jueves, 22 de febrero de 2024

Candace Bushnell: sesso, successo, scarpe (and the City)


Recensione e fotografie di Andrea Carlo Cappi

Quando era piccola, suo padre - ideatore delle pile a combustibile utilizzate per le missioni spaziali Apollo - le raccomandò di lasciare a sua volta un segno che cambiasse il mondo. Cosa che di sicuro "Candi" non avrebbe potuto fare se fosse rimasta nella sua cittadina del Connecticut, dove le prospettive per una giovane donna erano limitate ai tradizionali "mestieri femminili" e al ruolo di moglie e madre. Perciò a diciannove anni Candace (con la "a") parte per New York con venti dollari in tasca, la ferma intenzione di diventare una scrittrice e qualche numero di telefono da chiamare. Tra cui quello di un autore che ha incontrato a una conferenza a Houston e con il quale finirà con l'avere una relazione...
Lo racconta lei stessa nel suo one-woman-show autobiografico True Stories of Sex, Success and 'Sex and the City', inaugurato nel 2021 a New York, ora arrivato in Italia con due date: il 21 febbraio 2024 all'Arcimboldi di Milano e il 23 al Politeama Rossetti di Trieste. In scena da sola, coadiuvata da schermo, luci, effetti sonori e la propria collezione di scarpe, Candace sfoggia un talento scenico sorprendente - tutt'altro che scontato per chi si dedica alla scrittura - oltre allo humour pungente ben noto al pubblico dei suoi libri e delle serie tv che ne sono state tratte. Il risultato è uno spettacolo tanto brillante quanto stimolante (con sottotitoli per il pubblico non anglofono).


Lo scrittore che le rispose al telefono al suo arrivo a New York nel 1977 era nientemeno che Gordon Parks, romanziere, fotografo, film-maker e musicista. Se il pubblico in sala è costituito perlopiù da fan di Sex and the City, io come appassionato di cinema blaxploitation riconosco il regista (e in parte compositore delle colonne sonore) di Shaft e Shaft's Big Score. E qui mi rendo conto che Candace - a parte la scelta controcorrente per una diciannovenne bionda del New England di mettersi con un intellettuale nero di quasi mezzo secolo più vecchio di lei - avrebbe realizzato per il mondo femminista ciò che lui aveva fatto per il mondo afroamericano all'inizio degli anni Settanta: utilizzare la cultura popolare per trasmettere un messaggio forte a tutto il mondo.
In ogni caso, sottolinea Candace, frequentare gente famosa e premiata non comporta automaticamente diventare famosa e premiata: quella è una parte cui si deve arrivare con le proprie forze. Anche se all'inizio sogna una situazione stile Dashiell Hammett & Lillian Hellman, con lui e lei che sfornano capolavori ognuno alla propria macchina da scrivere, le sue storie non vendono.
Finita la relazione con Parks, lei continua a cercare faticosamente spazio in un mondo ancora fortemente maschile. Finché il redattore capo del New York Observer, Peter "Kappy" Kaplan, non le propone una rubrica settimanale intitolata Sex and the City. Candace decide di raccontare le vicende personali proprie e delle sue amiche, proponendo un modello di donna che, nella vita come nel sesso, si comporta esattamente come un uomo. Ma, quando scopre che anche i suoi genitori si sono abbonati al giornale, per evitare imbarazzo in famiglia si nasconde dietro un alter ego, che battezza Carrie Bradshaw...


In scena la scrittrice-interprete gioca con il pubblico, proponendogli situazioni narrate in Sex and the City e sfidandolo a indovinare se siano accadute davvero anche a lei. E qui emerge un aspetto tipico dei mondi di chi scrive, il proprio e quello di un alter ego: a volte le storie si svolgono come sono andate nella realtà, altre volte vengono cambiate in meglio o in peggio, ma di continuo si saccheggiano e rielaborano fatti e personaggi della propria vita.
Nel suo racconto, Candace non si dilunga su quanto dev'essere stato laborioso trasformare una rubrica settimanale in un libro; riuscire a scalare la classifica dei bestseller di pubblicazione in pubblicazione; e sottoporre il materiale alla considerazione dell'HBO per poi far sì che Sex and the City passasse da un singolo episodio pilota diretto da Susan Seidelman alla celebre serie tv, con tanto di film e recente ripresa (la serie basata su un altro romanzo, Lipstick Jungle, non avrebbe avuto pari fortuna). Si limita a ironizzare sul fatto che all'inizio pare fosse difficile trovare un'attrice disposta a dire con frequenza tutte quelle parolacce.


