jueves, 22 de octubre de 2020

Vita da pulp - È solo l’inizio


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto, di
Andrea Carlo Cappi

Un altro pizzico di autobiografia. 1991: con il programma RadioDetective, chiuso appena dopo il mio reclutamento come autore, ho avuto il mio esordio da scrittore... Peccato che non lo sappia nessuno, quindi è come se non fosse mai successo. C’è però un luogo in cui posso usare la trasmissione come referenza: la redazione de Il Giallo Mondadori, in cui non sono mai entrato di persona al mio primo tentativo a fine anni Ottanta. Contatto una figura per me leggendaria, il caporedattore Lia Volpatti, e ottengo un appuntamento. Lei a sua volta decide di presentarmi a un redattore degli Oscar Mondadori. Si tratta di Stefano Magagnoli, che sta curando romanzi di genere di autori italiani per la storica collana. (Breve nota: Stefano Magagnoli, spesso definito "editor geniale", è un personaggio singolare e poliedrico, noto anche per le sue partecipazioni a programmi televisivi negli anni Novanta, ma soprattutto per il suo intuito editoriale; è scomparso prematuramente nel settembre 2020).

Gli propongo il soggetto per un romanzo, che viene approvato. Di fatto è la versione estesa di un testo ideato per la radio, che già sul nascere mostrava ampie possibilità di sviluppo. In realtà fa già parte di un progetto più ampio: un grande ciclo di storie tra il noir e la spy-story, parzialmente ambientate in Spagna, che copra un periodo dagli anni Trenta ai giorni nostri. I miei lettori più attenti potranno riconoscere elementi familiari di quello che oggi si chiama Kverse, in particolare le serie Nightshade e Dark Duet. Mentre sto lavorando al romanzo, tuttavia, Magagnoli viene trasferito a un altro settore e il progetto viene accantonato. Insomma, sono arrivato al posto giusto nel momento sbagliato.

Intanto all’inizio del 1992 ho trovato lavoro presso la Libreria del Giallo-La Sherlockiana in piazza San Nazaro in Brolo a Milano, fondata da Gian Franco Orsi - il direttore de Il Giallo Mondadori, che finalmente incontro di persona - e gestita da Tecla Dozio; ma dopo solo un mese rimango a casa per un taglio di budget. Nello stesso periodo, in circostanze bizzarre che entreranno a far parte della biografia del mio Carlo Medina, mi viene offerto un posto come copywriter presso una nota agenzia pubblicitaria... proprio quando il ciclone di Mani Pulite sconvolge i budget della Milano da bere e tutte le società di quel settore anziché assumere cominciano a licenziare; il lavoro sfuma prima che io possa cominciarlo. Di nuovo: giusto contesto, ma momento sbagliato.

Si direbbe che la sfortuna mi colpisca metodicamente ogni volta che mi avvicino a un obiettivo. Per fortuna a Milano qualcosa sta bollendo in una pentola noir. Nel giugno 1993 lo scrittore Andrea G. Pinketts fonda la Scuola dei Duri, un progetto che vede coinvolta anche la Libreria del Giallo ed è fiancheggiato da Il Giallo Mondadori (la nasciata la Scuola dei Duri è rievocata nel terzo ebook gratuito della serie Ah, sì? E io lo dico a Pinketts! curato dall’Associazione Culturale Andrea G. Pinketts e pubblicato dalla Biblioteca Sormani di Milano.) Sul modello del Gruppo 13 nato a Bologna, il movimento di Pinketts e degli altri quattro autori che lo sostengono - Carlo Oliva, Sandro Ossola, Davide Pinardi, Alessandro Riva - ha come obiettivo esaminare la realtà attraverso la lente della letteratura giallo-noir e portare alla luce nuovi autori che condividano la stessa visione. Sono presente alla serata dell'annuncio ufficiale: forse stavolta sono al posto giusto nel momento giusto.

Dal concorso letterario della Scuola dei Duri nascerà due anni dopo Crimine – Milano giallo-nera edito da Stampa Alternativa, contenente un mio racconto noir milanese. Ma intanto, nell’ottobre 1993, Il Giallo Mondadori pubblica in appendice una delle storie che ho scritto per RadioDetective: Anche il sole tramonta, un pastiche letterario ambientato nella Parigi della Generazione Perduta. Anche se considero come vero inizio della mia carriera di scrittore una data imprecisata della primavera del 1991, quando cominciai a lavorare (invano) per RadioRAI, il mio esordio ufficiale è dunque la mia prima apparizione come autore sullo storico settimanale di Mondadori, che scatena lettere entusiastiche da parte del pubblico. Stavolta nessuno può più negare che io sia uno scrittore. Ed è solo l’inizio.

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Immagine: A. C. Cappi negli anni Novanta

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.

1-Il Paradosso Strumpf

2-Fumo negli occhi

3-Una testa piena di gente

4-Giallosapevo

5-Le storie dentro di noi

6-Lo scrittore inesistente

7-Se sapeste cosa c'è dietro...

8-Al buio gli scrittori sono neri

9-Perché sono le donne...

10-Nato per perdere?

