jueves, 31 de octubre de 2024

Vita da pulp - Le vacanze del signor K

Foto: A. C. Cappi - Magaluf, 30 ottobre 2024

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

"Lo scrittore non separa mai la vita dal suo lavoro, non si riposa mai, non va mai in vacanza..." Non conoscevo questa frase di Oriana Fallaci finché non mi è stata riferita qualche settimana fa, ma somiglia a qualcosa che ho scritto in passato in questa rubrica. Il senso: chi scrive non smette mai di farlo, anche quando non ha una penna in mano o i tasti sotto le dita, perché il cervello è sempre in funzione; nel contempo, tutto ciò che vede, ascolta e vive finisce in un serbatoio da cui prima o poi sarà recuperato e utilizzato. Si è scrittori o scrittrici ventiquattr'ore su ventiquattro, anche quando si dorme.
È raro tuttavia che chi scrive riesca a campare solo dei propri libri. Spesso svolge un altro lavoro e scrive nel tempo libero; talvolta, come è capitato a me, "l'altro lavoro" è nello stesso settore. Nell'introduzione a un'intervista su B-Hop, dice di me Kenji Albani: "vive di scrittura e vive la scrittura". Una frase a effetto, anche se, alla lettera, è vera solo la seconda metà: sarebbe più esatto dire che in questi anni sono vissuto di editoria.
Il problema sorge quando gli impegni paralleli - consulenze, traduzioni, editing - interferiscono con la stesura dei miei libri... perché oltre a pensarli, bisogna pure scriverli. Ma se, nel tempo, tariffe e compensi non vengono aggiornati o addirittura diminuiscono, l'unico modo per far fronte alle spese è accettare un numero sempre maggiore di incarichi, fino non solo a saturare il "tempo libero" ma anche a erodere le ore del sonno.

Per mia fortuna, come raccontavo in un post di qualche tempo fa, in questi anni ho avuto la soddisfazione di trasferirmi per alcuni periodi nel mio rifugio a Maiorca: pur con gli stessi orari allucinanti di lavoro, trovandomi in un luogo in cui ero stato in vacanza, avevo l'illusione di essere in vacanza.
A volte si rischia ugualmente di impazzire, come nel gennaio 2014, quando traducevo in italiano un lungo romanzo spagnolo scritto così male che dovevo farne anche l'editing, altrimenti il pubblico italiano avrebbe pensato che gli errori fossero colpa mia. Per mantenermi lucido, negli intervalli dei pasti (lavoravo più o meno dalle quattro del mattino a mezzanotte) sviluppavo un soggetto per Martin Mystère, che anni dopo sarebbe diventato un serial narrativo.
I miei inverni solitari a Maiorca tra il 2010 e il 2017 furono forse i periodi più strani della mia vita. Quando finivo una traduzione, mi prendevo una giornata "libera" - cioè in cui non superavo le otto ore lavorative - e andavo in città con l'autobus, oppure scendevo a leggere nella spiaggia deserta. I giorni di traduzione erano tutti uguali e si confondono nella memoria, ma il ricordo di quei momenti di libertà ha qualcosa di magico, come se all'improvviso mi spostassi in un mondo parallelo in cui potevo tornare a fare lo scrittore.

Fu nelle trasferte spagnole invernali ed estive tra il 2013 e il 2016 che nacque la trilogia di Toni Black, considerata da alcuni l'opera più originale e "libera" della mia produzione narrativa. Storie che appartengono non solo a un luogo particolare - Magaluf, Maiorca - ma proprio a quel periodo, perché oggi la zona si sta liberando degli scenari torbidi che facevano da sfondo a quelle vicende.
Nel frattempo però sto cambiando anch'io. Gli anniversari che ricorrono nel 2024 dovrebbero ricordarmi non solo che etá ho compiuto in settembre, ma anche che negli ultimi trent'anni ho prodotto - fra miei libri, traduzioni ed editing - una media superiore a un titolo al mese, svolgendo nel frattempo un'infinità di altri incarichi.
Questo spiega forse perché, dopo il mio compleanno, abbia deciso di ribellarmi all'invadenza del lavoro. D'accordo, gli scrittori non vanno in vacanza e nemmeno in pensione. Io, personalmente, non sarei mai capace di smettere. Ma sto cominciando a reclamare il diritto di essere quello che sono: uno scrittore, non un tuttofare al servizio dell'editoria.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

domingo, 27 de octubre de 2024

Concerto per Mafalda e orchestra


Articolo e foto di Andrea Carlo Cappi

Quino en la música, Casal Solleric (Passeig des Born 27, Palma de Mallorca) fino all'8 gennaio 2025, ingresso libero. Chiuso lunedì, Natale e Capodanno; orari martedì 10-20, domenica e festivi 11-14.30.

