lunes, 29 de enero de 2024

Vita da pulp - Le pagine lasciate indietro


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Qualche sera fa a Milano, passando vicino a un banchetto di volumi usati sui Navigli, ho avvertito un richiamo che mi era familiare anni prima, quando facevo il Cacciatore di Libri: il sesto senso per i libri, un po' come lo spider sense dell'Uomo Ragno. Infatti tra quelli in lingue straniere ho trovato, e subito acquistato, un particolare titolo di un autore (e amico) americano che chiameremo W. Si trattava del suo romanzo in cui nei ringraziamenti in appendice è citato il mio nome, a ricordo della nostra lunga collaborazione. Ne ero al corrente per averne sfogliato l'edizione italiana una volta in una libreria, ma per motivi personali avevo deciso che l'avrei comprato in inglese. Poi il tempo è passato senza che io e quel libro ci incontrassimo più, fino all'altra sera.
I miei rapporti con W risalgono alla fine degli anni Novanta. Secondo un'antica e saggia usanza dell'editoria italiana, è bene che le traduzioni di tutti i libri scritti dalle stesse mani siano affidate a un'unica persona, possibilmente capace, in modo da dar loro una certa continuità nel linguaggio, specie nelle vicende seriali. Nel tempo dunque si crea una simbiosi tra i testi originali e la loro "voce" italiana. Nel caso di W, tuttavia, i precedenti traduttori avevano dovuto rinunciare a seguirlo, per mancanza di tempo; quindi la casa editrice, per la quale lavoravo anche come consulente nel settore giallo e noir, si rivolse a me. Prima di cominciare, mi lessi tutti i libri precedenti di W tradotti in italiano, per verificare come fossero stati resi nella nostra lingua determinati termini ricorrenti, dimodoché il pubblico li ritrovasse identici nei titoli successivi.
Il mio lavoro su W sarebbe durato quasi un decennio. Amo ricordare che in quel periodo la nostra accoppiata funzionava così bene che, appena usciva un suo libro tradotto da me, balzava subito al primo posto nelle classifiche di vendita, scalzando dal trono persino John Grisham, Come talvolta capitava anche con altri autori, in caso di dubbio scrivevo a W via email per chiarimenti, ottenendo sempre una risposta immediata. Ci eravamo incontrati in precedenza, ma la nostra amicizia si cementò durante un suo tour dalle nostre parti che, per circostanze impreviste, si protrasse più del dovuto.

Un anno W curò un'interessantissima raccolta di racconti delle maggiori firme della storia del mystery e della suspense in lingua inglese, che ne includeva obbligatoriamente anche uno suo. La consueta casa editrice italiana ne prese i diritti. Era un volume colossale che non avrei potuto certo tradurre da solo nel tempo necessario ma, come consulente per i gialli di quella casa editrice, potei fare una proposta: suddividere i vari testi tra un certo numero di autrici e autori italiani di mystery e suspense che avessero anche esperienza nelle traduzioni (me compreso), con una mia revisione finale di tutta l'opera. Ne venne fuori dunque un libro con una doppia attrattiva: un'antologia di grandi nomi stranieri del thriller la cui traduzione italiana - sotto la mia direzione - era firmata da grandi nomi italiani dello stesso genere: riuscii persino a far lavorare Andrea G. Pinketts - che in passato, fatto poco noto, si era occupato della traduzione di romanzi western - su un racconto del suo amico Ed McBain.
In seguito W pubblicò negli USA due antologie di proprie short stories. La consueta e fidata casa editrice acquisì i diritti del primo volume e lo annunciò incautamente come una "raccolta di racconti inediti in Italia", prima di rendersi conto che alcuni erano già apparsi anche da noi: uno proprio nella precedente antologia di autori vari, un altro sulla mia "M-Rivista del Mistero", un altro ancora su uno speciale del Giallo Mondadori... Poiché era stato promesso pubblicamente che si trattava di soli "inediti", la direttrice editoriale decise di sostituire i racconti già apparsi in Italia con altri provenienti dal secondo volume e mi affidò la nuova selezione perché la traducessi. In quel periodo però il marchio editoriale che pubblicava W in Italia era in fase di parziale scioglimento: il mio contratto di consulenza era terminato da tempo, la direttrice andò a lavorare altrove, le firme più importanti - compreso W e altri autori tradotti da me - furono passati al marchio principale dello stesso gruppo, in una sorta di trasferimento interno.
Quando venne il momento di pubblicare il secondo volume di racconti di W, a occuparsene era dunque una nuova redazione, cui spiegai nel dettaglio lo spostamento dei testi nell'edizione italiana della precedente antologia: alcuni testi andavano rimpiazzati con quelli omessi dall'altro volume. Quindi tradussi tutti i racconti ancora inediti e indicai dove reperire le traduzioni di quelli già apparsi in Italia in passato; ma all'ultimo momento, settimane dopo e nonostante i miei reiterati promemoria, la redazione si accorse di avere scordato quello già pubblicato nel Giallo Mondadori, sicché ricevetti una telefonata disperata e dovetti tradurlo io al volo, una trentina di pagine in un pomeriggio. Ero all'estero, teoricamente in vacanza, di fatto a lavorare; ma per fortuna (il sesto senso per i libri) avevo trovato in una rivendita dell'usato una copia in inglese del primo volume dell'antologia, quindi per puro caso avevo sottomano il testo. Approfittai di una rete wi-fi - all'epoca non ce n'erano tantissime - per inviare la traduzione via email e, visto che avevo fatto gratis da balia alla redazione, chiesi e ottenni che nel frontespizio fossi accreditato come curatore dell'edizione italiana dell'antologia; nelle riedizioni successive il mio nome però sarebbe stato rimosso, insieme alla memoria dei miei meriti.