11-E' solo l'inizio

12-Le grandi menti

Ah, si? E io lo dico a Pinketts! (vol.2)


Disponibile gratis dalla Biblioteca Sormani e scaricabile a questo link nei formati epub e mobi il secondo dei tre ebook di Ah, si? E io lo dico a Pinketts! di Andrea G. Pinketts, a cura dell'Associazione Culturale dedicata all'autore. Contiene l'introvabile racconto Zucchero e nuvole, due saggi sul giallo (dedicati a Rex Stout e James Crumley) e l'incontro-intervista di Pinketts con Evan Hunter/Ed McBain. Conclude l'ebook un intervento di Luca Crovi che ricorda lo scrittore milanese e introduce le sue irriverenti "regole del giallo". (Qui il volume precedente).

miércoles, 14 de octubre de 2020

Vita da pulp - Nato per perdere?

 


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto, di Andrea Carlo Cappi

Come fa un aspirante scrittore pulp a diventare uno scrittore pulp? Se devo basarmi sulla mia esperienza personale, cui accenavo in una puntata precedente, non è affatto facile. Alla fine degli anni Ottanta – quelli dei "nati per vincere" – la mia posizione è di perdente assoluto. Nella Milano in cui si dev’essere belli, ricchi e pseudosocialisti, mi sveglio tutti i giorni come Gregor Samsa. Saranno necessarie tutta la prima metà del decennio successivo e una serie mirabolante di coincidenze per cambiare radicalmente il mio destino.

Flashback, estate 1978: fuori dalla segreteria del liceo che frequenterò da settembre, presto una biro a una signora che sta iscrivendo il figlio, tale Andrea Pasini. Il primo giorno di scuola lo ritrovo nella mia stessa classe e con lui avrà inizio non solo una lunga amicizia, ma anche una collaborazione tra narrativa e fumetti, non continuativa ma protratta fino a oggi. Torniamo al 1990: mi telefona Pasini, che di lì a poco comincerà la sua brillante carriera di sceneggiatore, da Martin Mystère a Diabolik. Gli è venuta una strana idea per la struttura di una storia gialla e me la sottopone, quasi come scommessa. Io la svolgo sotto forma di parodia hardboiled e di satira sociale, scegliendo un tema che sarà molto attuale anche trent’anni più tardi: il razzismo nella polizia USA; si parla persino di un candidato nero alla Casa Bianca, cosa di cui già si parlava all'epoca, ma a cui si assisterà dal vero solo parecchio tempo dopo. Il racconto, intitolato Pentadramma (che trovate ora a questo link), rimane nel cassetto, dove resterà per qualche mese.

Un anno dopo, 1991, Pasini mi richiama: ha sentito su RadioRAI un programma di fiction in stile Alfred Hitchcock presenta, che invita il pubblico a inviare racconti per un concorso; perché non proporre Pentadramma? Ascolto la trasmissione: ogni episodio di RadioDetective è presentato nientemeno che da Oreste Del Buono ed è introdotto dalla voce di Paolo Lombardi, il doppiatore di Hitchcock; gli interpreti sono attori e doppiatori di primo piano. C’è persino una rubrica settimanale su Il Giallo Mondadori, che per impegni di studio non avevo ormai tempo di leggere.

In quel periodo, tra un faticoso esame universitario e l’altro, andavo spesso all’ufficio postale a spedire invano dattiloscritti. Avevo anche partecipato senza successo a un concorso per un soggetto cinematografico, con una storia postmoderna imperniata su un detective che arriva alla soluzione di un mistero attraverso una serie di sogni improbabili... poi ho visto Twin Peaks, in cui l’agente Cooper usa lo stesso metodo investigativo, mentre nell'ufficio dello sceriffo compare un individuo di nome Cappy, che ha un ruolo irrilevante nella storia. Sì, il fatto che nella giuria di quel concorso figurasse Isabella Rossellini mi ha sempre un po' insospettito, ma non sarà l'unica volta nella mia vita che invento un personaggio in contemporanea con un altro autore. Ve lo racconterò un'altra volta.

Decido in ogni caso che RadioDetective sarà il mio ultimo tentativo e che, se non ottengo risultati, lascerò perdere per sempre l’idea di fare lo scrittore, che tutti in famiglia considerano assurda. E me lo fanno pesare parecchio. È bello avere intorno gente che ti sostiene.

Solo una settimana dopo la spedizione del mio racconto, ricevo una chiamata dalla RAI di Roma: il produttore-regista di RadioDetective, Aldo Zappalà, è entusiasta di Pentadramma, lo vuole adattare per il programma e mi farà inviare regolare contratto come autore (16.000 lire per ogni minuto di trasmissione, al lordo delle ritenute). Non solo: è rimasto così colpito che mi chiede di diventare uno degli autori fissi di RadioDetective e di mandargli altri racconti a mo' di soggetto. Insomma, ho la prova ormai inconfutabile che la mia idea di fare lo scrittore era tutt’altro che assurda. Sto per diventare esattamente ciò che mi ero prefisso: un autore pulp.

