Stefano Di Marino

la stessa sera
Balubà, v. C. Foldi 1, giovedì 19 novembre, 21.30
Numa Echos
Sogni di lucida-mente (Caosfera)
presenta Andrea G. Pinketts

Caffé Scala, v. S. Margherita 14, mercoledì 25 novembre, 18.30

Cristina Bonetti presenta il suo romanzo
Civico 22

Admiral, v. Domodossola 16, mercoledì 25 novembre, 21.30
Crimen, la nuova rivista di cronaca nera
presentano Andrea Carlo Cappi ed Edoardo Montolli
Balubà, v. C. Foldi 1, giovedì 26 novembre, 21.30
James Bond 007 - Rinnovo di licenza di John Gardner (Edizioni Cento Autori) nella traduzione di A. C. Cappi
presenta Andrea G. Pinketts
(Il previsto incontro con Stefania Nardini è rinviato al 2016)
presentano Pinketts e Cappi

DVerso, v. Felice Casati 24, lunedì 30 novembre, 21.30
Appuntamento in giallo tra  letteratura e cronaca: Da Ian Fleming a "Bersaglio ISIS" con Andrea Carlo Cappi
presenta Salvo Papale
Admiral, v. Domodossola 16, mercoledì 2 dicembre, 21.30
l'antologia di fantascienza Altrisogni, vol.1 (dbooks.it)

con autori e curatori del progetto
presenta Andrea Carlo Cappi


Balubà, v. C. Foldi 1, giovedì 3 dicembre, 21.30

Ferdinando Pastori
Rosso bastardo
 (Edizioni Clandestine)
presentano Pinketts e Cappi

Admiral, v. Domodossola 16, mercoledì 9 dicembre, 21.30

Enrico Luceri
Lacrime di donne tradite (Delos Digital)

presentano Cappi e Di Marino

Balubà, v. C. Foldi 1, giovedì 10 dicembre, 21.30
un'irriverente serata prenatalizia con Andrea Di Gregorio e il suo libro Le feste mi  colgono sempre impreparato (Alessandro Donadioni Editore)
presentano Pinketts e Cappi


Fabio Viganò e Paolo Sciortino a Le Trottoir

lunes, 5 de octubre de 2015

Agente Nightshade: Bersaglio ISIS



Recensione di Fabio Viganò


Giovedì 8 ottobre, ore 21.30, a Milano, presso il Balubá Café Restaurant in via Carlo Foldi 1 (vicino a piazza S. Maria del Suffragio) Andrea G. Pinketts presenta il romanzo Agente Nightshade: Bersaglio ISIS di François Torrent (alias Andrea Carlo Cappi). Sarà presenta l'autore. Ingresso libero. La serata avrà inizio alle 19.30 con aperitivo e buffet a 8 euro. Il libro edito da Segretissimo Mondadori è in edicola sino alla fine di ottobre (5,90€) e disponibile senza limiti di tempo in ebook (3,99€) sulle principali piattaforme.

Non è finzione. È, purtroppo,la realtà. È la realta di ogni giorno fatta di silenzi e di omertà volute, forse dovute. La realtà, fatta di vita e di morte. Una realtà sporca di sangue. La realtà è distrutta col nostro sangue, giorno dopo giorno.
Non è soltanto romanzo. È testimonianza precisa e attenta di una storia scritta col sangue dove i presunti martiri si confondono, si mescolano ai veri martiri; dove la dimensione umana diviene evanescente e sfuma nella dissolutezza dell’ipocrisia,  dell’ideologia e del danaro.
Certamente nell’ultimo libro di François Torrent vi è anche una componente fantasiosa. Stupisce la semplicità con cui l’autore riesce a descrivere in modo obiettivo e razionale il mondo della criminalità che ci circonda, non disdegnando talvolta del sagace sarcasmo in un romanzo dalla suspense continua, pulsante di emozioni, che trattiene il lettore col fiato sospeso in ogni parte del villaggio globale.
È un duello. Un duello che non può che essere se non all’ultimo sangue. Persino il lessico è ben giocato, in un ordito che, purtroppo, non ci è sconosciuto. Narra trame che fanno ormai parte del vivere quotidiano. L’analisi è diversa. È spietata e possibile… persino auspicabile. Nightshade sarà anche un’assassina al soldo dei servizi segreti, come lo è Medina. Ma sono personaggi surreali, inventati. L’ISIS, come tutti i terroristi, non lo è!
Questo è un romanzo alternativo che narra di cose possibili, che ci racconta la nostra storia, nel bene e nel male, come nessuno forse l’ha mai raccontata. Solo ora apprendiamo che dopo gli indigenti insoddisfatti e ideologizzati delle banlieue di Parigi e i foreign fighters, i santoni dell’ISIS utilizzano ignari “kamikaze bambini” per attuare i loro loschi propositi di trafficanti di morte. Distruggono tutto… Uccidono tutto! A voi, uomini e donne del presunto stato islamico, un avvertimento. State attenti! Nightshade e Medina sono in azione… ISIS delendus est!