E arriviamo a una quindicina di anni fa. L'importante marchio editoriale che ora pubblicava W aveva fretta di far uscire il suo nuovo romanzo. Ne anticipò dunque di molto la data di pubblicazione e decise di dimezzare i tempi di lavoro: affidò la prima metà a una nota traduttrice, e lasciò la seconda a me, facendomi stracciare il contratto già firmato secondo cui avrei dovuto occuparmi io di tutto qualche mese dopo. Suddividere la traduzione di un romanzo è un metodo rischioso, che richiede poi una revisione attenta per evitare incoerenze clamorose tra le parti elaborate da persone diverse; stavolta però la revisione sarebbe spettata alla redazione, non a me, che presso questo marchio non ero un consulente sotto contratto. Lessi subito la prima metà del libro e tradussi la seconda, che cominciava in una foresta e vi si tratteneva per parecchi capitoli, con riferimenti dettagliati a una vegetazione nordamericana per la quale non esistono termini corrispondenti in italiano. Un lavoro impegnativo, che però consegnai puntualissimo. Passò un mese (un mese? Ma non avevano fretta?) e ricevetti di nuovo una telefonata disperata dalla redazione: si erano appena accorti (meglio tardi che mai) che l'altra traduttrice aveva omesso le ultime trentacinque pagine della sua parte e ora dichiarava di non avere tempo per tappare il buco, sicché dovevo rimediare io, presto, presto! In verità, se i tempi erano quelli, avrei potuto tradurre io tutto il libro come da contratto originale, senza bisogno di suddividerlo tra due persone, e lo avrei consegnato ben prima di quella data. Tradussi le pagine lasciate indietro in un pomeriggio (di nuovo l'intraducibile botanica nordamericana, forse non era un caso se la collega se ne era, ehm, dimenticata e si era pure rifutata di rimediare alla propria svista). Il risultato fu che la data del pagamento di tutto quanto mi era dovuto - per contratto a ben centoventi giorni - fu conteggiata solo a partire dalla consegna di quelle pagine mancanti un mese dopo, come se a essere in colpevole ritardo fossi stato io.
Inoltre, quando arrivò il romanzo successivo di W, mi venne detto che, siccome stavolta la protagonista era una donna, avevano pensato di farlo tradurre a una donna. (Nel campo del romance avevo constatato a suo tempo che non si volevano traduttori di sesso maschile, come ho raccontato in un post precedente; ma nel campo del giallo non avevo mai visto nessuno fare distinzioni di sesso, tant'è che molte traduttrici storiche del Giallo Mondadori lavoravano tranquille su serie scritte da uomini e/o con protagonisti di sesso maschile.) Sicché il romanzo successivo di W venne affidato proprio all'altra traduttrice, che spero stavolta non ne abbia dimenticato qualche pezzo. Ma ho idea che le "quote rosa" fossero solo un pretesto per togliermi di torno, perché da allora non venni più chiamato per nessuno degli autori su cui avevo lavorato per un decennio. Dovetti passare a un gruppo editoriale concorrente, per il quale avrei tradotto parecchie opere senza distinzione di sesso o colore o genere letterario, compresi un romanzo di un'autrice pakistana in lingua inglese e l'autobiografia di uno showman sudafricano che ai tempi dell'apartheid rientrava nella classificazione "colorato". E, oltretutto, venivo pagato a sessanta giorni, non centoventi (o centocinquanta).
Ci fu un seguito: qualche tempo dopo W scrisse un romanzo "in franchise" con protagonista un personaggio molto famoso di cui avevo tradotto in passato parecchie avventure scritte da altri autori. Si sapeva che in Italia sarebbe stato pubblicato dall'attuale marchio editoriale di W, che ormai mi aveva tagliato fuori. Ricontattai ugualmente la redazione per segnalare che, essendo un esperto tanto di W quanto del personaggio in questione (cui avevo anche dedicato vari volumi di saggistica), forse ero la persona più adatta a tradurlo. Passati mesi di silenzio, mi rifeci vivo e mi venne finalmente risposto che era tardi, ormai avevano fretta e avrebbero suddiviso il romanzo tra sei diversi traduttori e traduttrici; fu inutile dire che io avrei saputo tradurlo da solo in modo coerente e professionale nello stesso numero di settimane. Ora forse si capisce perché preferisco non leggere W nelle edizioni italiane. E forse anche perché in Italia W non è più stato primo in classifica.

