viernes, 19 de octubre de 2018

Olim lacus colueram (racconto del venerdì)

A. C. Cappi in una foto di Catilina Sherman
Nota dell'autore: Salve a tutti e benvenuti al racconto del venerdì. Questa settimana recupero il racconto che vinse nel 1997 il concorso Delitto al lago e fu pubblicato in seguito in appendice a un volume di Gialllo & Nero della Hobby & Work, poi nell'antologia Luoghi non comuni e infine nell'antologia horror La sete. Fu il primo del mio ciclo di storie autoconclusive i cui titoli erano mutuati dai Carmina Burana di Carl Orff.
Partecipare a quel concorso comportava qualche problema: i racconti erano anonimi e conoscevo varie persone nella giuria (Tecla Dozio, Carlo Lucarelli, Carlo Oliva...) che già sapevano che avrei partecipato e quindi avrebbero cercato di capire quale fosse il mio, rischiando però di penalizzarlo per non fare favoritismi. Sicché scrissi due racconti: uno perfettamente riconoscibile da tutti come opera mia (che arrivò quarto), e un altro con uno stile "nuovo" rispetto alla mia produzione abituale.
Qualcosa di simile accadde in quello stesso periodo, quando su una rivista stavano per uscire due miei racconti di una pagina, uno tipicamente "mio", l'altro piuttosto diverso. Mi arrivarono le bozze delle due pagine consecutive, in cui ancora non figurava il mio nome. La mia compagna di allora le trovò in giro per casa e lesse i due racconti; poi, quasi in imbarazzo mi disse: "Il tuo racconto è carino, ma quello dell'altro autore è molto più bello."
Buona lettura e buon weekend dal vostro K

