miércoles, 27 de marzo de 2019

Quel milanese di Diabolik!


Notizie e riflessioni da Andrea Carlo Cappi

Si è aperta a Milano, presso l'Urban Center del Comune di Milano in Galleria Vittorio Emanuele, a un passo da piazza della Scala, una mostra dedicata a Diabolik organizzata con Astorina, Excalibur e Wow - Museo del Fumetto, che sottolinea i legami del personaggio e delle sue autrici con questa città. Non solo perché è qui che "il Re del Terrore" è nato nel 1962, ma anche perché, forse, un fumetto come questo sarebbe potuto nascere solo qui.

Galleria Vittorio Emanuele, Milano (Foto: A.C.Cappi)

Milano è tuttora la città dell'editoria, ma lo era soprattutto nei primi anni Sessanta, quando l'Italia si avviava al boom economico. Se ripensiamo a ciò che veniva pubblicato all'epoca, notiamo la netta crescita del fumetto e del giallo, soprattutto da edicola. Usciva settimanalmente con enorme successo "Il Giallo Mondadori" - rinato nel dopoguerra dopo l'interruzione per motivi politici - con la sua collana di ristampe "I Capolavori del Giallo" (che poi si sarebbe trasformato ne "I Classici del Giallo"); e, dopo la nascita della collana di fantascienza "Urania" nel 1952, nel 1960 era stata varata un'altra collana di thriller dedicata allo spionaggio, fenomeno narrativo in crescita, anche se Mondadori si era persa l'occasione di pubblicare James Bond. Ma c'erano anche i Gialli Garzanti, che oltre ad assicurarsi i diritti di 007 proponevano al pubblico il duro Mickey Spillane e si apprestavano a lanciare il noir milanese di Giorgio Scerbanenco. Esistevano persino "I Gialli Proibiti" di Longanesi, per non parlare delle varie collane di editori più piccoli che si inserivano nel filone.

Diabolik in Galleria (Foto: L. Sembruna)

In questo clima Angela e Luciana Giussani aprirno la casa editrice Astorina, inizialmente sorella minore della Astoria di Gino Sansoni, marito di Angela, ma destinata a diventare molto più importante. Se al principio la Astorina pubblicava l'edizione italiana del fumetto americano "Big Ben Bolt", la vera novità fu proprio la nascita del giallo a fumetti intitolato "Diabolik", con protagonista un Fantômas più moderno e tecnologico di quello di mezzo secolo prima, in un formato tascabilissimo. Nel terzo numero, già nel 1963, apparve per la prima volta Eva Kant e la rivoluzione fu completa: due donne imprenditrici, due donne autrici (anche se si firmavano A. L. Giussani, lasciando pensare che si trattasse di un singolo autore di sesso maschile), una coppia di personaggi che convivono al di fuori del matrimonio, rubano, uccidono e la fanno franca. Un eroe mascherato che non è affatto un giustiziere, una donna che non è affatto la classica fidanzatina in pericolo ma che negli anni assumerà un ruolo assolutamente paritario.

La Olivetti e i tesserini da giornaliste delle Giussani (Foto: A. C. Cappi)

L'impatto sul pubblico fu enorme e creò emulazione nell'editoria: nacque il fenomeno dei fumetti "neri", che copiavano lo stesso formato ideato dalle Giussani, adottavano spesso la lettera K nel nome e cercavano di superare i morigerati Diabolik ed Eva Kant quanto a efferatezza e sesso, generando poi il successivo filone erotico. Processi, sequestri e accuse di corrompere la gioventù non riuscirono a frenarli. I più riusciti e longevi furono "Kriminal" e "Satanik" di Max Bunker, ma "Diabolik" è l'unica serie a mantenersi vitale e arrivare senza interruzione ai giorni nostri.

L'ingresso della mostra all'Urban Center (Foto: A. Spaggiari)

La serie avrebbe dovuto essere ambientata tra Parigi e Marsiglia, ma per evitare problemi tecnici (i primi disegnatori avevano qualche difficoltà a raffigurare la Torre Eiffel) si preferì collocarla in un Paese immaginario, dentro una vasta geografia non meno immaginaria: lo stato di Clerville, con capitale Clerville e altra città principale quella portuale di Ghenf. I modelli erano sempre Parigi e Marsiglia, ma le contaminazioni con Milano e la Riviera Ligure fecero evolvere gli scenari in maniera autonoma, tanto che da anni esiste persino una guida di Clerville con tanto di mappa della città e carta stradale (fondamentali quando scrivo i miei romanzi di Diabolik & Eva Kant).

Cappi all'ingresso della mostra (Foto: L. Sembruna)

Le uniche incursioni di Diabolik nel mondo reale sono in occasione di albi speciali legati a fiere ed eventi: alla mostra in corso sono esposte tavole di avventure al Castello Sforzesco o al Palazzo Mondadori di Niemeyer. Ma, per restare in tema di architettura (e design, visto che a Milano siamo in periodo di Salone del Mobile) è possibile vedere anche i disegni originali in cui i rifugi dei nostri eroi sono modellati su edifici progettati da Alvar Aalto o Frank Lloyd Wright e gli elementi di arredamento provengono dal design, spesso italiano, degli anni Sessanta-Settanta, dalla lampada Arco al televisore Algol Brionvega.

Il televisore Algol Brionvega (Foto: A.C.Cappi)

Una parte della mostra è dedicata proprio ad Angela e Luciana Giussani, non solo con la macchina da scrivere Olivetti Lettera 32 su cui scrivevano le sceneggiature, ma anche con le immagini di Angela come fotomodella. Spicca, oltre a quella per imprecisati rimedi per la tosse, una sua foto in cucina nel volume intitolato "Il vademecum della sposa", che insegnava alle donne italiane come comportarsi da brave e obbedienti casalinghe... proprio il tipo di modello esistenziale che Eva Kant avrebbe contribuito a demolire. E ci sono le tavole originali dei personaggi apparsi nei fumetti di Diabolik ispirati proprio ad Angela e Luciana, la prima nel ruolo di una scrittrice, la seconda di una signora appassionata di giochi d'azzardo (personaggio che poi ho ripreso nel mio romanzo dedicato a Eva Kant).

Angela Giussani in un cartellone da farmacia (Foto: A.C.Cappi)

Ma, se Diabolik ed Eva vivono in ambienti da sogno, è anche vero che, al pari delle loro autrici, sono instancabili lavoratori. Dato che quattro anni di avventure a fumetti equivalgono a un anno della loro vita (quindi nel 2022, quando la serie compirà sessant'anni, loro saranno invecchiati solo di quindici rispetto alle prime avventure) ho calcolato che la loro media è di un colpo alla settimana. Pertanto, per studiare il terreno, allestire trucchi sulla Jaguar, dedicarsi a lavori stradali sulle vie di fuga e uscite di emergenza dai rifugi, preparare le maschere per sostituirsi a varie persone e, finalmente, agire, i nostri eroi (soprattutto Diabolik) devono lavorare a tempo pieno. Essendo sopravvissuto a un naufragio e rimasto orfano a pochi mesi di vita, nessuno, nemmeno lui, sa da dove venga e quale sia l'identità con cui è nato. Ma a quanto possiamo vedere Diabolik è un vero milanese degli anni Sessanta. E forse, chissà mai, un giorno potremmo scoprire che in realtà si chiama Ambrogio Brambilla.

A. C. Cappi e il co-curatore R. Mazzoni (Foto: L. Sembruna)

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