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

martes, 23 de enero de 2024

Vita da pulp - Non è bello ciò che è bello?

Melek Taus, illustrazione di Carlo Velardi da "Martin Mystère" n. 407

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Proseguo idealmente il discorso cominciato nell'ultimo post, con un altro elemento della narrativa che ho sentito mettere in discussione di recente, ma di cui si parla da parecchio e che non riguarda soltanto le fiabe. Perché, tradizionalmente, eroi ed eroine devono essere caratterizzati da una singolare bellezza, invece di essere persone qualsiasi o addirittura con palesi difetti fisici?
Potremmo risalire al concetto greco di kalokagathia, la corrispondenza tra bellezza e bontà che faceva sì che spesso eroi bellissimi, per esempio Ulisse, affrontassero personaggi mostruosi come il Ciclope. Del resto è stata la cultura classica a codificare la bellezza nell'arte. Ma la malvagità che si riflette nell'aspetto fisico riappare in varie mitologie, in cui per esempio le creature malefiche sono raffigurate come ibridi spaventosi tra diverse specie di animali. Di recente ho dovuto ricostruire l'iconografia di Pazuzu, il demone di cui si parlava ne L'esorcista, per il mio serial in appendice a Martin Mystère. Per contro, ho incontrato la figura fondamentalmente buona di Melek Taus, l'Angelo Pavone, che vedete illustrato qui sopra da Carlo Velardi.
Il contrasto tra buono-bello e cattivo-brutto è una caratteristica ricorrente della narrativa popolare, che nel XX secolo si ritrova, per esempio, nei fumetti di Dick Tracy di Chester Gould, in cui gli avversari del detective sono caratterizzati da volti quantomeno bizzarri; o, come notava Umberto Eco, nei romanzi di Ian Fleming con James Bond - peraltro non descritto come "bello", a differenza di molti suoi interpreti sullo schermo - i cui nemici hanno solitamente un aspetto orrendo, per quanto possano essere ricchi e ben vestiti. Oggi tutto questo sarebbe considerato body shaming.

In generale una bellezza fuori dal comune pervade tutta la narrativa popolare e non aleggia solo su eroi ed eroine, ma talvolta anche su antagonisti che se ne servono come maschera ingannevole. Inoltre certi personaggi, oltre a essere avvantaggiati nell'aspetto, godono pure di forza fisica, intelligenza e, da un secolo a questa parte, persino di equipaggiamento tecnologico superiori alla media, larger than life. Il discorso parte dai libri illustrati, per arrivare ai fumetti, al cinema e alla televisione. E qui i sostenitori dell'equiparazione a ogni costo si inalberano: la gente normale non è tutta così.
Allo stesso modo si può deprecare che in buona parte della storia del cinema o della televisione si vedano figure che si muovono in scenografie sofisticate, indossando abiti eleganti o guidando auto di lusso, anziché apparire malvestiti in ambienti da sottoproletariato urbano. D'accordo anche su questo: non tutti vivono in questo modo. Tuttavia, se è più che lecito e occasionalmente doveroso esprimersi in termini di realismo, verismo o neorealismo, non bisogna neppure dimenticare che in certi momenti si ha anche voglia e bisogno di sognare.
Alfred Hitchcock prediligeva atmosfere raffinate ed eleganti, come quelle di Caccia al ladro o Intrigo internazionale, perché pensava a un pubblico che già vede lo squallore a casa propria e non se lo vuole ritrovare pure al cinema. Ciò, beninteso, non gli ha impedito di girare Frenzy, la cui ambientazione è l'esatto opposto del glamour.