Sono molte le ricorrenze di quest'anno per Joaquín Lavado Tejón, in arte Quino (1932-2020), il grande umorista grafico argentino noto soprattutto per le strisce di Mafalda, la bambina "contestataria" che, nel rispecchiare la società del suo Paese degli anni '60-'70, porta alla luce le inquietudini del XX secolo e anticipa quelle del XXI. Sono trascorsi settant'anni dall'ingresso di Quino a livello professionale nel mondo dei fumetti e sessanta dalla nascita di Mafalda, che sarebbe apparsa regolarmente sulla stampa argentina fino al 1973; e dieci anni dall'assegnazione in Spagna del Premio "Príncipe de Asturias", da poco ricevuto (nell'attuale versione "Princesa de Asturias") da un suo caro amico: il cantautore catalano Joan Manuel Serrat. Infine il 24 ottobre 2024 a Palma di Maiorca è stata inaugurata una mostra che il fumettista Jorge Isaurralde alias Tatúm non esita a definire la più importante mai dedicata a Quino.

L'immagine scelta per la locandina della mostra

Quino en la música - nell'ambito del festival internazionale Comics Nostrum, organizzato da Cluster de Comics - segue uno degli argomenti che hanno accompagnato l'opera del disegnatore per tutta la sua carriera fin dagli anni '50 - prima, durante e dopo Mafalda - con gli originali di vignette singole, brevi storie da una tavola e, naturalmente, strisce del suo personaggio più celebre. Molte delle illustrazioni sono veri e propri backstage umoristici del lavoro di direttori d'orchestra, solisti e musicisti, un ambiente che Quino conosceva sia come appassionato di musica classica, sia come... zio. I due nipoti Guillermo Lavado (ispiratore del personaggio di Guille in Mafalda) e Diego Lavado, che hanno da circa un anno l'incarico di gestire l'archivio di Quino, condivisero per un certo periodo lo studio del flauto, puntualmente convertito dallo zio in oggetto di vignette; Guillermo è diventato poi flauto solista, oltre che insegnante di musica.

Tatúm, a sinistra, con i Lavado a Casal Solleric

La mattina di sabato 26 ottobre Tatúm, ideatore del percorso espositivo, ha condotto un incontro con Guillermo e Diego Lavado, che hanno scelto il materiale per la mostra. Prima di una visita da loro stessi guidata, i nipoti hanno raccontato Quino come lo hanno conosciuto. Le origini risalgono all'Andalusia - in particolare Fuengirola (Málaga) - da cui furono in molti a emigrare in Argentina già prima dell'avvento della dittatura in Spagna. Quino, nato a Mendoza (località celebre per il suo vino) oltre al nome avrebbe ereditato la passione per il disegno dallo zio, l'illustratore Joaquín Tejón. E avrebbe ricordato in particolare la nonna Teté, repubblicana e comunista (unica "politicizzata" in famiglia) per le sue accese discussioni a tavola: fu probabilmente lei il modello per Mafalda, che fisicamente e caratterialmente le assomiglia, raccontano Guillermo e Diego Lavado.

Guillermo Lavado

Diego Lavado

Quino non aveva affiliazioni politiche, ma come libero pensatore e intellettuale impegnato si scontrò con la censura: nel 1973 fu proibita la pubblicazione di una vignetta di Mafalda che, indicando il manganello di un poliziotto, diceva "Questo è il paletto per le ideologie". A quel tempo il ministro del Benessere Sociale José López Rega detto "lo Stregone" - oltre a influenzare pesantemente prima Juan Perón e poi la vedova di questi, Isabelita - dava vita all'organizzazione estremista Triple A, poi responsabile di azioni punitive, sparizioni e attentati.
Una sua squadra fece visita a casa di Quino a Buenos Aires, per fortuna una sera in cui la famiglia era in campagna. Fu un'avvisaglia che indusse l'artista a trasferirsi prima per qualche mese a Mendoza - per la gioia dei nipoti - poi andare in esilio insieme alla moglie Alicia a Milano, nel 1975. Nel 1976 la Triple A assassinò un gruppo di cinque sacerdoti (il Massacro di San Patricio) lasciando come "messaggio" una riproduzione della vignetta del "palito de las ideologías" accanto ai cadaveri.
La scelta dell'Italia come rifugio non era casuale: era uno dei primi paesi d'Europa in cui Quino aveva avuto successo; vi sarebbe rimasto fino agli anni '80. Ma già dall'inizio della sua carriera aveva viaggiato molto: per i nipoti, quando lui andava a trovarli a Mendoza, Quino - el tio piola, come dire "lo zio sveglio" - era sempre stato per loro una finestra sul mondo. Il rapporto continuò anche nel periodo dell'esilio:  mentre studiava musica a Basilea, Guillermo Lavado andava a trovarlo a Milano, prendendo un treno per la Stazione Centrale (poi diventata scenario della vignetta qui sotto, in cui il nipote appare con la custodia del suo flauto).

"... L'orologio della Stazione Centrale è indietro.
E nessuno fa niente?"

In Quino en la música si percorre quindi l'intera carriera dell'autore - fino a quando dovette abbandonare matita e chine per seri problemi alla vista - con le tavole originali recuperate dai nipoti, oltre che con alcune sequenze in anteprima di un documentario in lavorazione sulla sua vita. La mostra rimarrà aperta fino all'8 gennaio ed è in preparazione un libro che riunisca tutte queste immagini, mai raccolte sinora in un unico volume.

jueves, 24 de octubre de 2024

Vita da pulp - Non giudicare un libro...