sábado, 3 de octubre de 2015

Segretissimo: quando il romanzo è cronaca



Sproloquio di Andrea Carlo Cappi

Una mia storica fidanzata mi diceva sempre, già quasi vent'anni fa, che arrivare primi è un errore. E lei se ne intendeva, occupandosi di marketing. Di fatto essere i pionieri su qualsiasi territorio, compreso quello in cui lavoro io, ovvero il campo della narrativa e dell'editoria, spesso è sbagliato. Non bisogna mai essere troppo innovativi, si è più premiati se si sfrutta a posteriori un fenomeno alla moda, meglio se in modo imitativo, senza troppi sforzi di originalità.
Ma è una lezione che non riesco mai a imparare. Forse perché sono contagiato dall'entusiasmo che ormai da tempo riempie la redazione di "Segretissimo" Mondadori, in cui succedono cose importanti che forse passano inosservate ai media - si tratta di libri destinati a lettori, non di prodotti destinati a non-lettori, quindi cose di cui è pericoloso parlare in televisione - ma per fortuna sono notate dal pubblico... o almeno da quel tipo di pubblico formato da decine di migliaia di persone che un certo tipo di marketing definisce con disprezzo "di nicchia". Ma sono anche le persone che tengono in piedi l'editoria.
Intanto forse occorre spiegare cosa sia "Segretissimo" (dando per scontato che si sappia cos'è Arnoldo Mondadori Editore). Nel 1929 la casa editrice milanese aprì una collana chiamata "I Libri Gialli" che ben presto acquisì una grafica molto precisa (copertina gialla e immagine racchiusa in un cerchio rosso), che passò anche ai "Gialli economici" formato rivista, destinati all'edicola. Da questa collana nacque il termine giallo, usato tutt'oggi per indicare un delitto irrisolto. Dopo una sospensione negli ultimi anni del fascismo, "Il Giallo Mondadori" tornò in edicola nel 1946 e continua tuttora le sue pubblicazioni. Nel 1952 nacque una collana parallela chiamata "Urania", dedicata alla fantascienza e anch'essa oggi in piena attività, riconoscibile dalla stessa grafica del "Giallo", ma su fondo bianco. Infine nel 1961, in piena Guerra Fredda, ebbe inizio un'altra collana da edicola affine a "Il Giallo Mondadori", dedicata esclusivamente a un particolare sottogenere del thriller, il romanzo di spionaggio, che assunse dopo qualche tempo la stessa grafica della collana madre, ma su fondo nero.
"Segretissimo" affrontava e affronta in chiave thriller-avventurosa i temi dello spionaggio e dell'intrigo internazionale. A molti dei romanzi di questa collana sono legati serie tv (Partita a due, L'uomo dell'UNCLE da poco riapparso al cinema, fino a 24), serie cinematografiche (OSS 117, il primissimo personaggio seriale della collana, ripreso di recente in Francia dal regista Michel Hazanavicius e dall'attore Jean Dujardin, l'accoppiata premio Oscar di The Artist; ma anche Coplan o Matt Helm) e altri film celebri: cito al volo Il sipario strappato di Alfred Hitchcock e Il nostro agente Mackintosh di John Huston, entrambi interpretati da Paul Newman. Ma di grande successo erano pure la serie narrative che non avevano sbocchi sullo schermo o ne hanno avuti pochissimi. Tra queste SAS del francese Gérard De Villiers, che con duecento romanzi nell'arco di mezzo secolo e cento milioni di copie vendute nel mondo è considerata da "The New York Times" la più grande serie spionistica di tutti i tempi.
A parte qualche balzo nel passato per parlare della Seconda guerra mondiale o qualche occasionale puntata verso la fantatecnologia, la caratteristica fondamentale di "Segretissimo" è sempre stata raccontare in chiave romanzesca ciò che succedeva a livello geopolitico. Al pari del "Giallo" e di "Urania", "Segretissimo" era narrativa popolare che le persone di cultura non si vergognavano a leggere, anche quando in certi romanzi si notava un intento propagandistico filo-americano; e anche se le copertine (opera del pittore Carlo Jacono, che illustrava nel contempo anche il "Giallo"), rifacendosi alla tradizione delle riviste pulp americane anteguerra, mostravano ragazze in bikini o negligé che turbavano gli animi dei democristiani di ferro. Ma all'epoca "Segretissimo" non era considerato "roba da maschi" e veniva letto liberamente anche dalle donne senza che gli autori fossero accusati di maschilismo. Ovviamente, all'epoca non tutti gli intellettuali avevano bisogno di verniciarsi di una patina di disprezzo verso la cultura di massa. E, per le femministe, il fatto che le protagoniste di "Segretissimo" avessero da tempo bruciato i reggiseni, facessero gli stessi lavori degli uomini e fossero padrone della propria sessualità era visto ancora come positivo.