Disseppelisco miei vecchi racconti e li rielaboro, ne scrivo di nuovi, invio tutto a Roma. Ma a questo punto Mamma RAI si rivela essere in realtà Norman Bates travestito. Alla straordinaria professionalità dei realizzatori fanno da contraltare burocrazia malsana e giochi di potere di stampo sovietico. Pentadramma viene registrato e annunciato su Il Giallo Mondadori, ma non può andare in onda... perché il contratto non mi è ancora arrivato. Quando cerco di avere informazioni, chiamo la RAI e mi sento rispondere: "Abbiamo un programma che si chiama RadioDetective?" La messa in onda salta. Riceverò il contratto in ritardo di mesi, solo dopo l’interruzione estiva del programma. Tuttavia, malgrado il successo di pubblico e il riscontro sulla stampa, RadioDetective non viene rinnovato per la seconda stagione. Pentadramma non sarà mai trasmesso (non l’ho mai ascoltato neppure io) e sparisce nelle teche RAI. Io non vedo una lira, anche se sulla carta avrei vinto un concorso che prevedeva una trasmissione pagata; alle mie rimostranze ricevo solo un fax inquietante dal direttore di rete, che mi fa capire che devo stare zitto. E i miei racconti successivi non saranno mai adattati per la radio.

In famiglia la mia seconda sconfitta viene considerata la dimostrazione definitiva che devo proprio lasciar perdere. È bello avere intorno gente che ti sostiene. Ora però so che la mia non è un’idea assurda. Io sono uno scrittore e non ho la minima intenzione di cedere. Come due anni dopo lo sia diventato ufficialmente e dopo un altro decennio sia tornato a RaioRAI come sceneggiatore ve lo racconterò un'altra volta.

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Nella foto: l'aspirante scrittore A. C. Cappi

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.

1-Il Paradosso Strumpf

2-Fumo negli occhi

3-Una testa piena di gente

4-Giallosapevo

5-Le storie dentro di noi

6-Lo scrittore inesistente

7-Se sapeste cosa c'è dietro...

8-Al buio gli scrittori sono neri

9-Perché sono le donne...

10-Nato per perdere?

11-E' solo l'inizio


jueves, 8 de octubre de 2020

Vita da pulp - Perché sono le donne...


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto, di Andrea Carlo Cappi

Uno dei più clamorosi equivoci sulla narrativa di genere riguarda... il genere di chi la scrive (nel senso di "chi dovrebbe scrivere cosa") e chi la legge (nel senso di "cosa andrebbe letto da chi"). Aldilà di quanto sappiamo accadere nella società, nel mondo del lavoro e altri contesti importanti - di cui però questa serie di articoli non si occupa in modo diretto - la distinzione di sesso e a volte persino la discriminazione sono più presenti e fastidiose di quanto si possa pensare. Comprese quelle che nascono dallo slogan "... perché sono le donne a leggere di più".

Di recente una signora che di editoria se ne intende mi ha raccontato un aneddoto: in un convegno pubblico, a un noto scrittore fu chiesta la sua opinione su due autrici di gialli; lui rispose che non ne leggeva di qualsiasi autrice, perché le donne – a suo dire – non saprebbero scrivere gialli. (Ho usato visibilmente il condizionale per evitare che qualcuno ritagli la frase, la decontestualizzi, me la attribuisca e scateni una crociata contro di me, come già accaduto in passato. Nel dubbio, vi metto i sottotitoli: non è in quel modo che la penso io). Voglio presumere che quella dello scrittore di cui sopra fosse una provocazione o una battuta, non una sua convinzione radicata.

Perché, quando si parla di giallo, uno dei primissimi nomi che vengono in mente anche a chi non li legge è quello di Agatha Christie, indubbiamente una donna... o quantomeno nessuno dei suoi due mariti lo ha mai messo in dubbio. Non sto a dilungarmi qui sui motivi per cui la lettura di Dame Agatha sia importante, istruttiva e da me consigliata. Subito dopo mi viene in mente Dorothy L. Sayers, che oltre a tradurre in inglese La Divina Commedia scrisse i gialli con protagonista lord Peter Wimsley... ma potrei continuare con Patricia Highsmith e un’infinità di altri nomi più o meno noti, in ambiti diversissimi della letteratura di genere.

L’aneddoto dello scrittore misogino mi ha rammentato però gli anni Sessanta in cui, come ho già raccontato, l’editoria italiana si tuffò sul giallo da edicola. Laura Grimaldi – scrittrice e futura direttrice de Il Giallo Mondadori e Segretissimo – pubblicò in quegli anni romanzi sotto pseudonimo straniero e maschileAltro esempio: al lancio del loro leggendario Diabolik, Angela e Luciana Giussani si firmarono A. L. Giussani in modo da nascondere di essere due donne, forse temendo che il personaggio non sarebbe stato accolto altrettanto bene. Era perché il grande pubblico associava alle donne solo la detective story classica (Agatha Christie era ormai la firma più venduta in assoluto de Il Giallo Mondadori) mentre le storie criminali restavano appannaggio degli uomini? Oppure le donne - quantomeno quelle italiane - temevano di essere considerate autrici di serie BAi tempi di George Sand l’assunzione di un nome maschile poteva diventare un gesto di ribellione alle convenzioni e alle convinzioni sociali. Ma, a meno di necessità particolari – come nel caso di Jean-Patrick Manchette citato nella scorsa puntata – o di scelte personali, perché oltre un secolo dopo si dovrebbe essere obbligate/i a nascondersi dietro pseudonimi del sesso opposto?