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

... dalla copertina, consiglia un antico detto che qualcuno fa risalire alla Bibbia, anche se nella versione originale semmai doveva essere "Non giudicare una pergamena da com'è arrotolata". La sua formulazione attuale è attribuita a George Eliot (pseudonimo di Mary Ann Evans) nel romanzo Il mulino sulla Floss del 1860 e la sua citazione più celebre è forse quella in The Rocky Horror Show. In ogni caso - come assicura Armand Kroull nel suo testo immortale qui sopra raffigurato - la frase andrebbe presa come sacrosanta.
Il primo incontro con un libro di un lettore o di una lettrice, quando entra fisicamente in una libreria è in effetti... con la copertina, direte voi. No, nella maggior parte dei casi, con la costa del volume, infilato in uno scaffale in mezzo a tanti altri: essere esposto su un bancone come novità o addirittura in vetrina è un privilegio riservato a pochissimi titoli. Ma, per motivi che ho già spiegato in passato in questa rubrica, è già un privilegio che un libro arrivi sul serio in una libreria: i complessi passaggi di promozione e distribuzione, la quantità di libri in continua uscita e lo spazio limitato in negozio fanno sì che la maggior parte di ciò che viene stampato non si possa trovare in una libreria, nemmeno se ce n'è giunta notizia attraverso una recensione, una segnalazione o l'ormai mitico "passaparola". Quindi difficilmente avremo la possibilità di prendere in mano il volume che ci incuriosisce, sfogliarlo, leggerne l'incipit...
Ecco dunque che il primo incontro con un libro avviene perlopiù attraverso la copertina e il riassunto della trama che appaiono in una recensione, in un post su un social network o, semplicemente sulle pagine di una libreria online; nel caso degli ebook, a maggior ragione, tutto avviene solo su Internet. Dunque l'impatto immediato è proprio quello della copertina, ridotta però alle dimensioni di un francobollo, spesso in mezzo a tanti altri francobolli. Per chi scrive narrativa di genere, esordiente o professionista che sia, tutte le possibilità di vendita (e quindi di pubblicare poi altri libri) si giocano sull'attenzione che desta il suo francobollo nella frazione di secondo in cui l'utente se lo trova sotto gli occhi sul cellulare, prima di passare ad altro. Ci sarebbe da fare un discorso a parte sulle collane famose di editori di prestigio, in cui l'immagine di copertina conta almeno quanto la riconoscibilità della linea grafica: è un argomento di cui mi sono occupato in altri contesti (tra cui l'unico esame universitario nella mia vita in cui abbia preso trenta e lode). Restiamo però sulla "comunicazione" rappresentata dall'immagine scelta.


Ai tempi delle riviste pulp americane (come quella che vedete qui sopra), le illustrazioni delle copertine dovevano catturare al volo l'attenzione di chi andava in edicola, trasmettendo un messaggio immediato di avventura, azione, fantasia e, perché no, talvolta qualche suggestione sexy, con eroi ed eroine dal fisico prestante. Le allusioni erotiche non si limitavano alle fantasie maschili su fanciulle dai vestiti laceri: pensiamo ai giovanottoni muscolosi a torso nudo che anche in tempi recenti hanno stretto tra le loro braccia possenti le protagoniste del romance destinato a un pubblico femminile... In seguito quel tipo di immaginario visivo si trasmise ai pocket book e Billy Wilder ne fece una satira pungente in Quando la moglie è in vacanza: il protagonista maschile del film lavora in una casa editrice e, pur di vendere copie, insiste a "erotizzare" le copertine, anche quando si tratta del saggio di un illustre psichiatra. L'idea della copertina sexy arrivò anche in Italia, soprattutto nelle edicole, dove negli anni Sessanta un noto editore pubblicava la collana I gialli proibiti, con titoli talvolta allusivi e foto di ragazze semisvestite.
Ma parliamo ora di un maestro dell'illustrazione, Carlo Jacono, che per decenni oltre alle copertine per Il Giallo Mondadori realizzò quelle della parallela collana di spionaggio Segretissimo, agganciata alla cronaca spionistica internazionale, quindi ritenuta più dura e disinibita. Si alternavano scene di azione a ritratti di protagonisti e protagoniste. Anni fa organizzai una mostra a Milano sulla moda femminile nei decenni attraverso le illustrazioni di Jacono, la maggior parte proprio da questa collana... ma spesso le donne di Segretissimo erano in bikini, sottoveste o addirittura elegantemente seminude: ricordiamo che negli anni Settanta, l'epoca della liberazione sessuale e delle rivendicazioni femministe, si bruciavano i reggiseni in piazza; nel contempo un immaginario vedo-nonvedo era associato alla spy story attraverso le sequenze dei titoli dei film di 007, in cui le Bond Girls erano peraltro sempre meno "fanciulle inermi" e sempre più "donne d'azione".
I tempi cambiano. Oggi la grafica della collana Segretissimo (in edicola e ebook) è simile a quella dell'epoca, ma le copertine non sono più illustrazioni, bensì fotografie. Di recente si è scatenata sulle reti sociali una polemica in proposito: se in copertina appare una ragazza in lingerie, chi non conosca la collana può pensare che si tratti di un romanzo erotico-maschilista, anziché di una storia di spionaggio. Nel contempo chi cerca una spy story potrebbe non ricollegare il libro a quel tipo di immagine. La redazione infatti sta ora riconsiderando le copertine, tenendo presente che non si può nemmeno imitare la formula anglo-americana in cui si vedono solo aerei, sommergibili od omaccioni in uniforme mimetica... anche perché la spy story - come ho spiegato tempo fa in questa rubrica - non coincide al cento per cento con il technothriller o il combat thriller e si rischierebbe di perderne la vera identità.