Se finora l'autore di maggior successo della collana rimane Gérard De Villiers, il cui ultimo romanzo è uscito postumo quest'estate e di cui è partita da alcuni mesi una collana cronologica di riedizioni, è anche vero che da vent'anni trionfa la serie di romanzi Il Professionista di Stephen Gunn (pseudonimo di Stefano Di Marino). È l'autore più famoso di quella che ormai è nota come "Italian Foreign Legion" o semplicemente "Legione": gli scrittori italiani che, con il loro nome (per esempio Secondo Signoroni, Claudia Salvatori o... Andrea Carlo Cappi) o con una falsa identità dal suono esotico coniata per l'occasione (Jack Morisco alias Giancarlo Narciso, Gianfranco Nerozzi alias Jo Lancaster Reno e molti altri... tra cui di nuovo Andrea Carlo Cappi alias François Torrent) hanno ormai occupato la collana con romanzi spesso più intensi di quelli oggi scritti dai loro colleghi stranieri.
Il pregiudizio ormai tramontato con la letteratura gialla di produzione nazionale vige ancora in altri campi, tra cui la spy-story: il prodotto italiano non è sempre visto di buon occhio. In effetti, dato lo scarso - per non dire nessuno - spazio che i media riservano agli autori nostrani di spionaggio, non si può pretendere la fiducia a priori. Ecco perché ancora oggi firmo la serie Nightshade con lo stesso pseudonimo che ho dovuto coniare nel 2002, François Torrent, benché i lettori sappiano ormai chi c'è dietro, non solo perché è scritto apertamente nella biografia dell'autore, ma anche perché Carlo Medina, personaggio di cui dal 1994 ho firmato con il mio vero nome storie prima per "Il Giallo Mondadori" e poi per "Segretissimo", appare in questa serie come "spalla" (e al momento anche amante) di Mercy "Nightshade" Contreras.
E qui veniamo finalmente al mio "difetto" di essere più avanti della media. Quando ventun anni fa uscì in "Supergiallo Mondadori" n.1 la mia prima storia con Medina, personaggio che avevo in mente fin dagli anni Settanta, da una parte ero perfettamente puntuale, data la netta somiglianza tra il mio personaggio e il signor Wolf di Tarantino; dall'altra ero in anticipo, perché per i temi trattati in quello e in racconti successivi coniai una nuova definizione: "marketing thriller"; una quindicina di anni dopo vidi su una novità libraria la dicitura "il primo marketing thriller". Grazie tante. Del resto anche il mio titolo Milano da morire risultava così efficace che la Rizzoli mi chiese il permesso di usarlo per un suo saggio nella BUR (in cambio del favore ho chiesto un paio di cose che naturalmente si sono dimenticati di darmi), sicché la riedizione delle prime storie con Medina presso Cordero Editore è uscita di recente con il titolo Medina-Milano da morire, per evitare confusioni.
Lo stesso problema di "essere più avanti" si ripropone oggi. Al principio dell'estate del 2013 ho deciso di occuparmi di Medio Oriente con un romanzo che idealmente inaugurava un nuovo ciclo della serie Nightshade, intitolato Programma Firebird. Era ambientato negli stessi giorni in cui lo stavo scrivendo e toccava una questione di cui in quel momento pochi in Italia si stavano occupando, cioè la guerra in Siria. Sembrava che da noi non importasse molto di un conflitto che macinava vittime innocenti, bambini compresi. Il libro fu in edicola da Segretissimo Mondadori nel mese di dicembre del 2013 (quindi con diffusione e vendita che nell'arco di soli trenta giorni erano pari a quella di un bestseller in libreria) e da allora è disponibile in ebook.