Di sicuro il suo è uno di quei casi in cui, come recita una famosa canzone, se hai successo a New York, hai successo dappertutto, tuttavia mantenerlo oltre al talento richiede tenacia. Candace Bushnell non si gloria dei propri trionfi e non nasconde le proprie sconfitte o umiliazioni sociali; come, dopo il divorzio, essersi vista rifiutare un mutuo in quanto donna single ultracinquantenne.
Ma sente di aver fatto ciò che le suggeriva suo padre: lasciare un segno. E trasmette al pubblico un messaggio tuttora valido: nella vita non devi cercare a tutti i costi il tuo "Mr. Big", ma devi diventare tu stessa "Mr. Big".





miércoles, 21 de febrero de 2024

Vita da pulp - Dietro lo schermo

In diretta streaming, 20 febbraio 2024

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Capisci di avere acquisito una certa fama quando qualche giornalista chiede il tuo parere su qualcosa su cui non hai la minima competenza, per il solo fatto di essere una figura dalla vaga notorietà. Mi capitò anni fa, non ricordo nemmeno quanti: un giornalista del "Corriere della Sera" si era accorto che sono uno scrittore milanese e mi domandò un'opinione sul ginocchio dolente di Ronaldo (inteso come il calciatore brasiliano) che all'epoca giocava nell'Inter, per puro caso la squadra cui tenevano le generazioni precedenti della mia famiglia, quindi quella di cui ho sentito parlare più spesso. In realtà l'intervistatore voleva da me giusto una simpatica battuta pseudocomplottista.
Non vi preoccupate: la fama non mi ha guastato, perché è sparita subito. Ai tempi di Warhol chiunque poteva raggiungerla per un quarto d'ora, ma poi la discesa della soglia media di attenzione l'abbassò fino a qualche minuto e l'avvento di TikTok nel 2016 la ridusse infine a quindici secondi. Ora forse la piattaforma cinese cerca di riportarla ai livelli di Warhol, ma quel che è fatto è fatto e non si può più rimediare.
Infatti le uniche altre volte in cui è stato richiesto il mio intervento a proposito del football sono state quando ho scritto un racconto per l'antologia "Cuore di cuoio" in occasione degli Europei 2020, giocati nel 2021, e nel 2022 quando ho presentato a Milano il delizioso romanzo postumo di Michele Serio "Il calcio e la danza dei sette veli" in una divertente serata con un pubblico di tifosi del Napoli.

Mi è successo invece spesso di trasformarmi in "opinionista televisivo" su argomenti più vicini a quelli di cui mi occupo abitualmente. Ricordo con piacere l'unica volta in cui ho presentato seriamente un libro in televisione, nel 2010, ospite di Corrado Augias in una puntata de "Le Storie" dedicata al mio "Le grandi spie". Fu un'esperienza molto interessante anche se impegnativa: non sapevo assolutamente quali domande mi sarebbero state poste e mi trovai a confrontarmi con un grande esperto della materia (e, beninteso, non solo di quella), qualcosa di simile a sfidare a ping pong un campione olimpionico cinese. Si può notare, in quella trasmissione, anche una serie di osservazioni su un personaggio della politica internazionale che ancora oggi si comporta nello stesso modo deplorevole; evito di scriverne qui il nome, per evitare censure e invettive dai suoi innumerevoli fan, come già avvenuto in varie occasioni.
Una dozzina di anni fa ricevevo occasionali telefonate serali dalla redazione di "Mattino Cinque": era stato commesso qualche delitto e occorreva qualcuno che esprimesse un parere l'indomani in diretta tv. Cosa non facile, perché le indagini di solito erano appena cominciate e se ne sapeva ben poco. In ogni caso, passavo il resto della serata a documentarmi sul fattaccio e il mattino dopo ero in diretta a commentarlo con Federica Panicucci. Provai una certa soddisfazione quando, prendendo spunto da un episodio a Milano in cui - se non erro - due killer italiani avevano ucciso un cittadino italiano e la moglie dominicana, riuscii a far tacere educatamente una politica di destra in collegamento da Roma, che già auspicava carri armati per le strade per combattere la violenza degli "extracomunitari". In un'occasione, per una volta, parlai anche di un argomento trattato in un mio libro, ossia il caso Lady Diana; alle mie rivelazioni per poco la signora Panicucci non cadde dallo sgabello: lo staff della redazione la rassicurò da dietro le quinte che non ero impazzito, era tutto vero.
Qualche volta sono stato invitato a parlare di miei libri anche a UnoMattina presso la RAI, anche se in due casi l'editore di turno non mi ha mai pagato il dovuto e si è messo in tasca i guadagni delle vendite ottenute con le mie apparizioni sullo schermo. Ho smesso di fare l'ospite televisivo quando le grandi reti, oltre a non prevedere compensi per queste prestazioni, hanno cominciato anche a non occuparsi più dei trasporti o a non garantire i relativi rimborsi spese. D'accordo lavorare gratis ogni tanto, ma rimetterci anche soldi di tasca propria è un po' troppo, dato che non si tratta di enti benefici.