Raccolta di Jacono: Segretissimo d'epoca

Per ogni genere o sottogenere della narrativa esistono ormai immagini recepite quasi a livello subliminale. Se vediamo la sagoma di una donna in tailleur con una pistola puntata in avanti, pensiamo subito a una detective tosta e indipendente (peccato che anni fa in breve tempo abbia visto la stessa fotografia in copertina su tre romanzi diversi). Di recente ho scoperto un'appassionante serie di libri, di cui conto di parlarvi presto, con immagini di copertina davvero belle, suggestive e coerenti con il contenuto... che tuttavia - a prima vista - fanno pensare a un ciclo dark fantasy/horror, quando si tratta invece di avventure e intrighi internazionali del secolo scorso; nel contempo il vero pubblico potenziale della serie non viene agganciato sul piano visivo, ma deve arrivare a leggere la trama per capire di cosa si tratti.
Poi forse ancora oggi c'è chi, come il già citato personaggio di Billy Wilder, continua a sperare di fare un sacco di soldi facendo credere al pubblico che sta comprando una cosa per l'altra. Avrei parecchio da raccontare su esperienze passate come direttore editoriale/art director, ma non stavolta; in ogni caso, se nella vostra casa editrice arriva qualcuno che dice frasi tipo "le copertine sono uno strumento del marketing" e "questa sì che è un'immagine impattante", chiamate la polizia prima che sia troppo tardi.
Ma il concetto del marketing (quello vero) di "raggiungere il proprio target" non è campato in aria, a patto di sapere quale sia il target, e conoscere ciò che si pubblica e la sua rappresentazione corrente, in modo da mandare il messaggio giusto al pubblico di riferimento, nella speranza che questo lo visualizzi e lo recepisca. Perché non bisogna giudicare un libro dalla copertina, ma la copertina deve indurre quantomeno a un approfondimento; anche se, nel caso del succitato testo di Armand Kroull, autore e libro non esistono e l'immagine è stata fabbricata mediante intelligenza artificiale.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

domingo, 29 de septiembre de 2024

Il futuro



Poesia di Fabio Viganò


Nei tuoi occhi leggo versi dolorosi
trascorsi mai passati, ricordati,
Il tuo silenzio, urlo assordante più del tuono,
una carezza non vale quanto il perdono.

Il sole scalda una terra morta, svanita,
non più rispetto o dignità in questa vita.
Troppo sarebbe ricordare del fantasticare
Il silenzio vale più di un urlo di dolore.

Lo vedi squarciato sanguinare il petto
non ti poni domande, non avrai futuro,
la sorte ti sarà forse amica nell’indifferenza,
cadrai e una risata coprirà il tuo pianto.



(Immagine: fotografia di A. C. Cappi)


miércoles, 25 de septiembre de 2024

Vita da pulp - Whisky, cenere e memorie

 

Foto: A. C. Cappi

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

La regola d'oro, per i blogger, dovrebbe essere fare post con regolarità e a scadenze fisse, per mantenere accesa l'attenzione del pubblico. Tutto questo richiede una quantità sufficiente di tempo libero di cui non sempre dispongo, come dimostra il fatto che la puntata precedente di Vita da pulp risale a circa un mese fa. Credo poi che un'altra regola non scritta (per influencer o aspiranti tali) sia quella di apparire costantemente su Instagram in luoghi differenti, dando l'impressione di non essere mai a casa, ma sempre in viaggio.
In fondo questo è lo stesso espediente usato in passato dalle celebrità vere o presunte, che ai tempi d'oro dei rotocalchi di massa dovevano manifestarsi su spiagge e in locali notturni alla moda per essere fotografati dal paparazzo di turno (qualcuno ricorda che il termine "paparazzo" deriva dal cognome di un personaggio de La dolce vita di Fellini,che faceva appunto quel mestiere?) In questo - anche se di rado appaio di persona nelle foto - me la cavo meglio: dopo il Festival Torre Crawford a San Nicola Arcella (Cosenza) il 6-7 settembre, ho compiuto un'incursione di due giorni e mezzo in Francia in cerca di nuove ambientazioni, per i motivi che ho spiegato in un post di tre mesi fa; ho scattato così tante foto che, mettendole con il contagocce sulla mia pagina Instagram, sembra che io sia ancora in giro.
In realtà, per la maggior parte delle ultime settimane, sono stato inchiodato alla mia postazione di lavoro sotterranea (v. foto sopra), dedicandomi a vari impegni, tra cui la preparazione dell'evento "Torre Crawford Milano 2024" di sabato 28 settembre. E qui riprendo il discorso sulla workstation cominciato nel post precedente.