Nel romanzo dipingevo la complessa situazione siriana e citavo un'organizzazione emergente, all'epoca ancora affiliata ad al-Qaeda, la quale con brutalità estrema perseguitava i gruppi che cercavano semplicemente di liberarsi della dittatura di al-Assad sull'onda della Primavera Araba. Lo scopo dell'organizzazione era assumere il controllo del territorio tra Siria e Iraq, e della guerra civile siriana, imponendo la propria legge.
Quell'organizzazione si chiamava ISIS. Ancora quasi non se ne parlava sui giornali e credo proprio che fosse la prima volta che veniva nominata in un romanzo. Nel libro alcuni personaggi devono fare una scelta difficile: tutelare al-Assad, per cui non hanno alcuna simpatia, consci del fatto che si sta consolidando una minaccia ancora peggiore. Precisamente il problema che si pone oggi tra Washington, Parigi e Mosca.
All'inizio del 2015 ho scritto un nuovo romanzo, Agente Nightshade: Bersaglio ISIS, in cui torno alla situazione siriano-iraqena: parlo del ruolo nell'area dell'Iran, della Russia, degli USA e affronto la questione degli attentati di Parigi di gennaio, che avvenivano proprio mentre stavo lavorando al libro.
Pochi giorni prima che uscisse il romanzo, a fine agosto 2015, ho letto via Internet un articolo che annunciava il nuovo libro di Marco Buticchi come "il primo romanzo di avventure che parli dell'ISIS". Ovvio che uno scrittore ha ogni diritto (e a volte anche il dovere) di affrontare tutti gli argomenti che ritiene importanti, specie se sono di attualità, ma ovvio anche che l'autore dell'articolo non sapeva che si trattava del secondo romanzo (che per questione di solo un paio di giorni non è stato addirittura il terzo). Ma è probabile che per i media, il cui disinteresse per "Segretissimo" è ormai colpevolmente abituale, quello dell'illustre collega resterà l'unico romanzo ad avere trattato questo argomento.
Mi conforta constatare che il pubblico sta accogliendo con molto interesse Bersaglio ISIS, il mio primo romanzo in "Segretissimo" a godere di ben due mesi di permanenza in edicola. E a conquistare anche lettori che non avevano mai letto alcun libro di questa storica collana in cui, fin da quando ho deciso che sarei diventato uno scrittore di thriller, ho sempre sognato di pubblicare.
Certo, scrivere una spy-story non è così semplice come si può credere. Non basta avere visto un paio di film. Ho cominciato a studiare l'argomento quando avevo più o meno quattordici anni e dalle mie ricerche è uscito nel 2010 il volume Le grandi spie, tuttora disponibile in ebook da Vallardi. Ma, per ovvie ragioni, ogni singolo romanzo di spionaggio richiede un complesso lavoro di documentazione specifica.
In questo, al fine di renderne comprensibili le sfumature al lettore, ho voluto ricostruire la storia dell'ISIS fin dal principio, sfatando molte delle dicerie che capita di sentire ripetere in giro. E ho sottolineato anche un aspetto misterioso dei fatti legati a "Charlie Hebdo": lo stesso giorno dell'attentato alla redazione della rivista, verso sera, un uomo è stato inseguito e ferito a colpi di pistola in un parco alla periferia di Parigi. Si è salvato per miracolo e ha descritto l'aggressore come un bianco europeo. Tuttavia i proiettili che lo hanno colpito sarebbero risultati compatibili con quelli di una delle armi da fuoco trovate addosso all'attentatore del supermercato di Vincennes, che era decisamente un nero africano e abitava peraltro nei pressi del parco in cui era avvenuto il tentato omicidio. C'è qualche conto che non torna. 
Agente Nightshade: Bersaglio ISIS rispetta, almeno nelle intenzioni dell'autore, quella che è sempre stata la tradizione di "Segretissimo": raccontare una storia di avventure che intrattiene e appassiona i lettori, ma al tempo stesso mostra loro uno scorcio di realtà che non sempre appare al telegiornale. In questo caso, non è apparso fino a quando l'ISIS non ha minacciato l'Europa e i profughi siriani non hanno bussato alle nostre porte, ricordandoci qualcosa che per anni abbiamo cercato di ignorare.