Eppure è evidente che il fenomeno sussiste, producendo paradossi bizzarri. Non molto tempo fa a un'autrice di mia conoscenza fu chiesto di firmare un romanzo storico sotto pseudonimo maschile, cosa doppiamente assurda dato che per lo stesso editore ne aveva già pubblicato uno con il suo vero nome. Quindi perché non capitalizzarne la notorietà già acquisita? O forse l’editore voleva fabbricare un nuovo finto esordiente usa-e-getta, in base a un meccanismo che spiegavo in un'altra puntata? Ma perché uno pseudonimo maschile? Proprio considerando che, come vedremo tra poco, sono le donne a leggere di piùL’autrice, saggiamente, disse di no e pubblicò il suo libro altrove.

Diverso è il caso in cui l’ambiguità sia voluta dall’autore. Il mio amico J. A. Konrath cominciò a pubblicare i suoi romanzi con la poliziotta Jacqueline "Jack" Daniels (una donna con un nomignolo maschile) celandosi volutamente dietro le sole iniziali: prima che diventasse famoso negli Stati Uniti, il pubblico poteva pensare che si trattasse di un’autrice. Laddove è noto che J. K. Rowling, per non essere giudicata in base all'immensa notorietà acquisita con Harry Potter, si nascose dietro il nome e la biografia di un fantomatico signor Robert Galbraith al momento di pubblicare il suo primo giallo con Cormoran Strike, mantenendo il segreto finché le fu possibile... e uscendo poi allo scoperto per ovvi fini commerciali.

A volte però nelle scelte editoriali è sotteso un ragionamento sospetto. Pare che la percentuale di pubblico femminile sia superiore a quella maschile. Benissimo per le donne, un po’ meno per gli uomini come categoria. Ma ogni tanto c’è qualcuno che confonde ciò che la media delle donne è interessata a leggere con ciò che il pubblico femminile debba o possa leggere. E questa motivazione – "perché sono le donne a leggere di più" – viene usata per giustificare decisioni curiose. In pratica, per stabilire cosa donne e uomini siano tenuti a scrivere e a pubblicare, e cosa donne e uomini siano autorizzati a leggere.

Anni fa intervistai un’intelligente e simpatica scrittrice straniera di cui avevo appena letto un giallo piscologico interessante, ma prolisso e a tratti ripetitivo. Mi venne il sospetto che le fosse stato imposto di scriverlo in quel modo in quanto "donna che scrive per le donne" e che ci fosse dietro un orrido ragionamento da parte dell'editore. Dato che le donne – pur essendo quelle che leggono di più – hanno troppo da fare nella vita quotidiana e, secondo l'editore, poco tempo per seguire una trama complessa, l’autrice è obbligata a spiegare loro le cose sei volte... come se fossero un po' lente di comprendonio. Se fosse così, come lettrice mi offenderei. Le donne non sono forse multitasking? Per citare un'altra categoria di pubblico, mi viene in mente un’affermazione – credo di Luís Sepúlveda e cito a memoria – sui libri per bambini che dovrebbero essere scritti "per bambini", non "per cretini".

Viceversa c’è chi pensa che le donne non dovrebbero leggere romanzi di spionaggio, specie se editi in Segretissimo, perché sono solo roba da maschi, per non dire... maschilisti. Curioso: mia madre non ci faceva caso e leggeva sempre i romanzi di Gérard De Villiers, l’unico autore manifestamente (e forse provocatoriamente) maschilista della collana. Autore peraltro lanciato in Italia in grande stile sotto la direzione di una donna dichiaratamente molto di sinistra, la già citata Laura Grimaldi. Per quanto mi riguarda, nella celebre collana di Mondadori ho pubblicato un bel po' di romanzi con una donna come protagonista (e molte altre come comprimarie) che mi paiono graditi al pubblico femminile... quando per caso una lettrice, nonostante la propaganda negativa, viene a contatto con i miei libri. I primi titoli della serie Nightshade – giusto per farmi pubblicità – sono attualmente in riedizione da Oakmond Publishing (sotto la direzione editoriale di una donna) e le signore e signorine qui presenti sono invitate a leggerli: garantisco che non accadrà loro nulla di male.

Lo stesso ragionamento pseudofemminista (e sottolineo pseudo) si riflette sulle traduzioni. Ho già raccontato di quando all’inizio della mia carriera dovetti diventare una traduttrice sotto mentite spoglie. Purtroppo invece ero ormai ben noto quando, a proposito di un autore di cui avevo tradotto molti libri, la casa editrice mi comunicò: «La protagonista del prossimo romanzo è una donna, pertanto abbiamo pensato di farlo tradurre a una donna». Il sottinteso era che un uomo non avrebbe avuto la sensibilità necessaria per tradurre un uomo che racconta di una donna. Ma immagino che fosse una debole scusa per porre fine alla mia collaborazione, come poi è avvenuto, per i soliti giochi e giochetti di potere. Supponete però che a una traduttrice - in quanto donna - sia proibito tradurre un libro scritto da una donna con protagonista un uomo... Ma, chissà, forse è l'essere stato in qualche modo "discriminato sessualmente" a permettermi di comprendere meglio le donne che soffrono dello stesso problema.