OLIM LACUS COLUERAM
Racconto di Andrea Carlo Cappi

La notte è calda e umida. Si sta preparando un temporale. Del resto, le previsioni per il week-end non sono favorevoli, ma non mi importa. Non ho deciso di passare il fine-settimana nella casa al lago per prendere il sole o per fare i bagni; tanto più che mi sono sempre tenuto alla larga da queste acque nerastre in cui le alghe si muovono lentamente, come tentacoli pronti a catturarti e a trascinarti di sotto. Se ho lasciato la città, è piuttosto per stare alla larga dai soliti impegni coi soliti amici, dai soliti "ci vediamo alle sette e mezza per l'aperitivo". Fanculo. Ne ho già abbastanza durante le settimana, di impegni, per dover rispettare orari e appuntamenti anche al sabato e alla domenica.
Così ho preso l'Audi e sono venuto su al lago, fermandomi a mangiare un panino in un posto di cui neanche ho memorizzato il nome, tanto per dare a me stesso una sensazione di smarrimento, di... come dire? Di trovarmi fuori dai soliti posti, dalle solite convenzioni, dall'obbligo quotidiano di sapere sempre quello che hai fatto e quello che stai per fare sennò i colleghi ti fottono e i capi s'incazzano. Fanculo anche a loro. Ho spento il telefonino e penso con malefica soddisfazione alla solita risposta preregistrata della Telecom che si saranno beccate un paio di tipe, cercando di telefonarmi: il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile.
Esatto.
Fuori dal mondo, in questa casa in cui vengo troppo di rado, malgrado sia quella in cui trascorrevo le vacanze estive coi nonni, quando ero piccolo.
Ora è mia.
La mia casa sul lago.
All'esterno fa caldo, ma dentro si sta meglio. Le pareti hanno trattenuto il fresco dell'ultima volta che sono stato qui, a Pasqua, mi pare. O era il 25 aprile? C'era il sole, quello sì, mentre l'estate di quest'anno sembra promettere solo acqua.
Guardo dalla portafinestra. Il lago è una liscia distesa nera. Uno specchio di ardesia. Poche luci lontane, sulla riva, si riflettono sulla superficie. E' uno spettacolo molto bello, ma sono stanco e tiro giù la tapparella.
Ho sonno, vado subito a dormire. Fa quasi freddo, a pensarci bene, e io non ho portato neanche il pigiama. Dormo coi boxer, e basta. Potrei aprire le finestre, ma scommetto che là fuori ci sono legioni di zanzare che aspettano soltanto una mia mossa sbagliata. Fanculo anche a loro. Tengo le finestre chiuse, mi ficco sotto la coperta e non sento più freddo.
Mentre mi sto per addormentare ripenso alla tipa che ho visto al bar, mentre stavo mangiando il panino. Capelli neri, abbronzata, vestito scollato che lascia vedere un bel paio di tette compresse dal wonderbra. Niente male. Io ci ho provato, avevo la sensazione che ci sarebbe stata. Ma poi ha detto che aveva la sua macchina, che doveva andare, e tanti saluti.
Mi ha lasciato con la voglia, la stronza.
Mi assopisco.
Un rumore mi sveglia. Finestre chiuse che scricchiolano al vento, tapparelle che sbatacchiano nelle loro guide. Dev'essere il temporale che si avvicina. Se va avanti così, il week-end sarà una vera goduria. Fanculo.
Mi sto riaddormentando quando sento un altro suono, qualcosa di grosso e pesante che cade. Resto come paralizzato, nel silenzio irreale della casa, ad aspettare il prossimo rumore. Che sia entrato qualcuno? Una serie di pensieri comincia a girarmi freneticamente per la testa. Dopotutto è una casa isolata, in cui non viene nessuno per giorni e giorni. Sarebbe il posto ideale come nascondiglio. Per chiunque. Certo, la porta era chiusa e non portava segni di scasso, ma ci vuol poco per entrare: basta sfilare le chiavi dalla borsetta della donna che viene a fare le pulizie e rimettergliele dentro dopo aver preso il calco. Quella è così scema che non si accorgerebbe di niente. Potrebbe riuscirci chiunque.
Il rumore non arriva. In casa non c'è nessuno.
Certo che non c'è nessuno.
Mi accorgo che sono sudato fradicio. Che imbecille. Sarà venuto da fuori, il rumore.
Ma da dove?
Dal terrazzino, dove appoggiati in un angolo ci sono le pagaie della barchetta a remi. Quello è il loro posto, fin dai tempi di mio nonno. Col vento possono essere cadute. Mi pare ovvio.
Devo cercare di addormentarmi. Fuori si sta scatenando un temporale. Tuoni, pioggia scrosciante. Vento.
A pensarci bene, al terrazzino ci si arriva facilmente, arrampicandosi lungo il muretto. Lo facevo sempre quando ero piccolo. Poi basta scavalcare il parapetto. Non è difficile. Per questo ho fatto mettere i fermi alle tapparelle della portafinestra. Quando sono arrivato li ho sganciati per aprire e guardare fuori, poi non li ho rimessi.
Ho capito, mi alzo.