La narrazione come sogno non va né rifiutata né cancellata, il che può implicare accidentalmente la bellezza dei protagonisti. Si pensa oltretutto che questa sia pretesa e imposta solo alle donne e che sia quindi tutta una questione di maschilismo. Ma, se vi capita sotto gli occhi qualche copertina di romance angloamericano, potete notare che vi appaiono donne bellissime abbracciate a uomini bellissimi, muscolosi e seminudi. Del resto, senza Jason Momoa sul cartellone, molte meno persone andrebbero a vedere i film di Aquaman. Se bisogna sognare, tanto vale sognare in grande.
L'inconfessabile, inammissibile verità è che, nello spazio di una storia immaginaria e indipendentemente dall'orientamento sessuale, a molti di noi piace identificarci in figure più avvenenti, affascinanti, possenti. E, attraverso di loro, possiamo persino desiderarne di altrettanto belle come partner. In un pomeriggio d'autunno nel 1970, all'età di sei anni, al Cinema Atlas di via Sansovino a Milano, avrei voluto essere Sean Connery e trovare in spiaggia Ursula Andress. Che poi a dire il vero ho incontrato, sempre bellissima, benché circa trentacinque anni dopo e non in Giamaica, bensì a Busto Arsizio in occasione del Film Festival.
La bellezza, peraltro, è un fatto molto soggettivo. Hitchcock considerava più bella Grace Kelly rispetto alla coeva Marilyn Monroe, che gli sembrava troppo vistosamente sexy; io avrei preferito Ava Gardner e in questo Hemingway mi avrebbe dato ragione. In ogni caso, sognare davanti a un libro o uno schermo non dev'essere proibito. Se non ci piace quello che vediamo allo specchio tutti i giorni, dobbiamo abituarci, non pretendere di imporlo a chiunque altro.

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

martes, 16 de enero de 2024

Vita da pulp - Biancaneve e gli 007


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Si è sollevata di recente una polemica sul sessismo nelle fiabe, in quanto riflesso di una cultura maschilista e patriarcale. Aldilà dell'ironia con cui presumo siano state fatte le affermazioni di partenza, il discorso potrebbe essere ampliato: l'intera letteratura, orale e scritta, e nell'ultimo secolo le sue trasposizioni mediatiche sono lo specchio della mancata uguaglianza delle donne dall'antichità ai giorni nostri. Potremmo dire che è stata la Storia a essere sessista. Noi possiamo e dobbiamo cambiare il presente e il futuro, ma non il passato. E non è il caso di rifiutarne le testimonianze. perché a volte la lettura di un testo che riflette la condizione della donna (o di altre "categorie" penalizzate) in una certa epoca, ci fa prendere coscienza di cosa accadesse davvero, senza edulcorazioni e senza falsità. La rimozione aiuta invece a ripetere gli stessi errori.
Il mondo non è mai stato bello. Fino a non molto tempo fa - ma in molti posti lo è tuttora - il ruolo della donna era quello di moglie, madre e serva, che tutt'al più affiancava l'uomo come lavoratrice nei campi, poi in fabbrica, o si dedicava ad attività ritenute "femminili". Le uniche eccezioni erano le donne appartenenti a classi superiori, che potevano talvolta condividere privilegi maschili, anche se in molti casi erano costrette a ritirarsi in convento o a subire matrimoni di convenienza: ad alto livello, d'accordo, ma con modalità non diverse da quelle che toccavano ad altre spose più o meno bambine. Va ricordato poi, come avviene ancora oggi in molti paesi, che spesso il ruolo di monarca passava solo al primogenito di sesso maschile: le donne a volte erano escluse dalla politica anche nelle famiglie reali. Ricordiamo oltretutto che in Italia le cittadine hanno potuto esercitare il diritto di voto per la prima volta il 2 giugno 1946, quasi ottant'anni fa: un battito di ciglia in una Storia plurimillenaria.
All'uomo toccava il ruolo di guerriero e cacciatore, quindi a lui e solo a lui l'addestramento all'uso delle armi. Non esisteva peraltro un servizio civile sostitutivo per chi non volesse andare in guerra ad ammazzare gente. Ciò comportava anche che, qualora gli uomini non fossero stati precedentemente sbudellati o mutilati in combattimento, considerassero le donne (e all'occorrenza i bambini) dei territori conquistati come preda da stupro... e potrei parlare anche al presente, dal momento che purtroppo questa regola viene seguita tuttora. Detto fra noi, mi sembra un modello esistenziale orrendo per entrambi i sessi, basato su abuso, sfruttamento, sopraffazione, violenza, morte e, appunto, guerra. Ma, ribadisco, non possiamo cambiare la Storia e soprattutto è assurdo pensare di alterarne le testimonianze. Semmai è necessario creare modelli differenti per il presente, sperando di riuscire a diffondere una nuova mentalità per il prossimo futuro.