Ho in ogni caso piacevoli ricordi di programmi televisivi e radiofonici cui ho collaborato nel corso degli anni. In particolare le diverse stagioni de "La Boutique del Mistero", che ebbe una ripresa nel 2022 su Radio Number One e ogni tanto rivive con miei interventi occasionali nei programmi di Luca Galiati in arte "Lukino"; non escludo che prima o poi torni a essere una rubrica fissa. Ma, soprattutto dal lockdown in poi, è frequente la partecipazione a trasmissioni in streaming sui social network. Ne ricordo un paio in particolare, entrambe condotte da Riccardo Mazzoni: una, insieme a vari autori di Diabolik, che si è conclusa con tutti noi che indossavamo le mascherine anticovid (chi meglio di noi poteva mostrare come fare un uso corretto delle maschere?); un'altra in cui il compianto Alfredo Castelli e io ci passavamo da una finestrella dello schermo all'altra una copia di un mio romanzo di Martin Mystère, pur trovandoci a migliaia di chilometri di distanza.
Ieri sera ho partecipato a uno di questi incontri online, su Facebook, nell'ambito di un ciclo di appuntamenti sugli animali domestici che dura da diversi anni. Il tema della serata era il collegamento tra violenza sugli animali e violenza sugli esseri umani, in particolare il femminicidio: non è una semplice ipotesi, dato che vari studi - tra cui quello dello psichiatra forense John Marshall Macdonald - testimoniano che lo "zoosadismo" è uno degli indicatori di un possibile disturbo antisociale della personalità che può preludere all'omicidio. Prova ne è il fatto che individui tristemente noti come assassini seriali quali Albert De Salvo ("Lo strangolatore di Boston", tredici donne uccise), Ed Kemper ("The Co-ed Killer", sei ragazze uccise), Ted Bundy ("Il killer del Campus", almeno trenta donne uccise) o Jeffrey Dahmer ("Il Mostro di Milwaukee", diciassette uomini uccisi) hanno tutti fatto il loro apprendistato uccidendo piccoli animali come gattini e cagnolini. Lo stesso fenomeno si riscontra anche in casi di stalking e violenza domestica.
Nel corso dell'incontro persone competenti, tra cui una criminologa, hanno fatto osservazioni sensate e costruttive. Ma, pensando a quanto ho saputo di molti talk show degli ultimi anni, che a dire il vero ho evitato di seguire, se questo fosse stato un programma su un'importante rete tv, vi sarebbe stato invitato almeno un ospite per il "contraddittorio". Secondo questa logica, avrebbe dovuto esserci anche un pluriomicida, autorizzato a giustificare la propria mancanza di empatia e sostenere come legittima l'illusione di superomismo raggiunta con la violenza su creature ritenute "inferiori". Così il pubblico, alla fine, avrebbe potuto concludere che in fondo ha ragione pure lui. Chissà, forse è meglio non essere più invitato in televisione.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

martes, 13 de febrero de 2024

Vita da pulp - La vita thrilling dello scrittore

Con Java e il Premio Atlantide Amys 2019 (fotogiaco) 

