Come ho
già scritto in questa serie di articoli, uno dei problemi di
chi scrive è la continua dimostrazione della propria
esistenza. Non è un problema da poco: se si cade nell’oblio
– cosa che da noi può accadere in qualsiasi istante, data
anche la scarsa memoria dei nostri connazionali – le case editrici perdono
interesse.
È
come ritrovarsi ogni giorno esordienti,
con la differenza che certi
editori possono anche puntare su un nome nuovo (salvo poi cancellarlo subito dopo, se non ha funzionato) mentre quando vedono un nome già
noto commentano: «Ah, sì, lo conosco: non è
famoso». Non è che vogliamo diventare popolari come se fossimo influencer, ma neppure possiamo essere tenuti nascosti ai nostri lettori e quindi costretti a smettere di
scrivere.
In questo
è determinante il contributo dei media. Nel senso che, omettendo
sistematicamente di parlare di un’autrice o un autore, possono
senza difficoltà consegnarlo alla damnatio memoriae.
Ovvero: Chi è? Chi l’ha mai sentito? Boh. Gli altri non
ne parlano, quindi non è uno importante. Perché dovrei
parlarne io? Dopodiché anche chi ti conosce, nel silenzio generale, tende a
dimenticarsi della tua esistenza.
Di
autori invisibili è piena la storia. Per esempio, credo che
siano sempre esistiti i ghostwriters,
gli scrittori che lavorano per conto di altri autori o di celebrità
che firmano i libri al loro posto. In Italia venivano chiamati negri
(in Francia négres)
e non perché restavano
sempre nell’oscurità – anche se al buio tutti i gatti sono
grigi e gli scrittori sono neri – ma perché richiamavano
l’epoca della schiavitù negli Stati Uniti.
C’è
il noto paradosso di Alexandre Dumas, per il quale vi rimando a un
articolo
del sempre prezioso Lucius Etruscus; si sa che il celebre romanziere,
orgoglioso della sua quota di sangue haitiano négre,
si serviva di négres
per scrivere i suoi corposi libri. Ma si può aggiungere il
caso di Sylvette Cabrisseau, la prima annunciatrice di colore della tv
francese – poi anche cantante e attrice – la quale firmò
tre romanzi di spionaggio con una protagonista modellata su di lei,
in realtà scritti nientemeno che da Jean-Patrick Manchette; in
Italia uscirono da Segretissimo,
con splendide copertine di Carlo Jacono.
È
probabile che Dumas fosse il direttore di una factory,
come avviene oggi per i fumetti e le serie televisive, ma anche per la narrativa. Del resto da fine Ottocento fino agli anni Quaranta le avventure
del detective Nick Carter (personaggio ripreso poi in parodia da Bonvi in una
celebre serie a fumetti) furono sempre scritte da uno stuolo di autori
anonimi che si firmavano collettivamente Nick Carter. La
stessa modalità fu ripresa negli anni Sessanta quando un
discendente del detective, l’agente segreto Nick Carter, divenne
protagonista di una serie durata un trentennio, cui collaborarono
nell’ombra – sotto il medesimo nome collettivo – parecchi
autori, da Michael Avallone a Martin Cruz Smith.
Ma pure
Erle Stanley Gardner, per reggere la richiesta di romanzi sul suo
Perry Mason, ed Ellery Queen (già pseudonimo dei cugini
Manfred Lee & Frederick Dannay), anche loro spinti dalla
richiesta del pubblico, crearono le proprie factories in cui
autori professionisti retribuiti, bravi ma anonimi, scrivevano
romanzi che sarebbero stati pubblicati con il nome del marchio di fabbrica.
Oggigiorno si parla invece di franchise e chi scrive nuovi
romanzi di serie bestseller come quelle di Clive Cussler o James
Patterson ha il suo nome in copertina come co-autrice o co-autore
insieme al padre dei personaggi. Per quanto in altri casi siano stati
usati pseudonimi collettivi anche per i co-autori, per esempio nel franchise di Tom Clancy.
Un’altra
questione è quella degli pseudonimi. All’epoca d’oro dei
tascabili statunitensi capitava che un autore, per esempio Donald E.
Westlake, firmasse un contratto di esclusiva con un editore per
produrre romanzi a cadenza fissa. Poi gli veniva offerta la
possibilità di scrivere anche per un altro editore. Nessun
problema: autori come questi hanno sempre storie da raccontare e la
possibilità di scriverle (pagati) è sempre gradita. Solo che non potevano usare lo stesso nome del contratto preesistente. Ecco come nacque lo pseudonimo di Richard Stark, con cui Donald –
noto soprattutto per i suoi gialli umoristici – firmò una
celebre serie noir rimasta nella storia. Tanto che continuò a
usare lo pseudonimo anche quando ormai si conosceva la sua metà
oscura (fatto che ispirò sotto molti aspetti anche Stephen
King). Nel frattempo riuscì a firmare romanzi con altri
nomi ancora. Anche Jeffrey Deaver si considera allievo di
Westlake-Stark e per analoghe necessità fece ricorso allo stesso espediente, firmandosi per
qualche tempo William Jeffries.
Una
vicenda ancora più complessa è quella di un celebre
romanziere americano, sceneggiatore per Alfred Hitchcock e principale
codificatore di quello che oggi si chiama police procedural.
Per un aspirante scrittore, nascere negli USA con il nome italianissimo di Salvatore
Lombino non pronosticava un destino favorevole. Il giovane lo fece cambiare
legalmente in Evan Hunter ed ebbe successo con le sue opere
mainstream. Interessato a scrivere polizieschi ma non a
confondere le idee ai propri lettori su che tipo di libro stessero per acquistare, Salvatore-Evan inaugurò
la serie 87mo Distretto sotto lo pseudonimo Ed McBain,
destinato a diventare più famoso del nome legittimo.