Per fortuna altri editori non la pensano allo stesso modo: per alcuni anni ho tradotto con molto piacere – mio e del pubblico – i romanzi di Janet Evanovich (una donna) con protagonista Stephanie Plum (una donna). Del resto ho già spiegato che come autore scrivo spesso da un punto di vista femminile. Amo ricordare certe ottime recensioni del mio romanzo con protagonista Eva Kant e della mia saga sexy-horror Danse Macabre... recensioni firmate da donne che apprezzavano le mie protagoniste. O il commento di una giornalista che oltre vent'anni fa mi telefonò per dirmi in merito a un mio libro: "Finalmente un personaggio femminile credibile!" 

Insomma, viviamo in un’epoca in cui discriminazioni o peggio sono ancora tangibili, ma l’editoria e i media non migliorano affatto la situazione. Se si scrive ciò che si vuole come si vuole e si incappa in qualcuno che presume di decidere cosa la gente debba leggere, possono sorgere problemi con il pretesto di "perché sono le donne a leggere di più". Siete sicuri di voler vivere in un mondo in cui c’è chi decide a quali idee preconfezionate dovete essere esposte/i? Come lettrici e lettori avete la possibilità di difendervi, scegliendo ciò che vi piace, non quanto vi viene imposto.

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Immagine: Selene Feltrin nel ruolo di Nightshade in una foto di A. C. Cappi

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.

1-Il Paradosso Strumpf

2-Fumo negli occhi

3-Una testa piena di gente

4-Giallosapevo

5-Le storie dentro di noi

6-Lo scrittore inesistente

7-Se sapeste cosa c'è dietro...

8-Al buio gli scrittori sono neri

9-Perché sono le donne...

10-Nato per perdere?

11-E' solo l'inizio



viernes, 2 de octubre de 2020

Puro amore - La recensione di Antipasto Letterario



Ci permettiamo di riportare integralmente la bella recensione di Antipasto Letterario pubblicata su Instagram del libro di Fabio Viganò Puro amore/Pure Love.

Si suol dire che non sempre le cose sono quello che sembrano. Nel caso del libro in esame, è quantomai corretto. Un titolo che ricorda le frasi da Baci Perugina troneggia a chiare lettere sulla copertina, mentre un pontile deserto ci da il benvenuto. Decisamente non l’ideale per chi, come noi, non ama particolarmente il romanticismo facile e la banalizzazione dei sentimenti. Anche se, col senno di poi, la mancanza di figure umane sul pontile e quel lieve senso di vuoto e solitudine avrebbero potuto metterci in allarme.
In ogni caso, la successiva lettura ha cambiato un bel po’ di carte in tavola e ha dato origine a questa recensione un po’ differente da quelle a cui ci siamo e vi abbiamo abituati.
Tutto è però cominciato circa un mesetto fa, quando Fabio Viganò, autore della raccolta poetica Puro Amore, ci ha contattate e spedito la sua opera chiedendoci un’opinione sincera.
Ci è parso carino accettare e adesso ci ritroviamo a condividere volentieri le nostre opinioni sulla sua poesia. Il libro, disponibile anche in ebook, conta 32 componimenti riportati sia in italiano che in inglese. Apprezzabile l’adattamento di Andrea Carlo Cappi, che sa ben sfruttare la pulita agilità della lingua inglese per trasmettere i pensieri e le impressioni del poeta in maniera chiara ed efficace, tanto quanto la versione originale. Quanto a Viganò, fa sempre un bell’effetto constatare come la poetica possa arrivare da tutto ciò che ci circonda. Da un buon bicchiere di vino come da un ricordo di infanzia, dalla città che si abita ma anche dai gesti di un macellaio… Tutto ciò che va a dar forma e senso al nostro esistere quotidiano, al nostro passato e alle nostre idee per il futuro, può far scaturire in noi la poesia. Anche la rabbia, il rimpianto, la paura… anche il dolore per un mondo che non è quel che, nelle nostre idee di giustizia e bellezza, dovrebbe essere. 
Non c’è illusione o incanto nei componimenti di Viganò. È evidente come la vita gli abbia mostrato più volte come le cose quasi mai vadano come vorremmo. E allora cosa c’entra l’amore? Puro, per di più. Non siamo sicure di averlo capito, ma possiamo formulare un’ipotesi: l’amore è poesia, o meglio la poesia è un atto di amore. Un amore pulito, quindi puro, perché frutto di un lungo e devoto lavoro di ricerca, corteggiamento delle parole, fino a trovare quelle giuste per trasmettere un attimo perfetto, un’emozione precisa. Parole che evochino immagini, suoni, ricordi. E che questi affacci su la vita e il sentirla di un uomo diventino specchi, forse solo un po’ appannati e quindi più affidabili, del vivere e del sentire di chi si confronti con queste poesie. E tramite le poesie Viganò tenta di spiegarci che sì, la vita fa male; eppure è l’unica opportunità che abbiamo per provare, capire, parlare, pensare, scrivere… esistere. 
Esistiamo per amare tutto ciò che dia un senso al nostro esistere. E se ciò significa anche soffrire che sia. Che sia l’attimo in cui una perdita passata torna a far male, che sia la denuncia appassionata di un sistema corrotto, che sia il deridere le ipocrisie di coloro che cerchino di scavarsi un posticino in questo sistema. Il senso della scrittura di Viganò non è scontato e occorre abbandonarsi ad essa per scoprire dove porterà ciascuno di noi. Certamente, non dove aveva già portato tutti gli altri, compreso il poeta. Ma questo è il bello della lettura. Inevitabilmente, l’ennesima forma d’amore. 