Nel suo romanzo Il Crocifisso di Marzio, che ho tradotto la scorsa estate e che ora potete leggere, per la prima volta in italiano, nell'antologia Mea culpa, lo scrittore Francis Marion Crawford dedica un paragrafo agli scrittori e ai luoghi della loro creatività: "Nei suoi ultimi giorni, Théophile Gautier confessò che non riusciva a lavorare se non nell’ufficio del Moniteur: da qualsiasi altra parte, diceva, sentiva la mancanza dell’odore di inchiostro da stampa, che gli stimolava nuove idee. Gli artisti ben conoscono l’atmosfera dello studio... Balzac, una volta diventato ricco, scriveva nella sua stanza ovale, la cui tappezzeria color crema aveva un ruolo importante nelle sue riflessioni..."
Potremmo aggiungere all'elenco delle stravaganze anche Alexandre Dumas padre, che accanto alla sua residenza, il "Castello di Montecristo", si fece costruire anche il "Castello d'If", un edificio separato che usava come studio, anche se, sommerso da spese e debiti, dovette vendere dopo pochi anni l'intera proprietà. Quanto allo stesso Francis Marion Crawford, oltre che nella sua residenza di Sant'Agnello (Napoli), quando era "in vacanza" lavorava e riceveva gli ospiti in cima alla torre spagnola del XVI secolo che aveva affittato e restaurato a San Nicola Arcella e che ora viene chiamata in suo onore "Torre Crawford". 
C'è chi, come Andrea G. Pinketts, lavora dove capita: nel suo caso, in qualsiasi bar di qualsiasi città stesse visitando, scrivendo a mano su un quadernone con la sua Montblanc; il "bunker", come chiamava il suo appartamento milanese, era riservato alle compagnie femminili e alle visioni notturne di film, oltre a fungere da biblioteca. C'è chi, come Stefano Di Marino, si trova a proprio agio in un ambiente saturo di fotografie e cimeli di viaggi esotici, oltre che di libri e dvd. C'è chi, come me, condivide libri e dvd, ma scrive abitualmente e inevitabilmente in quello che potrebbe apparire come disordine assoluto. A questo proposito, quindici anni fa la rivista AD mi chiese di parlare di casa mia; fu mandata persino una fotografa, che - per motivi che saranno intuibili tra poche righe - preferì ritrarmi nell'ascensore a gabbia del palazzo. Nel mio pezzo, che uscì nell'agosto 2009 con il titolo Whisky, cenere e memorie, parlo dell'appartamento in cui vivevo allora e che nel 2018 ho dovuto abbandonare. Ma, come si vede dalla foto in apertura, la situazione di oggi non è molto diversa.

"Non vi consiglio di presentarvi a casa mia senza invito o senza appuntamento. Lo dico per voi. Se capitate nel momento sbagliato – e spesso lo è – potete credervi nell'antro di un serial killer e aspettarvi di trovare souvenir delle mie vittime in frigorifero. Oppure inciampate in un paio di scarpe da donna con tacco alto o in una bottiglia di whisky e chinate lo sguardo, scoprendo il pavimento ingombro di dossier, e pensate di trovarvi nell'ufficio del detective Marlowe. Ma, se guardate meglio, notate che sugli scaffali delle librerie, tra collezioni di gialli e di fumetti, spuntano le action figures di 007, Diabolik, Batman e Spiderman, la Bluesmobile e l'astronave Enterprise... E a questo punto avete la certezza di essere ospiti di un accumulatore nerd. In un certo senso è tutto vero: questo è l'appartamento di uno scrittore di thriller.
Ho deciso che sarebbe diventato casa mia quando lo visitai la prima volta nell'82: era di proprietà di mio nonno e, poiché a diciott'anni non avevo un soldo, mi rassegnai a vederlo affittare. Tornai alla carica un decennio più tardi: lavorando come 'cacciatore di libri', scrittore e traduttore, riuscii a prendervi alloggio nel '95. L'arredamento si è creato da solo, con i mobili di famiglia che ho ereditato nel tempo (compreso un pianoforte) e il mio tocco personale è stato quello delle stanze a tema: c'è una sala Bond, decorata con i poster di 007; la sala da pranzo Kill Bill, in cui tra i sagomoni di Uma Thurman campeggiano katane e nunchaku; la cucina spagnolesca, con vecchi manifesti di corride. E il mio studio, in cui sotto i ritratti di Hemingway, Che Guevara e Jean Gabin, nascono i miei libri. Non ci sono dubbi, questa è casa mia.
Il romanziere noir Stuart M. Kaminsky ci venne a cena e rimase affascinato dall'ascensore a gabbia che sale al sesto piano, degno di Angel Heart. Raymond Benson, autore di thriller e musicista, venne a suonarci il pianoforte durante un tour italiano, in mezzo a casse di libri ancora da sistemare. Per un certo tempo il mio amico e collega Andrea G. Pinketts considerava un rito di passaggio per le sue fidanzate quello di portarle a visitare la mia collezione di oggetti di James Bond. All'epoca convivevo con una modella che collezionava Barbie – identiche a lei – e sospettavamo che nottetempo le sue bambole si incontrassero di nascosto con i miei Action Man in smoking e Walther P99.
È una casa per cui ho lottato a lungo: dieci anni di battaglia legale in cui parenti non abbastanza lontani hanno cercato di portarmela via insieme al resto di un'eredità. Ai soldi ho detto addio, ma l'appartamento si è salvato. È la mia roccaforte, una trincea fatta di libri, dvd e memorie. Ogni tanto riesco persino a tenerla in ordine... fino al prossimo romanzo, quando posacenere pieni e bottiglie vuote si accumuleranno tra pagine di appunti e mappe di città lontane. Voi lo chiamerete caos, io lo chiamo casa."