Vado alla portafinestra, la apro, metto i fermi alla tapparella. Fa freddo e mi si gela addosso il sudore, come tanti piccoli ghiaccioli. Vado in bagno, mi lavo e mi asciugo. Ora mi sento meglio. Mi guardo allo specchio. Non sto male, coi boxer: la palestra sta dando i suoi frutti. Vorrei che fosse qui la tipa del bar di prima, le farei vedere io. Ha perso un'occasione. E sì che le ho anche dato un'altra possibilità. Le ho detto dove sto. La strada non è difficile da seguire e la casa si riconosce facilmente: è l'unica. Non si può sbagliare: c'è l'Audi parcheggiata davanti. Ma è tardi e dubito che abbia deciso di raggiungermi per passare la notte con me.
Torno a letto. Fuori sta ancora diluviando e il vento continua a fare baccano con le tapparelle, le finestre, la porta. Cerco di riaddormentarmi e il pensiero torna di nuovo alla tipa. Eppure sembrava proprio che avesse voglia di prenderlo. Molto strano. Si è lasciata abbordare, mi ha fatto credere che ci stava e poi mi ha dato picche. Ma non subito, mi ha fatto parlare. Si è fatta raccontare chi sono, dove sto, cosa faccio. Io forse ho un po' esagerato nel darmi importanza, ma l'immagine dell'uomo coi soldi e il successo funziona sempre, in questi casi. Ha visto il telefonino ultimo modello che sbucava dalla tasca. Ha visto l'Audi parcheggiata fuori. Si sarà convinta che sono ricco.
Oh, cazzo.
Ma quella mi ha fatto parlare apposta. Mi ha fatto dire dov'è la mia casa sul lago e io le ho detto che è grande, isolata. Penserà chissà cosa: che c'è una cassaforte, che ci sono dei Picasso alle pareti. Quella è andata a raccontare tutto a qualche suo amico che adesso verrà qui per svaligiarmi la casa. Lo so come vanno queste cose: a quella gente non importa se devono ammazzare qualcuno.
Ma io l'ho chiusa bene la porta?
Ho capito, mi alzo.
Vado alla porta, controllo di averla chiusa con tutte le quattro mandate, vedo che ho messo anche il catenaccio. È una porta blindata, cazzo, mica la possono sbattere giù. Fanculo anche ai ladri. Torno a letto e ripenso a quella parola: "fanculo". Ho letto l'altro giorno un articolo su La Repubblica: un noto scrittore che diceva che "fanculo" in italiano non esiste, è una parola inventata dai doppiatori per tradurre l'equivalente fuck you nei film americani. Mio nonno non era un doppiatore e non sapeva l'inglese, ma sparava "fanculo" ogni due parole, anche all'epoca in cui nei film americani non si poteva dire niente di più hard di "poffarbacco".
Ha finito di diluviare, ma continua a scendere una debole pioggia. Mi pare di udire il rumore di una macchina in avvicinamento. Sento le ruote che attraversano la zona fangosa del vialetto d'accesso, e poi la ghiaia davanti all'ingresso.
Ho capito, mi alzo.
Vado alla porta e arrivo in tempo per sentire il campanello che, nel silenzio del dopo-temporale, risuona come le campane di Notre-Dame. E sento una voce. La riconosco: è la tipa del bar, che ha seguito fedelmente le istruzioni e ha trovato la mia casa. Sapevo che non mi voleva bidonare, la passera solitaria. Apro la porta e me la ritrovo davanti, con i capelli e i vestiti bagnati dalla pioggia, ancora più sexy di prima.
«Scusa se ci ho messo tanto. Colpa del temporale. Vedo che mi stavi aspettando», dice, chiudendo la porta alle sue spalle. Seguo il suo sguardo fino ai miei boxer. Non ci vuole molto a capire che ne ho già voglia. Chiudo le quattro mandate e non perdo tempo in chiacchiere. Tanto lo so che quello che lei vuole è l'eccitazione dell'avventura con uno sconosciuto. La spingo contro la parete e la bacio, poi mi stacco da lei e comincio ad aprirle il vestito. Le stringo le tette nel wonderbra, intanto che il vestito ricade sul pavimento. Poi le strappo via il reggiseno e la trascino verso la camera da letto. Indossa un paio di slip a perizoma, trasparenti sul davanti. Da troia, ma mi piace. Le passo le dita lungo la sottile striscia di tela e mi accorgo che è già bagnata.
Mi sfilo i boxer e la spingo sul letto, scostando la sottile striscia dello slip per penetrarla. Lei geme di piacere. Scivolo per un bel po' avanti e indietro, in attesa del momento giusto. Passo la lingua sul capezzolo destro, duro come una nocciola, poi chiudo violentemente i denti con uno scatto.
Urla.
Urlano sempre a questo punto, ma tanto nessuno le può sentire. La casa è isolata e lontana dalla strada principale. Questo è il momento che preferisco: quando lei comincia a capire e gli occhi si spalancano dal terrore, ma non riesce a divincolarsi perché le mie mani le stringono i polsi come una morsa. Così resta lì, sotto di me, rendendosi conto che ogni vano tentativo di liberarsi non fa che accrescere il mio piacere.
Fino a quando la mordo di nuovo, con violenza.
A sangue.
Cerco di farla durare. So che poi devo ucciderla, se voglio raggiungere l'orgasmo, ma mi piace sentirla viva sotto di me ancora per un po'. So anche che, come al solito, prima dell'alba, dovrò fare una gitarella in barca in mezzo al lago, per disfarmi del cadavere, e portare la sua macchina lontano da qui, anche a costo di tornare a casa a piedi. In ogni caso, ci penserò più tardi. Ho ancora tutta la notte per divertirmi.
È bello avere una casa al lago.
Dovrei venirci più spesso.