©Antipasto letterario, 2020 

Il commento di Fabio Viganò 

Grazie. Avete fatto centro e colto nel segno. L'amore non ha limiti. Nemmeno la morte. Perché? Vivremo ogni volta che qualcuno ci ricorderà.

jueves, 1 de octubre de 2020

Vita da pulp - Al buio gli scrittori sono neri

 


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto,
di Andrea Carlo Cappi

Come ho già scritto in questa serie di articoli, uno dei problemi di chi scrive è la continua dimostrazione della propria esistenza. Non è un problema da poco: se si cade nell’oblio – cosa che da noi può accadere in qualsiasi istante, data anche la scarsa memoria dei nostri connazionali – le case editrici perdono interesse.

È come ritrovarsi ogni giorno esordienti, con la differenza che certi editori possono anche puntare su un nome nuovo (salvo poi cancellarlo subito dopo, se non ha funzionato) mentre quando vedono un nome già noto commentano: «Ah, sì, lo conosco: non è famoso». Non è che vogliamo diventare popolari come se fossimo influencer, ma neppure possiamo essere tenuti nascosti ai nostri lettori e quindi costretti a smettere di scrivere.

In questo è determinante il contributo dei media. Nel senso che, omettendo sistematicamente di parlare di un’autrice o un autore, possono senza difficoltà consegnarlo alla damnatio memoriae. Ovvero: Chi è? Chi l’ha mai sentito? Boh. Gli altri non ne parlano, quindi non è uno importante. Perché dovrei parlarne io? Dopodiché anche chi ti conosce, nel silenzio generale, tende a dimenticarsi della tua esistenza.

Di autori invisibili è piena la storia. Per esempio, credo che siano sempre esistiti i ghostwriters, gli scrittori che lavorano per conto di altri autori o di celebrità che firmano i libri al loro posto. In Italia venivano chiamati negri (in Francia négres) e non perché restavano sempre nell’oscurità – anche se al buio tutti i gatti sono grigi e gli scrittori sono neri – ma perché richiamavano l’epoca della schiavitù negli Stati Uniti.

C’è il noto paradosso di Alexandre Dumas, per il quale vi rimando a un articolo del sempre prezioso Lucius Etruscus; si sa che il celebre romanziere, orgoglioso della sua quota di sangue haitiano négre, si serviva di négres per scrivere i suoi corposi libri. Ma si può aggiungere il caso di Sylvette Cabrisseau, la prima annunciatrice di colore della tv francese – poi anche cantante e attrice – la quale firmò tre romanzi di spionaggio con una protagonista modellata su di lei, in realtà scritti nientemeno che da Jean-Patrick Manchette; in Italia uscirono da Segretissimo, con splendide copertine di Carlo Jacono.

È probabile che Dumas fosse il direttore di una factory, come avviene oggi per i fumetti e le serie televisive, ma anche per la narrativa. Del resto da fine Ottocento fino agli anni Quaranta le avventure del detective Nick Carter (personaggio ripreso poi in parodia da Bonvi in una celebre serie a fumetti) furono sempre scritte da uno stuolo di autori anonimi che si firmavano collettivamente Nick Carter. La stessa modalità fu ripresa negli anni Sessanta quando un discendente del detective, l’agente segreto Nick Carter, divenne protagonista di una serie durata un trentennio, cui collaborarono nell’ombra – sotto il medesimo nome collettivo – parecchi autori, da Michael Avallone a Martin Cruz Smith.

Ma pure Erle Stanley Gardner, per reggere la richiesta di romanzi sul suo Perry Mason, ed Ellery Queen (già pseudonimo dei cugini Manfred Lee & Frederick Dannay), anche loro spinti dalla richiesta del pubblico, crearono le proprie factories in cui autori professionisti retribuiti, bravi ma anonimi, scrivevano romanzi che sarebbero stati pubblicati con il nome del marchio di fabbrica. Oggigiorno si parla invece di franchise e chi scrive nuovi romanzi di serie bestseller come quelle di Clive Cussler o James Patterson ha il suo nome in copertina come co-autrice o co-autore insieme al padre dei personaggi. Per quanto in altri casi siano stati usati pseudonimi collettivi anche per i co-autori, per esempio nel franchise di Tom Clancy.

Un’altra questione è quella degli pseudonimi. All’epoca d’oro dei tascabili statunitensi capitava che un autore, per esempio Donald E. Westlake, firmasse un contratto di esclusiva con un editore per produrre romanzi a cadenza fissa. Poi gli veniva offerta la possibilità di scrivere anche per un altro editore. Nessun problema: autori come questi hanno sempre storie da raccontare e la possibilità di scriverle (pagati) è sempre gradita. Solo che non potevano usare lo stesso nome del contratto preesistente. Ecco come nacque lo pseudonimo di Richard Stark, con cui Donald – noto soprattutto per i suoi gialli umoristici – firmò una celebre serie noir rimasta nella storia. Tanto che continuò a usare lo pseudonimo anche quando ormai si conosceva la sua metà oscura (fatto che ispirò sotto molti aspetti anche Stephen King). Nel frattempo riuscì a firmare romanzi con altri nomi ancora. Anche Jeffrey Deaver si considera allievo di Westlake-Stark e per analoghe necessità fece ricorso allo stesso espediente, firmandosi per qualche tempo William Jeffries.