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.



viernes, 30 de agosto de 2024

Vita da pulp - Workstation

Foto A. C. Cappi

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Ed eccoci al post n.110 di questa rubrica, che con un po' di ritardo festeggia il suo quarto compleanno; ma, pur avendo passato l'estate alla mia postazione di lavoro, non ho avuto molto tempo libero. E oggi parlo proprio di questo: la postazione di lavoro è fondamentale, specie per chi ci trascorre quasi tutto il giorno; è l'habitat in cui si passa la maggior parte della propria esistenza. Nella mia vecchia casa a Milano, nei primi anni Novanta, cominciò con un cumulo di scatoloni - poi sostituito da una vera scrivania - su cui avevo allestito un computer. Mi ci piazzavo al rientro dalla Libreria del Giallo; mangiavo qualcosa intanto che scrivevo o traducevo, e lavoravo fino a quando venivo sopraffatto dal sonno; o meglio, fino a quando, in un momento di lucidità, mettevo a fuoco le frasi assurde che avevo scritto mentre dormivo, sotto l'effetto di sogni febbricitanti.
Quando divenni scrittore-traduttore-editor a tempo pieno, barcollavo dal letto al pc la mattina presto e viceversa a tarda notte. Davanti a me sulla parete vedevo una fotografia di Ernest Hemingway, un ritratto di Jean Gabin (dalla copertina di Carlo Jacono per Colpo grosso al casinò) e un poster di Che Guevara; sotto lo sguardo del quale una volta tradussi una raccolta di suoi testi, che alla fine però non fu pubblicata perché gli aventi diritto a Cuba avevano aumentato all'improvviso le richieste in denaro: la fine del comunismo. Cercavo di separare i pasti dal lavoro, ma andò a finire che in certi periodi trasferivo il portatile sul tavolo della cucina per ridurre al minimo le pause improduttive. Era l'epoca, durata molti anni, in cui lavoravo centoquaranta ore a settimana; se quaranta vi sembrano tante, allora questa vita non fa per voi.
Da quando nel 2018 dovetti cambiare casa - perché neanche gli avidi eredi del Che avrebbero potuto sostenere le sempre più proibitive spese condominiali - la mia nuova postazione di lavoro milanese è l'angolo di un sotterraneo, tappezzato di poster di James Bond. Stavolta non vado direttamente dal letto al computer: per raggiungere il mio antro devo percorrere un breve tratto di strada a piedi; un lavoro del febbraio 2021, la traduzione de Gli ultimi giorni di John Lennon, rimane associato nella memoria alla scadenza del coprifuoco della pandemia - le 5.00 a.m., quando si poteva uscire di casa - e alle scivolosissime lastre di ghiaccio che si formavano nella notte.

Ovunque si trovi, la caratteristica persistente di ogni mia workstation, oltre al posacenere traboccante di mozziconi di sigari toscani, è il caos dei libri di consultazione che invadono ogni superficie. Raggiunsi il record nel 2009, quando i testi che tenevo a portata di mano mentre lavoravo al saggio Le grandi spie costituirono sul pavimento alle mie spalle una barriera alta più di un metro e larga un paio, che soprannominai "il Muro di Berlino"; il mio Muro fu abbattuto all'inizio del 2010, poco prima dell'uscita del volume. Ma in altri casi, appena finisco un testo o una serie di articoli, devo cominciare subito qualcosa di nuovo e non ho il tempo di riporre i libri consultati, che presto rimangono sepolti da uno strato ulteriore.
In vari momenti della mia vita, però, si sono create situazioni alternative. Forse la più pittoresca risale a una ventina d'anni fa, quando ero ospite di una fidanzata in un'altra città. Poiché lei non gradiva che fumassi in casa sua e io non riesco a lavorare senza il conforto di un sigaro, la mia postazione era un tavolino su un balcone con vista su un castello del XIV secolo; ci lavoravo da prima dell'alba fino a dopo il tramonto, d'inverno sotto la neve in abbigliamento da alta montagna, d'estate in costume da bagno (di sudore).
Qualche ricordo più recente: durante il lockdown del 2020 mi rintanai a casa della mia attuale fidanzata e, sempre per questioni di sigari, quando il clima non consentiva di lavorare sul balconcino mi veniva concesso di occupare il bagno di servizio, con il pc sul lavabo e la porta sigillata. Da qualche tempo, durante le trasferte in campagna presso la mia "famiglia adottiva", all'unico fumatore presente è concesso di ritirarsi con il pc nella Stanza del Maiale, così chiamata perché per anni vi sono stati preparati salami e cotechini fatti in casa (ho fatto in tempo ad assaggiarne qualcuno); la colonna sonora è garantita dalla vicinanza del pollaio.