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

All'inizio del suo libro di viaggi Thrilling Cities, Ian Fleming notava che da uno scrittore di thriller ci si aspetta che abbia una vita thrilling; il che nel suo caso non era lontano dal vero. Come ho raccontato più volte, è in parte colpa sua se a sei anni ho deciso che volevo fare lo scrittore. In realtà la mia vita sarebbe risultata più somigliante, se non a quella di Emilio Salgari, a quella laboriosa degli scrittori pulp delle riviste americane di circa un secolo fa.
Tempo fa intitolai un post di questa rubrica "La vita glamour dello scrittore", un mio vecchio slogan ironico che spesso abbino alla frase "Il magico mondo dell'editoria". In realtà può essere impegnativa anche la vita di un autore di autentico, grande successo internazionale. Penso a Jeffery Deaver e a quanto raccontava in una recente intervista di Seba Pezzani, partendo proprio da quel libro di Ian Fleming: tra duro lavoro e continua dedizione al pubblico, si può vivere anche qualche momento memorabile.
Stefano Di Marino - erede mai abbastanza riconosciuto di Salgari e Scerbanenco - commentava a suo tempo: "in fondo ci siamo presi qualche soddisfazione". Verissimo. La prima di tutte, per lui come per me, è quella di essere riusciti a fare quello che desideravamo, ossia scrivere storie, "narrativa popolare", possibilmente di qualità pur senza ambizioni di "grande letteratura".

In più di trent'anni di carriera ho avuto alti (anche se non proprio vette) e bassi (se non proprio abissi), ma le soddisfazioni non sono mancate. Per fare qualche esempio, ho potuto pubblicare su collane storiche, come Il Giallo Mondadori e Segretissimo, e lavorare per Diabolik e Martin Mystère: vale a dire, avere il permesso di fabbricare i miei mondi immaginari e di aggiungere qualche mattoncino a quelli ideati da altri. Ciliegione sulla torta: vincere con i romanzi di Martin Mystère il Premio Italia 2018 e il Premio Atlantide Amys 2019; e poter proporre e realizzare tra il 2020 e il 2023 le novelizations dei film di Diabolik dei Manetti bros, operazione insolita nei rapporti tra cinema e narrativa nel nostro paese.
E ancora: frequentare colleghe e colleghi, a volte nell'ambito di collaborazioni appassionanti. Ho avuto modo di incontrare figure storiche, italiane e straniere, alcune delle quali oggi non sono più tra noi: con qualcuno si sono stretti rapporti duraturi, con altri ho avuto il piacere di conversazioni indimenticabili.
Non campo solo di scrittura, ma più in generale di editoria, come curatore, consulente, editor e traduttore. Anche in quest'ultima veste - tranne quando mi sono capitati libri scritti da persone meno competenti di me - ci sono state esperienze istruttive e talvolta sfide impegnative ma interessanti. E ultimamente è una soddisfazione dal retrogusto amaro poter curare le riedizioni dei libri di Andrea G. Pinketts (1960-2018) riproposti da Harper Collins, o riprendere la collana di ebook Spy Game ideata da Stefano Di Marino (1961-2021) per Delos Digital.

C'è un'altra cosa che mi fa piacere: ogni tanto, riuscire a far pubblicare chi se lo merita, che abbia fama o meno. Ricordo ancora quando negli anni Novanta chiamai al telefono un giovane emozionatissimo autore, per dirgli che avevo selezionato un suo racconto per Il Giallo Mondadori, quando solo un paio di anni prima ero io a trovarmi nella sua stessa situazione.
Nel periodo in cui avevo il ruolo di direttore editoriale ho potuto mandare alle stampe ottimi romanzi e racconti con firme già note o assolutamente nuove. Ora, come presidente della giuria del Premio Torre Crawford per racconti inediti (di cui trovate qui il bando del 2024) mi capita di pubblicare nell'antologia annuale autrici e autori già di fama, così come esordienti di qualsiasi età... anche al di sotto dei diciotto anni, dal momento che nel concorso c'è una sezione gratuita dedicata proprio a loro.
Come ho fatto altre volte in questa rubrica, devo solo rammentare a chiunque si affacci a questo mondo che pubblicare un racconto non comporta automaticamente fama e successo. E che per sopravvivere nell'editoria occorrono tenacia e una certa dose di autocritica. Quanto a fama e successo, raramente arrivano in proporzioni tali da permettere di vivere una vita thrilling: è più probabile una "vita da pulp", in cui ogni tanto però ci si prende qualche bella soddisfazione.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