Una vicenda ancora più complessa è quella di un celebre romanziere americano, sceneggiatore per Alfred Hitchcock e principale codificatore di quello che oggi si chiama police procedural. Per un aspirante scrittore, nascere negli USA con il nome italianissimo di Salvatore Lombino non pronosticava un destino favorevole. Il giovane lo fece cambiare legalmente in Evan Hunter ed ebbe successo con le sue opere mainstream. Interessato a scrivere polizieschi ma non a confondere le idee ai propri lettori su che tipo di libro stessero per acquistare, Salvatore-Evan inaugurò la serie 87mo Distretto sotto lo pseudonimo Ed McBain, destinato a diventare più famoso del nome legittimo.

Il personaggio principale dell'87mo Distretto, Steve Carella, è come l'autore di origine italiana, ma quando la serie fu pubblicata per la prima volta su Il Giallo Mondadori, per timore che non sembrasse abbastanza americano fu tradotto come... Steve Carell. Dato il suo successo nel giallo, Salvatore-Evan-Ed ebbe modo di scrivere anche altri romanzi del genere, firmati con un ampio ventaglio di pseudonimi. Quando ormai le molteplici identità dell’autore erano notissime, arrivò a pubblicare un romanzo a quattro mani... con se stesso: metà in stile Hunter, metà in stile McBain, giusto per illustrare quali fossero le differenze.

In Italia ci sono alcuni casi interessanti. Sergio D. Altieri, noto a Hollywood per la sua collaborazione con Dino De Laurentiis, sul suo primo romanzo pubblicato in Italia si vide mutato il nome in Alan D. Altieri, perché apparisse più americano; avrebbe conservato questa variante per tutta la sua produzione narrativa. Ma, sempre nel timore editoriale dell’esterofilia dei lettori italiani, persino l’americano David Baldacci sembrava troppo di casa nostra e inizialmente fu edito in Italia come David B. Ford.

Se negli anni Novanta i lettori italici cominciarono ad abituarsi al giallo di produzione nazionale, quelli dediti allo spionaggio erano ancora sospettosi, malgrado qualche autore interessante fosse già in attività dal decennio precedente. Sicché il mio amico e collega Stefano Di Marino, pur avendo già pubblicato ottimi romanzi con il suo vero nome, quando nel 1995 lanciò la sua serie Il Professionista nella collana Segretissimo di Mondadori adottò lo pseudonimo Stephen Gunn. Lo mantiene ormai – dopo venticinque anni di successo ininterrotto – come trademark e riferimento dei lettori, anche se è ormai ben nota la sua vera identità. Ma, quando nella stessa collana cominciò una serie nuova e diversa, si trasformò in Xavier LeNormand, anche perché in Segretissimo gli autori di maggior successo nei decenni sono stati quelli di scuola francese.

Come lui, vari autori italiani avrebbero adottato nomi esteri, dando vita a quella che viene chiamata Legione Straniera di SegretissimoFu in quella stagione, nel 2001, che venne approvato il mio progetto per la serie Nightshade. Pur pubblicando dal 1993 con il mio nome su Il Giallo Mondadori, per Segretissimo (la stessa redazione) dovetti scegliermi uno pseudonimo simil-francese e diventai François Torrent... anche se il nome è in realtà franco-maiorchino ed è quello di uno dei personaggi di contorno. La serie esordì nel marzo 2002 e un mese dopo in libreria pubblicavo il mio primo romanzo di Martin Mystère, autentico bestseller, firmato con il mio nome. Ma nessuno poteva collegare tra loro quelli che erano in apparenza due autori diversi. Ancora oggi, con la mia vera identità pubblicata esplicitamente nella biografia in appendice a ogni nuovo romanzo della serie Agente Nightshade in Segretissimo, c'è chi non riesce a fare due più due.

E qui emerge il problema degli pseudonimi e della settorializzazione. Ho molti lettori come autore dei romanzi originali con Martin Mystère e di quelli con Diabolik & Eva Kant, così come dei libri firmati François Torrent. Stiamo parlando di numeri che, per il mercato italiano, ancora oggi possono essere considerati da bestseller. Ma sono tuttora pochi – nonostante i titoli di Nightshade e Medina degli anni Novanta-Duemila siano in riedizione con il mio nome presso Oakmond Publishing – i lettori che collegano Cappi al suo alias. Il pubblico è frammentato e i mezzi di informazione non aiutano. E questo non vale solo per me.