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domingo, 23 de agosto de 2015

L'ultimo paradiso del flamenco

Carmen de Pau (foto di A. C. Cappi)

Sproloquio di Andrea Carlo Cappi


Salve a tutti. Rimando a domani la nuova puntata di Capriccio espagnol e intanto vi parlo di quello che per me è diventato il tema dell'estate: il "ritorno" del flamenco.
La mia famiglia è legata alla Spagna da tre generazioni, contando anche me, e dal 1973 sono passato da Maiorca almeno una volta all'anno, spesso di più. Abbiamo visto la fine del franchismo e l'arrivo della democrazia, trepidato (dall'Italia) durante il tentato golpe a Madrid del 1981 e (a Maiorca) in occasione dell'ultimo attentato dell'ETA, nell'estate del 2009, costato la vita a due giovani della Guardia Civil.


La Toñi (foto di A. C. Cappi)

Qui ho imparato spagnolo e inglese, le lingue che da oltre vent'anni mi permettono di lavorare come traduttore. E qui torno ogni volta che posso per avere davanti agli occhi, anche mentre lavoro, uno dei miei panorami preferiti. Molti miei romanzi e racconti sono nati ai tavoli di un bar-ristorante sulla spiaggia di Magalluf che da diversi anni va sotto il nome di "El Ultimo Paraiso": ricorda un po' quello in cui si rifugia James Bond in Turchia nel film Skyfall, ma per fortuna qui non occorre dimostrare il proprio coraggio bevendo alcolici di dubbia fattura con uno scorpione che passeggia sulla mano.
La piacevole sorpresa di quest'anno: uno dei due fratelli che mandano avanti il Paraiso non solo si è rivelato un chitarrista flamenco, ma ha cominciato a organizzare settimanalmente spettacoli di musica e ballo abbinati a una cena con paella e sangría. Se le ultime due sono piuttosto facili da trovare da queste parti, non si può dire lo stesso del flamenco.
Così ogni venerdì sera alle nove sono in prima fila ad ascoltare le chitarre di Miguel Crespo ed Estéban Sánchez e assistere allo spettacolo in cui ho visto alternarsi sinora quattro bailaoras diverse. E sono ben lieto di ritrovare qualcosa di spagnolo... in Spagna, scoprendo anzi che il flamenco sull'isola ha tuttora un seguito molto vasto ed è coltivato anche dalle nuove generazioni.
Come molte tracce della cultura spagnola, temevo che anche il flamenco, che da sempre è una delle colonne sonore della mia vita oltre che di parecchi miei libri, stesse cominciando a sparire dall'area. I motivi? Da una parte una sorta di crescente globalizzazione. Questa è una zona molto turistica dell'isola, da anni poco abitata d'inverno e molto affollata d'estate, soprattutto da ragazzi in cerca di chiasso e alcool. Per molti di loro, soprattutto i britannici, non fa differenza se si trovano in Spagna o in Grecia e non sarebbero in grado di distinguere l'una dall'altra. Non a caso alcuni anni fa Magalluf (in marzo!) ha "interpretato" una località greca in un film sulle vacanze estive dei teenager inglesi, con la semplice aggiunta di insegne posticce su qualche bar e il travestimento ellenico di una cabina telefonica. La musica che si sente per le strade è quella che si sente dappertutto e di spagnolo sembra essere rimasto ben poco.
Ma dall'altra parte c'è un ulteriore elemento da non sottovalutare. Soffocata dal regime fino a metà degli anni Settanta, la lingua catalana - con la cultura di tutto rispetto a essa relativa - è riemersa grazie alla Costituzione del 1978 che dava spazio all'autonomia e al bilinguismo in varie zone della Spagna. E, come tutte le volte che una cosa viene repressa a lungo, c'è il rischio che quando torna diventi a sua volta oppressiva. Già nei primi anni Ottanta a Barcellona la segnaletica stradale era monolingue e certi negozianti si rifiutavano di rispondere in castigliano (ovvero lo spagnolo, una delle lingue più parlate nel mondo, a differenza del catalano) anche a clienti stranieri che gli si rivolgevano in quella che, in ogni caso, restava uno degli idiomi ufficiali.
Il fenomeno si è poi esteso anche alle Baleari. Non solo nelle scuole si insegna il catalano, ma alcune materie sono insegnate in catalano. Per ottenere alcuni posti di lavoro è obbligatoria la conoscenza del catalano... in un'area in cui, data la presenza dei turisti, la popolazione locale si sforza di parlare non solo inglese, ma anche l'italiano o il russo. Ci sono poi due dettagli fondamentali. Primo, il catalano non è propriamente la lingua delle Baleari: i dialetti locali sono una forma di catalano più arcaico, che ha oltretutto un illustre rappresentante in Ramon Llull (o Raimondo Lullo), filosofo maiorchino medievale; quindi molti autoctoni vedono questa lingua come un'imposizione che arriva da Barcellona. Secondo, il settore turistico ha sempre attirato lavoratori da tutta la Spagna e, oggi, anche dall'America Latina. Un mondo intero di persone unite dalla lingua castigliana... e in qualche modo discriminate mediante il catalano.
Giusto oggi dalla Catalogna in pieno fermento indipendentista - qualcuno di recente, sul modello di grexit ha coniato l'espressione catalexit - giungeva la proposta di costruire un grande paese catalano, separato dalla Spagna e fuori dall'euro. Uno stato che includerebbe - presumo come colonia - anche le Baleari. Mi auguro che l'idea non abbia seguito... e ve lo dice uno che, come proprio pseudonimo per una serie di libri con protagonista una ballerina di flamenco sivigliana, ha scelto il cognome catalano "Torrent". Ma in questo clima, qualcuno vede ciò che viene da altre zone della Spagna come il Male.

Per fortuna ogni tanto si trovano persone con una più ampia visione culturale, che unisce la tradizione andalusa alla paella valenciana e alla sangría, che forse ha origine (come del resto alcuni stili del flamenco) tra gli spagnoli emigrati oltremare e poi tornati in patria. Vi lascio ai video con Inma Crespo e Ika Santiago e rimango in attesa che qualche referendum sancisca se la crema catalana è indipendentista oppure si possa considerare catalana, spagnola ed europea.




miércoles, 19 de agosto de 2015

Ayrton Senna: l''importanza di essere uomo



Articolo di Fabio Viganò

Non vogliamo parlare del pilota. Troppo si è detto… Lui ha sempre parlato con i fatti. L’unica verità è che Ayrton Senna amava correre. Amava il suo lavoro. Quando lo vedevi entrare nell’abitacolo della sua monoposto di F1, concentratissimo, si poteva essere certi di una cosa: avrebbe dato il massimo.
Dare il massimo di sé era nella sua naturale essenza di uomo. Lo vedevi schizzar fuori dai box in preda a una sorta di “divina mania”. In quel momento iniziava la sua danza: quasi fosse in simbiosi con la vettura, affrontava curve a velocità impressionanti, giostrando le sterzate con maestria, chiudendo o aprendo la sempre al punto giusto. Ne usciva sempre in accelerazione, non importava che tipo di curva affrontasse. Era una continua lotta contro la forza centrifuga! In ogni gara disegnava traiettorie irripetibili, armoniose, indicibilmente sorprendenti.