viernes, 2 de febrero de 2024

Vita da pulp - Il vecchio e il male


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Non so quanto l'usanza sia nota in giro per l'Italia, ma fino a non molto tempo fa a Milano c'era quella di San Biagio, vescovo e martire armeno ricordato dal calendario il 3 febbraio. Tra i vari miracoli a lui attribuiti c'è anche l'aver salvato un ragazzino da una lisca di pesce in gola, facendogli inghiottire una briciola. Forse per questo, a Milano, San Biagio è associato al panettone. Per conoscere la storia del caratteristico dolce natalizio ambrosiano vi consiglio la nota in appendice al racconto della grande Danila Comastri Montanari nell'antologia Delitti alla milanese (Excalibur-RaccontaMI) a cura di Gian Luca Margheriti; per l'accostamento a San Biagio accontentatevi della mia opinione. Ho sempre avuto il sospetto che, più che una tradizione semireligiosa, fosse una scelta pragmatica tipicamente milanese "vecchio stampo": in questo modo, finite le feste, i produttori potevano vendere, a prezzo ridotto, i panettoni avanzati per altre quattro settimane.
Da qualche anno, con mia grande soddisfazione, il panettone viene esportato anche in Spagna e nelle mie trasferte invernali da quelle parti ne ho sostenuto ampiamente il mercato: nel 2023 ho potuto festeggiare San Biagio laggiù. Ma quest'anno sono in Italia ed entrando a metà gennaio nel più vicino supermarket a Niguarda Nord (Milano), invece di montagne di panettoni in offerta speciale ho trovato anzitempo scatoloni di materiale carnevalesco. Oltretutto qui si festeggia il carnevale ambrosiano, spostato al sabato dopo il Mercoledì delle Ceneri: anche questa dev'essere stata una scelta pragmatica d'epoca, così i milanesi potevano lavorare e produrre senza distrazioni tutta la settimana e tirar tardi solo il sabato sera. In ogni caso, al supermercato, chiacchiere e coriandoli erano doppiamente in anticipo. Ho sentito dire, del resto, che quest'anno le uova di Pasqua sono entrate in distribuzione due mesi prima della data corrispondente. C'è da chiedersi intanto: "Dove vanno a finire i panettoni?"
Ma tutto ciò mi ha fatto riflettere su due cose. Forse quella di San Biagio è considerata ormai una "vecchia" usanza, oppure è stata dimenticata. Pertanto il panettone, legato alle feste natalizie, è anch'esso "vecchio", perché roba della fine dell'anno scorso, mentre qui - presto, presto! - già bisogna pensare alle prossime occasioni commerciali. Suppongo che, per non perdere tempo, a marzo appariranno creme solari e costumi da bagno, e a fine agosto spunteranno i primi alberi di Natale.