Dal 2010 però si è introdotta una variante molto significativa nella mia vita. A chi mi segue su Facebook e Instagram sarà capitato di vedere le fotografie che scatto dalla mia postazione di lavoro spagnola. Un amico (purtroppo scomparso), scrittore e saggista di fantascienza, con la sua fervida fantasia immaginò che fossi il proprietario di una villa a Maiorca da far invidia a Michael Douglas.
L'isola è quella, ma in realtà stavo solo ereditando l'appartamento in cui mia madre aveva trascorso l'ultimo decennio della sua vita, in un edificio degli anni Sessanta a Magaluf. I miei genitori non avevano mai avuto una casa di loro proprietà ma, grazie a un'eredità ricevuta da mia madre, riuscirono a comprarsi uno studio apartment in svendita nel luogo in cui andavano in vacanza dal 1971, con l'intenzione di trasferircisi negli anni della pensione; mio padre non avrebbe fatto in tempo ad arrivarci vivo.
L'acquisto risale a trent'anni fa, alla fine del 1994, proprio mentre pubblicavo la prima storia del Kverse, Milano da morire. Il mio contributo fu la scelta dell'appartamento, proprio in base alla vista sul mare, e la rimozione da mobili e pavimenti delle incrostazioni di sporcizia lasciate dalle centinaia di ragazzi britannici più o meno ubriachi cui la proprietà era stata affittata nelle ventisei estati precedenti; ricordo ancora un comodino, in origine bianco, segnato da intrecci di cerchi stratificati di chissà quanti bicchieri; quantomeno, non mi dovevo preoccupare se ci appoggiavo sopra un cuba libre.

Fino al 2009, quando venivo qui in visita, lavoravo dove capitava; talvolta in spiaggia, dato che spesso il mio bagaglio consisteva in voluminosi dattiloscritti stranieri da leggere per conto di case editrici. Più volte in ogni caso mi capitò di trascorrere il mese di agosto a Milano, torrida ma quantomeno silenziosa.
Poi nel 2010 cominciò il lentissimo processo per la successione dell'appartamento spagnolo di mia madre, durata dodici anni, nel corso della quale presi l'abitudine di trasferirmi a Maiorca appena gli impegni in Italia me lo consentivano, d'estate come d'inverno. Un tempo qui la temperatura era più mite, mentre ora con il cambio climatico mi ritrovo vestito come davanti al castello nevoso nei mesi più freddi e completamente nudo in quelli più caldi; per fortuna, nonostante l'inflazione, il costo della vita a Maiorca rimane inferiore a quello di Milano e il mare è gratis. Come sa chi ha letto le mie storie con lo squattrinato investigatore Toni Black, non è necessario essere una star di Hollywood o un oligarca russo per vivere a Maiorca.
Beninteso, non vengo qui in vacanza, ma a lavorare con gli stessi ritmi di Milano. A volte ho avuto fortuna, come nell'estate 2015 quando ho potuto scrivere Black and Blue quasi interamente a un tavolino del bar sotto casa sulla spiaggia; altre volte meno, come quando ho affrontato traduzioni monumentali in completa clausura, senza mettere piede fuori dalla porta per settimane se non quando si esaurivano le scorte di cibo e alcool. E devo dirvi che un po' mi dispiace quando dalla finestra vedo tutta quella gente in vacanza, mentre io sono inchiodato al computer. Ma riesco a mantenere ancora un mio rituale: se sto cominciando un romanzo d'estate, scendo al bar con carta e penna, per tracciare schemi e collegamenti tra fatti e personaggi mentre bevo una pinta di birra con vista mare; l'ho fatto anche quest'anno per il romanzo Sickrose-Compañera, in uscita il prossimo novembre da Segretissimo Mondadori.

Fino a qualche anno fa, a forza di adrenalina (niente additivi chimici), riuscivo a dormire solo quattro ore per notte; le giornate quindi erano "più lunghe" e, quando riuscivo a passare meno tempo al computer, me ne avanzava un po' per la vita privata. Ma le energie diminuiscono con il passare degli anni, sicché sono stato costretto a scendere intorno al centinaio di ore lavorative settimanali, quindi ho dovuto sacrificare molti interessi personali per mantenere costante la produzione pur aumentando il tempo dedicato al sonno e separando il più possibile i pasti dal computer.
Purtuttavia, ovunque mi trovi, continuo a mettermi all'opera verso le cinque del mattino. D'estate a Magaluf è l'ora in cui i ragazzi britannici ubriachi cominciano a uscire urlando e "cantando" dai peggiori bar di calle Punta Ballena, la strada che loro chiamano The Strip perché è più facile da pronunciare. Il resto della zona ormai si è ripulito e in autunno c'è persino un festival letterario, ma io sto proprio dietro l'angolo della Strip, in cui perdurano un paio di localacci gestiti da agenzie inglesi e destinati a giovani neoalcolizzati autodistruttivi.
Tra parentesi, da decenni mi chiedo perché i Brexit Boys debbano per forza sbraitare a fine nottata, come se questo testimoniasse il raggiungimento dell'età adulta. Qualche settimana fa hanno persino fatto festa grande quando la loro squadra di calcio è stata sconfitta dalla Spagna alla finale degli Europei, perché erano così sbronzi da non sapere né che erano in Spagna né che avevano perso. In ogni caso gli italiani in trasferta sulla Strip, pensando forse che questa sia un'usanza locale, non vogliono essere da meno e talvolta sento pure schiamazzi nella mia lingua natale.