Il personaggio principale dell'87mo Distretto, Steve Carella, è come l'autore di origine italiana, ma quando la serie fu pubblicata per la prima volta su Il Giallo Mondadori, per timore che non sembrasse abbastanza americano fu tradotto come... Steve Carell. Dato il
suo successo nel giallo, Salvatore-Evan-Ed ebbe modo di scrivere anche altri romanzi
del genere, firmati con un ampio ventaglio di pseudonimi.
Quando ormai le molteplici identità dell’autore erano notissime,
arrivò a pubblicare un romanzo a quattro mani... con se
stesso: metà in stile Hunter, metà in stile McBain,
giusto per illustrare quali fossero le differenze.
In Italia
ci sono alcuni casi interessanti. Sergio D. Altieri, noto a Hollywood
per la sua collaborazione con Dino De Laurentiis, sul suo primo
romanzo pubblicato in Italia si vide mutato il nome in Alan D. Altieri, perché
apparisse più americano; avrebbe conservato questa variante
per tutta la sua produzione narrativa. Ma, sempre nel timore editoriale
dell’esterofilia dei lettori italiani, persino l’americano David
Baldacci sembrava troppo di casa nostra e inizialmente fu edito in
Italia come David B. Ford.
Se negli
anni Novanta i lettori italici cominciarono ad abituarsi al giallo di
produzione nazionale, quelli dediti allo spionaggio erano ancora
sospettosi, malgrado qualche autore interessante fosse già in
attività dal decennio precedente. Sicché il mio amico e collega Stefano Di
Marino, pur avendo già pubblicato ottimi romanzi con il suo
vero nome, quando nel 1995 lanciò la sua serie Il Professionista
nella collana Segretissimo di Mondadori adottò lo
pseudonimo Stephen Gunn. Lo mantiene ormai – dopo venticinque anni di
successo ininterrotto – come trademark e riferimento dei
lettori, anche se è ormai ben nota la sua vera
identità. Ma, quando nella stessa collana cominciò una serie nuova e diversa, si trasformò in Xavier
LeNormand, anche perché in Segretissimo gli autori di
maggior successo nei decenni sono stati quelli di scuola francese.
Come lui, vari autori italiani avrebbero adottato nomi esteri, dando
vita a quella che viene chiamata Legione Straniera di Segretissimo. Fu in
quella stagione, nel 2001, che venne approvato il mio progetto per la
serie Nightshade. Pur pubblicando dal 1993 con il mio nome su
Il Giallo Mondadori, per Segretissimo (la
stessa redazione)
dovetti scegliermi uno pseudonimo simil-francese e diventai
François Torrent... anche se il nome è in realtà
franco-maiorchino ed è quello di uno dei personaggi di contorno.
La serie esordì nel marzo 2002 e un mese dopo in libreria
pubblicavo il mio primo romanzo di Martin Mystère,
autentico bestseller, firmato con il mio nome. Ma nessuno poteva collegare tra loro quelli che erano in apparenza due autori diversi. Ancora oggi, con la mia vera identità pubblicata esplicitamente nella biografia in appendice a ogni nuovo romanzo della serie Agente Nightshade in Segretissimo, c'è chi non riesce a fare due più due.
E qui
emerge il problema degli pseudonimi e della settorializzazione. Ho
molti lettori come autore dei romanzi originali con Martin Mystère
e di quelli con Diabolik & Eva Kant, così come dei libri
firmati François Torrent. Stiamo parlando di numeri che, per
il mercato italiano, ancora oggi possono essere considerati da
bestseller. Ma sono tuttora pochi – nonostante i titoli di Nightshade e Medina degli anni Novanta-Duemila siano in
riedizione con il mio nome presso Oakmond Publishing – i lettori che collegano Cappi al
suo alias. Il pubblico è frammentato e i mezzi di informazione non
aiutano. E questo non vale solo per me.
Pochi
giorni fa ho partecipato a un convegno pubblico su spionaggio espy-story a Treviso Giallo, un festival dove ero stato invitato per
parlare, il giorno prima, di Diabolik. Per i partecipanti, compresi
illustri accademici che ben ricordano gli autori classici di
Segretissimo, è stata un’assoluta rivelazione
l’esistenza di una scuola italiana della narrativa spionistica,
nonostante questa sia cominciata quarant’anni fa. E
nonostante uno dei suoi autori più significativi, Secondo
Signoroni, già premiato autore di gialli, sia uscito nella
collana di spy-story di Mondadori senza pseudonimo dal 1993. Perché di noi
non si parla? Risparmiatemi la battuta: Be’, la collana si
chiama Segretissimo,
quindi voi dovete restare segretissimi, ah ah. L'ho già sentita.
Scrivo di intrighi, ma in questo caso dubito che ci sia dietro un complotto. C'è però una congiura del silenzio. Forse perché è d’oro, per qualcun altro: certi nomi devono restare nel buio, dove tutti gli scrittori sono neri.
Continua...
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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.
1-Il Paradosso Strumpf
2-Fumo negli occhi
3-Una testa piena di gente
4-Giallosapevo
5-Le storie dentro di noi
6-Lo scrittore inesistente
7-Se sapeste cosa c'è dietro...
8-Al buio gli scrittori sono neri
9-Perché sono le donne...
10-Nato per perdere?
11-E' solo l'inizio