La Storia, con tutti i suoi incancellabili orrori, si rispecchia nella letteratura e nei suoi derivati. Perché nella narrativa prevalgono gli eroi di sesso maschile, fin dai tempi delle mitologie arcaiche? Perché erano gli uomini a combattere e ad avere a disposizione spade, archi, fucili e cannoni. Solo alcune dee, come Artemide, erano associate alle armi. Se pensiamo alle Valchirie nella mitologia norrena, benché spesso rappresentate con elmo e lancia su cavalli alati, in origine avevano solo il compito di recuperare i caduti sul campo di battaglia per condurli al Valhalla: un'agenzia viaggi post mortem. Delle Amazzoni, le donne guerriere della mitologia greca, si dice che fossero sottoposte nell'infanzia all'ustione della ghiandola mammaria destra per inibire la crescita del seno, in modo da favorire l'impiego dell'arco; secondo Virgilio, la mammella era soltanto compressa da una fascia e in ogni caso le Amazzoni erano preferibilmente raffigurate nude e senza mutilazioni. Ma la simbologia è evidente: per diventare guerriere dovevano rinunciare a parte della loro femminilità, quantomeno a quello che veniva considerato il ruolo "sociale" della donna. Significativo, in ogni caso, che su quel mito si basi la prima figura femminile nella categoria dei super-eroi a fumetti, Wonder Woman, apparsa nel dicembre 1941.
Ma le fiabe, ricavate talvolta da una tradizione orale arcaica e codificate in varie edizioni tra il Seicento e l'Ottocento, testimoniano l'epoca in cui sono state scritte, così come del resto le loro classiche versioni disneyane, basate su adattamenti che ne limavano gli aspetti più inquietanti di violenza, cannibalismo od occasionale necrofilia. Stiamo parlando in particolare di storie incentrate su donne giovanissime o bambine e bambini, ossia le categorie più vulnerabili.
Limitamoci però alle donne. Biancaneve e le sue colleghe, in pericolo, devono essere salvate. Perché non possono cavarsela da sole e deve intervenire un cacciatore, un cavaliere, un principe, quindi una figura esterna e maschile? Perché si tratta di un uomo addestrato all'uso delle armi, mentre la protagonista cercava di sopravvivere senza avere strumenti e nozioni per difendersi: Biancaneve non poteva impugnare un'arma automatica come una moderna eroina di action movies. Perché di solito il lieto fine corrisponde alle nozze con il Principe Azzurro? Perché erano i nobili a detenere potere e ricchezza, dunque un matrimonio opportuno era l'unico tipo di ascensore sociale. E perché sono frequenti le antagoniste femminili, matrigne, sorellastre o regine-streghe che siano? Perché in una società a dominio maschile una donna più giovane poteva rappresentare una pericolosa concorrente e sottrarre i pochi privilegi duramente conquistati: mors tua, vita mea. L'accesso a privilegi potenzialmente negati è del resto il movente di parecchie dark ladies della narrativa noir.