©Andrea Carlo Cappi, 1997



sábado, 13 de octubre de 2018

La salvazione

Fotografia di A. C. Cappi

Poesia di Fabio Viganò

Nel verde dei tuoi occhi si perde il mio domani.
Abisso silenzioso dei mari, grida di madri,
il canto di sirene e bambini ammutoliti,
la Morte galoppa innocente sopra gli oceani.

Nel verde dei tuoi occhi lame ancestrali
Pretendono giustizia senza sconti ai perdenti,
attendono al varco, forse sarà già domani,
l’Apocalisse e i cavalieri marciano sui loro destrieri.

Nel verde dei tuoi occhi si vedon prati immensi
alghe millenarie dai manti sempre erbosi
Nel verde dei tuoi occhi vedo solo disperati…
Mi tufferò ancora, per salvarmi…
Riemergerò, rosso di sangue, dai flutti.

viernes, 12 de octubre de 2018

Anche il sole tramonta (racconto del venerdì)


Andrea Carlo Cappi, fotografia di Francesco G. Lugli



Premessa dell'autore: nove anni fa, nel 2009, presi l'abitudine di pubblicare un racconto alla settimana sulla mia pagina Facebook. Ora ho deciso di riprendere a farlo nel blog. Prima di lasciarvi alla lettura, però, qualche osservazione. Come qualcuno avrà notato dai miei profili Facebook o Instagram e dal resoconto apparso qui, lo scorso weekend a Strani Mondi ho vinto il Premio Italia 2018 per il miglior romanzo fantasy con La Donna Leopardo: è il primo vero premio letterario che ricevo in tutta la mia carriera. Non che in passato siano mancati i riconoscimenti: viaggiando a ritroso nel tempo, cinque anni fa ai festival GialloLatino e Suio Terme Noir con Malastrana portai a casa due targhe per avere dedicato parte del libro alle problematiche della provincia di Latina: era un intrigo internazionale, ma raccontavo anche di compagnie farmaceutiche, delocalizzazione industriale, concorrenza dell'Est europeo nei trasporti su strada... Una ventina di anni fa vincevo il concorso "Delitto al lago" per il racconto inedito Olim lacus colueram. E ventisette anni fa sono stato uno dei cinque vincitori di una selezione di RadioRAI per racconti inediti destinati all'adattamento nel programma radiofonico RadioDetective, il cui ideatore mi reclutò subito come autore: scrissi diverse storie, ma il programma venne chiuso anzitempo e niente di quanto avevo scritto - nemmeno il racconto vincitore, benché già pronto per la trasmissione - andò mai in onda. Mi rifeci in seguito, sceneggiando per RadioRai parte della fiction Mata Hari-La doppia vita di Greta Zelle, con Veronica Pivetti, un serial in onda dall'ottobre 2003 che ebbe grande successo e fu anche replicato.
Ma esattamente venticinque anni fa, nell'ottobre del 1993, aveva inizio la parte pubblica della mia carriera di scrittore, con la pubblicazione su Il Giallo Mondadori del racconto Anche il sole tramonta, scritto due anni prima proprio per il programma RadioDetective e in seguito riapparso in un volume ormai introvabile intitolato La settima nota. Oggi lo ritrovate qui, accompagnato dalle immagini di "1929" di Stefan Milev, servizio fotografico apparso anni fa su Twill Magazine (www.twill.info). Buona lettura e buon weekend dal vostro K



ANCHE IL SOLE TRAMONTA
Racconto di Andrea Carlo Cappi
Fotografie di Stefan Milev ©2011Twill Magazine

Ketchum, Idaho, 2  Luglio 1961

Una notte di veglia può offrire qualche ora in più per scrivere, ma quarant’anni di insonnia lasciano troppo tempo per pensare.
Mia cara Mary, avevo già cercato di spiegarti quello che ho in mente di fare nella mia lettera del ventitré aprile, ma in realtà mi restava ancora una cosa da dirti. Anzi, qualcosa da raccontarti, un incontro con una persona misteriosa conosciuta molto tempo fa.
Non è vero, non posso dire di averla veramente conosciuta. Ho passato troppo poco tempo con lei, ma quello che mi ha insegnato mi è rimasto dentro tutta la vita e mi sta ancora consumando in questo momento, in questa notte.
Devo avere già scritto da qualche parte che per riferire eventi a cui si è partecipato è sufficiente annotare alcuni dettagli che servono a riprodurre la stessa emozione, istantanea e violenta, nel lettore, Ma quest’operazione, troppo rapida, impedisce di penetrare nell’essenza degli avvenimenti. Impedisce di studiarli come ho studiato la morte di mio padre o come quello che sto per raccontarti.
Ecco perché non mi sono mai sentito di scrivere questa storia della Parigi degli anni Venti: sarebbe stato come rivelare una parte di me di cui ho sempre avuto timore.