Teneva molto al Gran Premio d’Italia, dove mi capitava d’incontrarlo per pochi momenti. Monza lo appassionava! Credo che il motivo sia da ricercarsi nel circuito stesso: quello di Monza è uno tra i più veloci al mondo. Ma Senna ha sempre cercato il sano agonismo,fatto di correttezza e lealtà. Non è un luogo comune il definirlo una brava persona. Ayrton Senna è stato una brava persona e un galantuomo. È stato prima uomo, poi pilota di formula 1, proprio perché non ha mai perso la spontaneità del bambino.
Poche volte l’ho visto sorridere: la gara incombeva. Ma quando capitava… stavi bene anche tu. Era come se all’orizzonte spuntasse finalmente il sole.
“Siate coerenti e siate sempre voi stessi…” Questo direbbe l’uomo Senna, oggi, se fosse ancora vivo. Essere coerenti, in certe occasioni può risultare essere oltremodo scomodo. Però aiuta a crescere. Ci insegna a divenire uomini.
Essere noi stessi non è mai facile. Ayrton, e altri come lui, ad esempio Elio De Angelis, hanno insegnato al mondo intero l’arte di esserlo, costi quel che costi. Ci hanno lasciato valori veri. Valori che nessuna curva del Tamburello ci potrà mai togliere. Chi ha avuto il privilegio di conoscere Senna non lo dimenticherà mai. La modestia e la semplicità con cui ti parlava erano disarmanti. Sapeva sempre metterti a tuo agio. Era, semplicemente, una persona speciale, una persona vera, capace di ribellarsi a ciò che riteneva ingiusto.
Certe persone non muoiono mai. Se Dio, quel giorno del 1994 a Imola, ti ha voluto fare il regalo più grande che esista, cioè vederLo, allora starai sorridendo…
Grazie Ayrton.













domingo, 16 de agosto de 2015

Il Re è vivo



Sproloquio di Andrea Carlo Cappi


Come ogni sedici agosto, ho un appuntamento cui cerco sempre di non mancare. Nel 1984 (passa il tempo!) mi trovavo a poche centinaia di metri da dove sono ora, in un albergo in cui spesso la sera mettevo dischi a uso degli ospiti e intanto cercavo di conquistare giovani turiste (passa il tempo, ma certe abitudini non cambiano). Nel pomeriggio approfittavo dell'impianto per registrarmi su cassetta i dischi in dotazione all'hotel. E quel pomeriggio sui piatti giravano i due LP di un'antologia di Elvis Presley, la colonna sonora del film-documentario This is Elvis. A fare da discoteca era il giardino dell'albergo; la console era alloggiata in una sorta di Hollywood Bowl in miniatura, concepito in origine per ospitare la band propria dell'albergo, "Los Tres Comodoros", che vi si esibiva tutte le sere tra gli anni Sessanta e Settanta.
Mentre la voce di Elvis aleggiava a basso volume nell'ora della siesta, a un certo punto vidi entrare in punta di piedi dalla porta del giardino una coppia sull'orlo della sessantina: lei una tipica signora inglese magra, con un abbigliamento che poteva essere di moda negli anni Cinquanta; lui robusto, dai tratti arabi - egiziano, pensai all'epoca - in camicia chiara e pantaloni corti scuri. I due si sedettero a un tavolino in prima fila e rimasero in contemplazione, come se stessero assistendo a una cerimonia religiosa. E, quando ebbi finito le mie registrazioni, mentre rimettevo a posto i dischi, finalmente ebbero il coraggio di avvicinarsi.
Erano, se mai ci fosse bisogno di dirlo, due fan di Elvis. Due adoratori che non solo avevano sentito tutti i dischi e visto tutti i film, ma erano anche andati in pellegrinaggio a Graceland. E, dal momento che quel giorno - per pura coincidenza - era il sedici agosto, settimo anniversario della morte di Presley, mi avevano scambiato per il sacerdote di un culto elvisiano che rendeva omaggio al Re. Conclusasi la cerimonia, salutarono e se ne andarono commossi.
In effetti ricordavo che Elvis Presley era morto in agosto: ero nello stesso luogo anche sette anni prima, quando in un bar avevo letto la notizia sulla prima pagina di un quotidiano inglese. Ma non sapevo di avere scelto la data esatta per registrare la mia audiocassetta.
Fatto sta che da allora, che io mi trovi qui, o in una Milano più o meno deserta, oppure altrove, il sedici agosto di ogni anno suono una canzone di Elvis Presley, a volume non troppo alto, per tutti coloro che siano in grado di tendere l'orecchio e riconoscerla. Ed è quello che sto per fare ora.
The King lives! 




miércoles, 12 de agosto de 2015

Antonio de la Gándara: genio e delicatezza / genius and refinement




Antonio de la Gándara, autoritratto


Un artista visto da Fabio Viganò
English translation by A. C. Cappi

È verso la fine dell’Ottocento che nella Ville Lumière ha inizio la Belle Époque, un periodo destinato a entrare nella storia dell’umanità, pieno di vibranti aspettative carico di una certa fiducia nel futuro, ma di certo caratterizzato dalla nostalgia per il passato. In questo contesto socio-culturale spicca la figura di un grande pittore come Antonio de la Gándara.
Di origine spagnola, nato a Parigi il 16 dicembre del 1861, impara l’arte della pittura da Jean-Léon Gèrome e viene ammesso a soli quindici anni all’École Nationale Supérieure des beaux–arts de Paris, distinguendosi sin dagli esordi per il tratto pittorico ricercato, raffinato e nel contempo passionale, pulsante di tutte quelle speranze che caratterizzavano il periodo in cui si inseriva e dal quale era culturalmente influenzato.
Nomi importanti della letteratura, non soltanto parigina, vanno annoverati tra le sue amicizie: Proust, Verlaine – scrittore uno e poeta l’altro – sono solo alcune tra le sue frequentazioni. L’influenza di Verlaine e di tutti gli altri artisti “maledetti”, primo fra tutti Baudelaire, ma anche Rimbaud, predisporrà senza ombra di dubbio al simbolismo e a certi scivolamenti impressionisti lo stile di Antonio de la Gándara, che abbraccerà completamente, restandone affascinato, il manifesto poetico di Verlaine del 1882:

La musica prima di tutto

e dunque scegli il metro dispari

più vago e più lieve

niente in lui di maestoso e greve.