Pochi giorni fa ho partecipato a un convegno pubblico su spionaggio espy-story a Treviso Giallo, un festival dove ero stato invitato per parlare, il giorno prima, di Diabolik. Per i partecipanti, compresi illustri accademici che ben ricordano gli autori classici di Segretissimo, è stata un’assoluta rivelazione l’esistenza di una scuola italiana della narrativa spionistica, nonostante questa sia cominciata quarant’anni fa. E nonostante uno dei suoi autori più significativi, Secondo Signoroni, già premiato autore di gialli, sia uscito nella collana di spy-story di Mondadori senza pseudonimo dal 1993. Perché di noi non si parla? Risparmiatemi la battuta: Be’, la collana si chiama Segretissimo, quindi voi dovete restare segretissimi, ah ah. L'ho già sentita.

Scrivo di intrighi, ma in questo caso dubito che ci sia dietro un complotto. C'è però una congiura del silenzio. Forse perché è d’oro, per qualcun altro: certi nomi devono restare nel buio, dove tutti gli scrittori sono neri.

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.

1-Il Paradosso Strumpf

2-Fumo negli occhi

3-Una testa piena di gente

4-Giallosapevo

5-Le storie dentro di noi

6-Lo scrittore inesistente

7-Se sapeste cosa c'è dietro...

8-Al buio gli scrittori sono neri

9-Perché sono le donne...

10-Nato per perdere?

11-E' solo l'inizio


Della poesia

Fabio Viganò al Premio internazionale
di Poesia "Città di Varallo" 2020 


Riflessioni di Fabio Viganò

Son luce ed ombra; angelica
farfalla o verme immondo,
sono un caduto cherubo
dannato a errar sul mondo,
o un demone che sale,
affaticando l’ale,
verso un lontano ciel.
Arrigo Boito, Dualismo 


Mi è stato chiesto di recente se la mia poesia sia un tentativo di rifarsi alla Scapigliatura. Non è un tentativo. Mi sento decisamente scapigliato, anche se non bevo vino, non eccedo e non faccio nessun uso di sostanze strane, visto che il concetto di poet maudit alla Baudelaire o, se vogliamo, persino alla Edgar Allan Poe, prevedeva l’utilizzo dell’oppio.
Sono maledetto perché maledetta è la mia condizione. Prima di tutto perché mi attiro inevitabilmente l’ira delle persone che mi circondano, perché gliele dico chiare. E a dirle chiare, si sa, si rompono i coglioni, soprattutto ai potenti. Questo è un destino cui mi sono rassegnato ma che, bellamente e simpaticamente, con un bel sorriso sulle labbra, non voglio cambiare.
D’altro canto un pacifista come me, a volte dev’essere capace del sacro furore poetico, costi quel che costi, anche il sacrificio estremo. Ovvio: non andiamo a scadere nel kamikaze, visti i tempi. Sacrificio estremo nel senso di donare tutto se stesso, cosa che io regolarmente faccio negli ospedali, curando la gente. Per il lavoro e la professione che svolgo, devo curare chiunque, senza distinzione di classe, di ceto e di religione, nel migliore dei modi.
E già questo, oggigiorno, è qualcosa per cui ti senti dare del maledetto. Oggigiorno, se ragioni così, sei vecchio nel pensare. Se sei educato, sei vecchio nel pensare. Se rispetti le altre persone, sei vecchio nel pensare. Io non voglio smettere di essere vecchio nel pensare. Al diavolo questi nuovi saccenti, cultori del nulla! 

Il mio non è un tentativo di scindere la realtà nuda e cruda di tutti i giorni dal trascendente, dall’ideale. No. Oggigiorno viviamo il dualismo, come diceva Arrigo Boito. La società è schizofrenica.
Di questo già nell’Ottocento ce n’è prova in Giovanni Rajberti – da Monza – del quale suggerisco caldamente la lettura: Il viaggio di un ignorante ossia Ricetta per gli ipocondriaci. Rajberti era un medico, dotto. Leggete questo libro delizioso: vi aprirà la mente, vi assicuro. Perché spesso l’uomo tende a dimenticare che il passato si ripete, ma soprattutto scorda la memoria passata. Oggi più di ieri, dimentica che l’essere umano è essere umano, prima di tutto. Un paziente, prima di essere tale, è un uomo, una donna. Va trattato da essere umano. Dev’essere riconosciuto come tale.
Il dottor Rajberti fu scomodo a molti suoi colleghi, già all’epoca. Possiamo definirlo... un rompicoglioni dell’Ottocento. Ma come mai fu pubblicato in quel di Napoli e non in Lombardia? Ce n’erano, di case editrici. Giovanni Rajberti: un esempio da seguire. 

Non parliamo poi di certi cultori del nulla che dall’alto direbbero cosa fare di giusto e ingiusto, come se un uomo non sapesse distinguere il Male dal Bene. Allora in quel caso, sì, sarebbe necessario l’intervento del giudice. A me nessuno verrà mai a dire cosa sia il Bene, cosa sia il Male. Lo so da quando ero bambino. Soprattutto so che, se una persona sta annegando, mi butto in acqua e la salvo, non la lascio annegare. Se c’è una tromba d’aria, mi butto in mezzo, per cercare di salvare più gente possibile, come del resto ho fatto. E sono solo alcune cose di questo maledetto scapigliato.
Au revoir, salutando alla Baudelaire.

Il 27 settembre 2020 al Premio Internazionale di Poesia "Città di Varallo" il nuovo libro di Fabio Viganò Puro amore si è classificato quarto nella sezione volumi pubblicati.