Certo: quando si legge una storia di avventure del passato, anche recente, è probabile che sia l'eroe di turno a salvare la damigella in pericolo... e non viceversa. Tuttavia da oltre mezzo secolo a questa parte (si guardino i recenti film di Diabolik, basati su storie a fumetti degli anni Sessanta) può anche capitare che sia l'eroina a salvare l'uomo. Per citare di nuovo Wonder Woman, nei telefilm anni Settanta era lei a dover soccorrere in ogni episodio lo sventurato Steve Trevor, rovesciando lo stereotipo. Ma, sessismo a parte, si potrebbe accusare di razzismo tutto ciò che mostra le varie etnie nel ruolo effettivo che avevano nelle diverse società nel periodo di ambientazione. Solo che quello non è razzismo, è rispetto della realtà, per quanto questa non ci possa piacere.
La soluzione quindi non è dare alle fiamme, per nominare alcuni film criticati negli ultimi anni, Biancaneve e i sette nani, Via col vento od Operazione Tuono. Del resto James Bond, nella versione cinematografica di Sean Connery, piaceva alle donne degli anni Sessanta proprio per il suo atteggiamento da macho: era quasi una scelta di marketing, dato che rappresentava una modifica rispetto al personaggio nei libri. Ho idea che cancellare qualcosa che è stato scritto o filmato in passato sarebbe solo un ennesimo pretesto per stimolare l'ignoranza in un'epoca in cui uno dei problemi maggiori è l'estinzione della memoria storica... anzi, ormai anche della memoria breve. La soluzione non è nemmeno prendere in mano un libro di settant'anni fa e riscriverlo con la presunzione di adeguarlo ai tempi, come capita oggi ai romanzi di 007 di Ian Fleming. Sono testi che riflettono il linguaggio di un'epoca in cui certe parole avevano una valenza completamente diversa. In ogni caso, se io scrivo ora una storia realistica ambientata anche solo nello scorso decennio, non posso impiegare termini, concetti e realtà che ancora non esistevano.
Il che non ha vietato di introdurre la guerriera Red Sonja nell'universo fantasy a fumetti di Conan il Barbaro, di creare una Biancaneve più combattiva in chiave dark fantasy come quella del film Biancaneve e il cacciatore (2012) o di affiancare il James Bond cinematografico a colleghe "femministe" dal 1977 in poi. Né ha impedito la nascita nel tempo di tutte le donne protagoniste di storie d'azione come Modesty Blaise o, mi permetto di dire, le mie Nightshade e Sickrose, che ormai hanno entrambe vent'anni di pubblicazioni. Tutto va visto nella chiave dell'epoca in cui è stato generato e nella società che riflette, il che richiede però, intelligenza, cultura e memoria. Se qualcosa non ci piace perché certi problemi persistono nei nostri tempi, sono i nostri tempi quelli che dobbiamo cercare di cambiare.

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

lunes, 8 de enero de 2024

Vita da pulp - Colpa d'autore


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Come primo post dell'anno nuovo in "Vita da pulp", giusto per riempirvi di ottimismo, voglio spiegarvi uno dei meccanismi perversi che non appartengono solo al mondo dell'editoria, ma a quello della comunicazione in generale. In alcuni casi c'è dietro un oscuro disegno, in altri soltanto negligenze più o meno colpevoli, in altri ancora semplicemente circostanze imprevedili. Ma alla fine emerge un unico capro espiatorio su cui viene puntato il dito accusatore: chi ha scritto, realizzato o curato il "prodotto" finale.
Vi faccio un esempio "storico". Immagino che molti ricordino la serie televisiva originale di Star Trek, concepita da Gene Roddenberry sessant'anni fa - nel marzo 1964 - e andata in onda negli Stati Uniti per la prima volta nell'arco di tre stagioni tra il 1966 e il 1969. La nascita è complessa: un episodio pilota ritenuto interessante ma non andato in onda (in seguito rimontato come flashback all'interno di due episodi della prima stagione, mai buttare via niente); un ulteriore episodio pilota con il cast pressoché definitivo, stavolta approvato; infine la serie vera e propria che, se ricordate la sigla, dovrebbe durare almeno un quinquiennio. Senonché qualcuno decide che l'astronave Enterprise debba essere messa in disarmo con due anni di anticipo.
Ma come si può riuscire a chiudere una serie tv di successo? Prima mossa: spostare la messa in onda settimanale alla tarda serata, alterando quello che è ormai un appuntamento fisso e togliendo di colpo una vasta fascia di pubblico giovanile che il giorno dopo deve alzarsi presto per andare a scuola. Seconda mossa: presentare alla rete televisiva i dati di ascolto, colati a picco, sostenendo che "la serie non vende" per colpa di autori e autrici. Dimodoché dopo la terza stagione il programma viene cancellato dai palinsesti della NBC; staff creativo, crew e cast vengono mandati a casa e, ci scommetto, l'astuto sabotatore viene promosso per avere "salvato" la rete tv da gravi perdite economiche. La storia però darà ragione a Star Trek: grazie all'enorme successo delle repliche su reti televisive minori, la serie continua a essere un successo, esportato nel mondo (in Italia arriva con diversi anni di ritardo). Cominciano i ripensamenti, si realizza una serie a cartoni animati, poi un film, i sequel e infine nuove serie tv... E della serie che "non vende", si parla e si producono episodi ancora oggi, dopo sessant'anni.