Occorre inoltre che tu scelga

le parole con qualche imprecisione

nulla di più amato del canto ambiguo

dove all’esatto si unisce l’incerto.

Son gli occhi belli dietro alle velette,

l’immenso dì che vibra a mezzogiorno,

e per un cielo d’autunno intepidito

l’azzurro opaco delle chiare stelle!
 


Antonio de la Gándara, Portrait de Paul Verlaine

Le stelle dell’arte brillano da Parigi a Milano in un cielo tumultuoso di fermenti. A Milano si esprime la Scapigliatura in tutte le sue forme artistiche, dalla scultura alla pittura, dalla poesia alla musica. A Belfast viene costruito il Titanic, l’inaffondabile nave della Gran Bretagna. Tutto il mondo è una fucina di idee e di innovazioni.
A Parigi, intanto, Antonio de la Gándara legge ancora – e poi ancora – il manifesto poetico dell’amico Verlaine. Ne parla con il principe di Polignac, Lyane de Pougy, Ida Rubinstein, nonché il conte di Montesquieu. La strada è dettata!

Fuggi più che puoi il Frizzo Assassino,

il crudele Motteggio e il Riso impuro

che fanno lacrimare l’occhio dell’Azzurro,

e tutto quest’aglio di bassa cucina!

Prendi l’eloquenza e torcile il collo!

Bene farai, se con ogni energia

Farai la rima un poco più assennata.

A non controllarla, fin dove potrà andare?

chi dirà i difetti della Rima?

che bambino stonato, o negro folle


ci ha fuso questo gioiello da un soldo

che suona vuoto e falso sotto la lima?
 
L’artista pare acconsentire a questi insegnamenti innovativi. I suoi tratti pittorici, da tenui, cambiano, si alternano, divengono pulsanti di sfumature cromatiche che ben scrutano al di sotto delle apparenze, oltre la banalità, sottolineando il carattere, la persona, in tutta la sua interezza o incertezza.

Sublime potere dell’arte, l’analisi introspettiva dell’essere umano! L’incertezza della vita, la caducità umana nei dipinti di de la Gandara sono vita vissuta. Il suo pennello tratteggia in modo originale ed eclettico virtù e vizi, potenza e limiti dell’essere umano. Il galantuomo ch’è in lui traspare da ogni tela dipinta. Sono periodi in cui l’arte tocca vette inaspettate in tutti i campi. Gustave Courbet, Latour, Bacchi, Renoir sono solo alcune figure del firmamento artistico cittadino. L’unicità dell’arte di Antonio de la Gándara traspare in modo netto ed evidente anche nei paesaggi parigini, che paiono essere opera di un impressionista. Le rive della Senna hanno visto sorgere un nuovo stile pittorico!
Espone in quasi tutta Europa, dalla Germania al Regno Unito, dalla Russia alla Spagna, nonché in Italia, a Venezia e a Roma. Il suo stile è da subito riconosciuto e apprezzato.
 

E musica, ancora, e per sempre!

sia in tuo verso qualcosa che svola,

si senta che fugge da un’anima in viaggio

verso altri cieli e verso altri amori.

Sia il tuo verso la buona avventura

spanta al vento frizzante del mattino

che fa fiorire la menta e il timo…

Il resto è soltanto letteratura.


L’arte di Antonio de la Gandara non è manieristica. È innovativa e rivoluzionaria. Il sentimento pervade ogni sua opera, trabocca da ogni tratto. I ritratti – il suo genere prediletto – sono in realtà vere e proprie introspezioni psicoanalitiche che tendono a far risaltare l’uomo in tutta la sua complessità. Sarà però Charlotte, che sposerà nel 1909, la sua vera musa ispiratrice nell’arte della “divina mania”.



Antonnio de la Gándara, Madame de la Gándara


Antonio de la Gándara stupirà il mondo, compresi gli Stati Uniti d’America dove esporrà a New York e Boston. La critica di quell’epoca sottolinea le qualità di questo pittore che rimane avulso dalle correnti pittoriche del suo tempo. In realtà, non è possibile non scorgere tracce di quell’Impressionismo che imperversava per le strade di Parigi , lungo la Senna… nei bistrot degli intellettuali e negli studi d’arte! Apollinaire di lui scrisse:

Il est fier comme un hidalgo

J’aime mieux son port de tète

Que sa peinture

Bien qu’lle soit honorable

Il achète un journal au kiosque et paie

D’un geste

Distinguè

Je dètache le mot distinguè comme son geste est détaché, tu vois.

Il n’ira pas chez Lipp

En face


Malgrè la bonne bière

Et rentre chez lui

D’un pas choisi (…)


Dopo aver strabiliato il mondo intero con la sua arte a ogni esposizione, a ogni personale, ritornerà nella sua tanto cara e amata Parigi dove si spegnerà il 30 giugno del 1917, lasciando a tutti noi opere che gli valsero, con merito, il paragone con Velázquez! Semplicemente un grande interprete della pittura mondiale.