Nondimeno ancora per qualche giorno sono a Magaluf, dopo quasi due mesi dal mio arrivo a inizio luglio. Come al solito, in otto settimane pensavo di poter fare molte cose, ma sono arrivato a realizzare solo buona parte di quelle lavorative. A breve devo tornare in Italia, dove mi aspetta la quinta edizione del Festival Torre Crawford a San Nicola Arcella (Cosenza), venerdì 6 e sabato 7 settembre.
Lo scorso anno, a mezzo secolo dal mio primo approdo in Spagna, raccontai in un post sul blog Kverse i miei rapporti con queste terre. In sintesi, dal momento che quaranta-cinquant'anni fa ci venivo in vacanza e che negli ultimi trent'anni qui ho cominciato, o finito, o scritto per intero molti dei miei libri, quando ci torno un po' ho l'illusione di essere in ferie anche se non lo sono, un po' so che questo panorama mi darà ispirazione e creatività.
È uno stile di vita ibrido tra quello di Ian Fleming - che, ricco di famiglia, la mattina in Giamaica faceva una nuotata e un'abbondante colazione, poi scriveva giusto per qualche ora il suo prossimo bestseller globale, per scolarsi infine una bottiglia di gin prima di andare a dormire - e quello degli autori pulp americani degli anni Trenta, morti di fame che tra whisky e caffè passavano giorni e notti a battere come disperati sulla macchina da scrivere. Preferirei avvicinarmi al modello di Fleming, ma in ogni caso vorrei durare più a lungo di tutti loro quindi, anche se sto dietro l'angolo dell'alcolica Strip, cerco di limitarmi tanto nei liquori quanto nel caffè; e almeno un po' anche nei sigari, ma non si può rinunciare proprio a tutto nella vita.





Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

miércoles, 28 de agosto de 2024

Per le strade con Julian Opie


Reportage e fotografie di Andrea Carlo Cappi

Ho incontrato i suoi personaggi quattro mesi fa per le strade del centro storico di Palma de Mallorca, ma non ho fatto in tempo ad approfondire l'argomento e a scriverne se non ora, a solo un fine-settimana dalla fine della sua esposizione pubblica e gratuita in una città sempre più vivace anche sul piano dell'arte contemporanea condivisa.
L'artista visivo e scultore Julian Opie, nato a Londra nel 1958 e attivo dal 1982, si ispira alla segnaletica stradale e alla sintesi del logo per esprimere ritratti ridotti all'essenziale, architetture condensate in profili e figure che richiamano quelle dei geroglifici egizi riadattate ai nostri tempi. La sede principale di questa sua mostra è La Lonja (o "Sa Llotja" nella lingua locale, il balearico-maiorchino), ovvero la loggia dei mercanti, costruzione gotica del XV secolo.



Nella piazza all'esterno torreggiano "Julia" e "Joshua" (2024), figure in acciaio galvanizzato su base di cemento (foto in apertura e sopra).





All'interno di Sa Llotja si incontrano sul lato destro i "ritratti" in cemento di Nethaneel, Jiwon, Charles ed Helena (2023, foto sopra).




Sulla sinistra si allineano le figure in alluminio, dipinte con vernice automobilistica, "Black Cap", "Blue Jeans", ""White Hat" e "Purple Bottle" (2023).




Al centro di Sa Llotja vediamo le torri "Universidade", "Estrela", "Se de Averio" e "Ildefonso" (2020, foto sopra), che ritroviamo sotto forma di vessilli in poliestere oscillanti al vento nella collezione "Portuguese Towers" esposta invece poco lontano, nel cortile di Casal Solleric sul Passeig d'Es Born (video sotto).


All'esterno, nella vetrina di Casal Solleric, vediamo invece animarsi le figure di "Daytime" (2021), cui si aggiungono le immagini double face di "Coffee" (2021) vicino alle Sfingi del Passeig d'Es Born, nei pressi di Plaça Reina, e di "Trotting Horse" (2023) lungo il Passeig de Segrera, a un passo da Sa Llotja.




L'esposizione - patrocinata dal Govern de les Illes Baleara e dall'Ajuntament de Palma, con la collaborazione della Galeria Mario Sequeira, che rappresenta l'artista in Portogallo - ribadisce non solo quanto Sa Llotja sia preziosa anche come spazio per mostre oltre che come opera architettonica in sé, ma anche il ruolo persistente di Casal Solleric come referente dell'arte e della cultura contemporanea. La mostra, inaugurata il 26 aprile, si conclude il 31 agosto 2024