Tempo fa, con un metodo analogo, ho visto stroncare sul nascere un'interessante collezione di romance inediti. La tecnica: quando i primi tre titoli sono pronti, anziché essere immessi sul mercato vengono "distribuiti in area test", ovvero ammucchiati sul pavimento in qualche libreria, senza espositore, senza promozione e senza nessuno che spieghi di che si tratta, perché non viene fatto alcun lancio ufficiale della collana. In questo modo il "test" fallisce, la collana viene cancellata e le copie stampate dei primi tre titoli sono mandate direttamente al macero. Ma, per chi fa carriera millantando la propria bravura nel tagliare rami secchi, farne rinsecchire uno intenzionalmente significa aggiungere un successo al proprio curriculum. La casa editrice forse non si è neppure resa conto di avere sprecato soldi e un'occasione.
Ma questo era parecchi anni fa. Oggi non c'è più nemmeno bisogno di escogitare certi espedienti, perché molte operazioni falliscono da sole, in base a una selezione innaturale. Per la maggior parte i libri escono senza essere "lanciati" e si verificano i casi che ho già spiegato in altri post, come quello sui meccanismi dell'editoria, sui retroscena della distribuzione e sulle problematiche delle librerie. A essere promossi, salvo rare e fortunate eccezioni, sono i bestseller prefabbricati, imposti in quantità enormi nei punti vendita e accompagnati da massicce campagne pubblicitarie. Ne ho visto un ulteriore esempio poco prima dello scorso Natale. Per contro, il resto dei titoli rimane ignoto - a meno che l'autrice o autore non riesca a farsi un bel po' di promozione da sé - e addirittura irreperibile se non nelle librerie online.
Dopodiché le librerie tradizionali, verificato che l'ultimo libro di una certa persona ha venduto giusto una manciata di copie nel loro settore, non ordineranno mai quello successivo con lo stesso nome in copertina, perché "non vende". Del resto, per la stessa ragione, molte case editrici si guarderanno bene dal pubblicarlo. Ne consegue che un'autrice o un autore, ancorché capace e persino con un buon potenziale sul piano commerciale, rischia l'esclusione dalle librerie e l'esilio in case editrici sempre più piccole, persino se in passato ha avuto un documentato successo, come se avesse perso il proprio talento.

A volte si verificano circostanze sfavorevoli anche per titoli che hanno dietro un buon lavoro di promozione e distribuzione: per esempio, se al momento dell'uscita esplode qualche "caso" letterario che monopolizza più o meno meritatamente il mercato, rendendo invisibile tutto il resto. E non vale solo per i libri. Come ricorda John Grisham a proposito di quello che ritiene il film più riuscito tratto da un suo romanzo, L'uomo della pioggia (1997) uscì quasi lo stesso giorno in cui arrivò nelle sale Titanic... e tanti saluti. Ma Grisham si era già conquistato una fama mondiale che difficilmente si potrebbe scalfire e in quel caso sospetto che la colpa sia ricaduta sul regista Francis Ford Coppola. 
Ma, per chi non è allo stesso livello di Grisham, qualsiasi intoppo doloso o accidentale lungo il percorso che separa la scrittura dalla vendita non viene mai attribuito ai veri responsabili, bensì all'autrice o all'autore, "perché non vende".
S'intende che molti incidenti del genere non si verificherebbero se tutti facessero con coscienza e responsabilità il proprio mestiere, senza credersi più intelligenti, furbi o infallibili degli altri. Ma, poiché questo è un problema intrinseco alla natura dell'essere umano, occorre tenerne conto, incassare con dignità gli strali di una sorte oltraggiosa e rispondere all'indice accusatore con il medio orgogliosamente puntato verso l'alto. Ricordatevi Star Trek.

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Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Per Delos Digital cura la collana in ebook Spy Game.