Antonio de la Gándara, Femme au voile




English version







Antonio de la Gándara, Joueur de flûte
 

At the end of the 19th century, in the Ville Lumière, the Belle Époque begins: a period which will mark the history of mankind, full of vibrating expectations, charged with some faith in the future, but for sure marked by loving memories of the past. In this socio-cultural context, the great painter Antonio de la Gándara stands out.

Of Spanish origin, born in Paris on december 16th, 1861, he learns the art of painting from Jean-Léon Gèrome and is admitted, just fifteen years old, at the École Nationale Supérieure des beaux–arts de Paris; since the beginning he iss noticed thanks to his distinguished, refined and at the same time passionate touch, vibrating with all the hopes of the age and the cultural influence he lived in. 
Important names of literature, not only from Paris, are among his friends: Proust, Verlaine – writer the first, poet the latter – are just some of the people he used to meet. Verlaine and all the other maudits, from Baudelaire to Rimbaud, will undoubtedly lead him to symbolism and soomehow toward Impressionism. He will thouroughly embrace, fascinated, Verlaine’s poetic manifesto of 1882:


Music above all

Hence choose the uneven verse,

vaguer and softer;

nothing in it is majestic and heavy.

You also need to choose

words with some imprecision:

nothing more beloved of ambiguos singing

were precision meets uncertainty.

Beautiful are the eyes behind veils

the immense day vibrating at noon

and for a lukewarm autumn sky

the opaque blue of the bright stars!

Stars of the art shine from Paris to Milan in a troubled sky. In Milan the Scapigliatura is expressing itself in all forms of art: sculpture, painting, poetry and music. In Belfast the Titanic is built, the unsinkable British ship. The whole world is burning with ideas and innovation.
Meanwhile, in Paris, Antonio de la Gándara reads and reads again his friend Verlaine’s poetic manifesto. He discusses it with the prince of Polignac, Lyane de Pougy, Ida Rubinstein, as well as with the count of Montesquieu. The course is set!


Avoid at all costs the Killing Brilliance

the cruel Wording and the impure Laugh

that draw tears fron the eye of Blue,

and all the garlic from the low kitchen!

Take eloquence and strangle it!

Good you will do if with all energy

you make your rhyme a little sounder.

Where will it go, if you do not control it?

Who is going to tell the Rhyme’s faults?

Which child out of key or crazy negro

made this unworthy jewel

which sounds empty and fake under the file?
 

The artist seems to agree with all these teachings of innovation. His painting, soft at the start, changes, vary, start pulsating with colour shades, exploring beyond appearances, beyond banality, underlining attitudes, persolanities in the whole, including their uncertainties.
Wonderful power of the art, the introspection of the human being! The uncertainty of life, the frailty of man become real life in de la Gándara’s paintings. His brush portrays, in an original and eclectic way, vice and virtue, power and limits of the human being. The gentleman in him appears in every work of his.

In this age, art reaches unexpected heights in every field.
Gustave Courbet, Latour, Bacchi, Renoir are just a few names in the artistic scene of the city. The uniqueness of Antonio de la Gándara’s art appears clearly in his Paris landscapes, which look like the work of an impressionist. The Rives of the Seine have just seen the birth of a new style!

His work is shown in exhibitions all across Europe, from Germany to United Kingdom, from Russia to Spain, even in Italy, in Venice and Rome. His style is immediately appreciated.

And music, again and forever!

Let it be seen flying in your verse

let it be heard running from a traveling soul

towards other skies, towards other loves.

Let your verse be good adventure,

blown in the cold wind of the morning

which makes mint and thyme bloom.

The rest is nothing but literature.

Antonio de la Gándara’s art is not manieristic. It’s new, revolutionary. This feeling fills every work of his, pouring out of every trait. Portraits, his favourite subject, are actually psichoanalitic views of men and women in all their complexity. But Charlotte, whom he’ll marry in 1909, will be his real muse in the art of the “divine mania”.
Antonio de la Gándara, Le Pont Royal


Antonio de la Gándara will astonish the world, including the United States of America, with his exhibitions in New York and Boston. Critics of the time underline the qualities of this artist, which remains isolated from the currents of painting of his age. Though you can see traces of the Impressionism that was storming the street of Paris, along the Seine, the intellectual’s bistrots and the art studios! Apollinaire wrote about him:


Il est fier comme un hidalgo

J’aime mieux son port de tète

Que sa peinture

Bien qu’lle soit honorable

Il achète un journal au kiosque et paie

D’un geste

Distinguè

Je dètache le mot distinguè comme son geste est détaché, tu vois.

Il n’ira pas chez Lipp

En face

Malgrè la bonne bière

Et rentre chez lui

D’un pas choisi (…)

After surprising the world with his art, at each exhibition, he returns to his beloved Paris, where he dies on june 30th, 1917, leaving us works that had him – with reason – compared to Velázquez! Simply a major figure of world painting.

Antonio de la Gándara, Le réverbère


Bibliografia:  Antonio  de  la  Gándara
                         Un  témoin  de  la  Belle  Èpoque
                         di  Xavier  Mathieu