Può darsi che io sia pessimista, ma mi sembrano ulteriori manifestazioni di una pericolosa tendenza in atto da qualche decennio, che va di pari passo con la diffusione legittimata dell'ignoranza e la cancellazione ormai non più solo della memoria storica, ma anche della memoria breve. Come dire: "il vecchio e il male", anzi, "il vecchio è il male". Un libro dell'anno scorso è già acqua passata, figuriamoci un Premio Nobel di settant'anni fa; ma questo poco importa perché il libro in sé è considerato "vecchio", anche se può essere consumato in digitale su nuovi apparati tecnologici. Un film dell'anno scorso, passato fulmineo dal grande schermo alle piattaforme, è già "vecchio", quindi si può immaginare quanto possa esserlo un classico della storia del cinema.
Il fenomeno si nota da tempo. Nel 2002 si discuteva se James Bond - nato letteriamente cinquant'anni prima e cinematograficamente da quaranta - non fosse ormai tramontato perché era "l'eroe di papà"; molto meglio Spiderman, che peraltro era apparso anche lui fumettisticamente nel 1962, ma era appena tornato al cinema e sembrava nuovo perché i più se n'erano dimenticati. Poi, dopo tre film di Spiderman in cinque anni, nel 2012 uscì un reboot in cui un nuovo Peter Parker viene morso da un nuovo ragno radioattivo e un nuovo zio Ben fa una brutta fine: che importava del déjà vu, tanto era successo in un "vecchio" film di un decennio prima. Negli ultimi anni tutto questo è stato (brillantemente, bisogna ammetterlo) risolto con il trucco del multiverso e delle reunion di vari Spidermen (plurale), riattualizzando di fatto i "vecchi" film anche per il pubblico più giovane delle nuove piattaforme tv, anziché buttarli via.
E non c'è solo questo. Già oltre quindici anni fa il (sedicente) esperto di marketing di una casa editrice proponeva di omettere l'anno di nascita di un autore dalla quarta di copertina, perché secondo lui il pubblico giovane non avrebbe letto il libro di uno scrittore ultrasettantenne, anche se si trattava di un autentico maestro del noir. Per un fenomeno del genere si è dovuta creare una nuova parola: "ageismo", perché quando si inventa una parola per indicare un tipo di discriminazione il problema è risolto, vero?

Forse il problema è che sono "vecchio" anch'io, in quanto appartenente a una generazione ormai obsoleta e obliterabile. Per gente come me era normale leggere vecchi libri, a partire dalla collezione di famiglia dei romanzi di Emilio Salgari - solo parzialmente sopravvissuta alla guerra, ma ricostituita con riedizioni postbelliche - ai Gialli Mondadori del nonno (abbonato nei primi anni Sessanta), a volumi e fumetti vecchi e nuovi, di seconda e terza mano, pescati sulle bancarelle; così come era interessante scoprire vecchi film non solo in televisione, ma anche quando venivano proiettati nei cinema di quartiere. Pratiche aberranti del passato, suppongo.
Sono nato nel 1964, quindi rientro per un soffio nella categoria "boomer": è interessante osservare che anche nell'era del politicamente corretto è legittimo inventare nuovi termini con cui additare qualcuno disprezzandolo e ridacchiando. Forse tra non molto dovrei rimuovere anch'io la data di nascita dai miei libri, posto che il pubblico - giovane o meno - legga ancora romanzi di intrattenimento intelligente... ma visto qual è stato il libro di maggior successo nel 2023, non sono sicuro di potermi fare troppe speranze. Eppure mi sento più giovane di molte persone che, benché di età inferiore, aderiscono a ideologie repressive, discriminatorie e omicide di un secolo fa, oppure per reazione a queste si creano nuovi fanatismi non meno soffocanti. Forse il problema non è l'età anagrafica, ma i cervelli - vecchi e nuovi - che funzionano solo in modo primordiale: "Io sono superiore e nel giusto, tutti gli altri sono inferiori e vanno annientati". Lo pensano anche i tifosi della cancel culture: dopotutto "l'ignoranza è forza", sosteneva un dittatore in un "vecchio" romanzo di George Orwell scritto nel 1948 e ambientato quarant'anni fa.
In ogni caso, quando arriverà la prossima pandemia (che secondo certe ideologie naturalmente non esisterà, tanto "muoiono solo i vecchi") ricordate che io sono tuttora molto produttivo. D'accordo, una decina di anni fa ho avuto un problema alla vista perché lavoravo abitualmente centoquaranta ore alla settimana e ormai cerco di non superare le cento ore per week se non in casi di emergenza... ma quanti giovani d'oggi, di ieri e dell'altro ieri saranno, sono o sono stati in grado di mantenere ritmi simili a fronte di un compenso modesto?
Sarà che non avrò mai una pensione, quindi non ho urgenza di andarci, e che non posseggo un trattore (né una macchina né una bicicletta, se è per questo) per bloccare una strada ed esigere compensi vagamente commisurati alle mie fatiche. Ma, finché posso, auspico di poter continuare a lavorare senza che un branco di imbecilli di qualsiasi età mi costringa all'estinzione. E, alla faccia loro, sono riuscito lo stesso a trovare in offerta speciale un panettoncino monodose per celebrare San Biagio a Milano il 3 febbraio.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.