Il  primo incontro con quella persona ebbe luogo mentre era seduto al tavolino di un caffé, dove una cameriera simpatica e accondiscendente di nome Jacqueline mi aveva appena portato una bottiglia di Côte du Rhône con due bicchieri. Il secondo bicchiere era per un italiano, un sedicente aristocratico che aveva passato l’ultima mezz’ora a raccontarmi una lunga storia su una modella di Picasso: sosteneva di avere trascorso un’appassionante settimana con la ragazza maiorchina che apparìva nel dipinto Gli acrobati. Personalmente ero convinto che non fossero mai esistiti né il suo titolo nobiIiare né la modella maiorchina, ma restavo ad ascoltarlo perché il suo modo di parlare era divertente è perché pagava lui la bottiglia di vino.
All’improvviso comparve un uomo che conoscevo, un giovane catalano grassoccio che era venuto a Parigi per diventare pittore: si  stava guardando intorno preoccupato. Quando ci vide, venne verso di noi. “Hola, Ernest. Buonasera, signor conte.”
Hola, Jaume. Cercavi qualcuno?” gli chiesi.
“È da tre giorni che non trovo più Pepe. Mi aveva detto che sarebbe andato a una festa o qualcosa di simile ma poi non l’ho più visto. Ne sapete niente?”
“Pepe?” ripetei, cercando di ricordare chi potesse essere.
“Dev’essere quel ragazzo che va sempre in giro vestito da gitano”, intervenne il conte. 
“Ah, ho capito, quello con una faccia ossuta da andaluso che quando beve canta il flamenco. No, non lo vedo da parecchio”, risposi allora.
“Nemmeno io”, disse il conte. “ Mi spiace di non poterti essere utile.
“Scusate”, sospirò Jaume, allontanandosi sempre più triste. Vidi che si dirigeva verso il  bancone e che fermava Jacqueline, per ripeterle la stessa domanda, ottenendo un’identica risposta.
“Sembra piuttosto inquieto”, mi sussurrò il conte. “Forse quel Pepe gli deve dei soldi. Guarda come si aggira tormentato.”
“Adesso punta verso quella donna”, dissi in tono distratto perché cercavo di ascoltare cosa dicesse.
“Mi aveva detto che sarebbe andato a una festa”, riuscii a sentire. “Tu vai sempre a tutte le feste, conosci tutti...”
La donna si mostrò completamente disinteressata alle parole del catalano e gli voltò le spalle, sbuffando annoiata nell’aria il fumo di una sigaretta.
Fu quella la prima volta che la vidi in volto e ne restai veramente impressionalo. I suoi occhi erano grandi, scuri come i suoi capelli. Le labbra erano ampiamente dilatate da un colore rosso vivo, in forte contrasto con il viso dalla pelle molto chiara. La figura era perfetta, avvolta in un vestito molto stretto fatto apposta per esaltarla. Nel variopinto campionario etnico che era Parigi in quei giorni, mi domandai in quale categoria potesse essere incasellata. Non mi sembrava francese né inglese. Aveva tratti vagamente meridionali, sarebbe potuta essere spagnola o italiana, ma era decisamente alta, più delle donne latine che conoscevo. Forse era una delle tante americane. Non l’avrei mai chiarito, ma quando Jaume tornò a insistere, convinto che lei potesse aiutarlo a trovare l’amico scomparso, seppi almeno il nome della donna.
“Ti  prego, Silvia, tu devi sapere dov'è finito.”
“Non so  niente, Jaume. Lasciami stare.” A quel punto lei sembrò talmente infastidita dal continuo mendicare dei catalano da andarsene senza salutarlo, lasciando sul tavolino un bicchiere ancora quasi pieno di un imprecisato liquido verdastro.
“O l’ha scambiato  per un corteggiatore insistente o sa veramente dove sia finito il suo amico Pepe”, commentai.
“Può darsi che l’abbia nascosto lei”, insinuò il conte, sogghignando. “Forse è una di quelle donne che impazziscono per i toreri e ha preso Pepe per un novillero. A proposito, ho intenzione di dare una festa alla fine della settimana. A casa mia, con torrenti di champagne che scorrono da una stanza all'altra. Perché non vieni anche tu?”
“Ho molti articoli da finire”, mentii. “E poi Hadley deve occuparsi di nostro figlio.”
“Non ti impongo dì portare tua moglie. Anzi, avevo in mente di invitare anche la bella Silvia”, disse il conte, con un altro dei suoi sorrisi malefici. Doveva essersi accorto  che mi sentivo attratto da quella donna prima ancora che io fossi disposto ad ammetterlo con me stesso.
Forse avrei dovuto accettare il suo invito. O forse è per averlo rifiutato che sono sopravvissuto fino a oggi.



Non tornai più in quel caffè per alcuni giorni. Dopotutto non avevo esagerato, parlando con il conte. Avevo davvero “parecchi articoli da finire”, anche se non da scrivere ma da leggere: gli arretrati della prensa taurina, le riviste spagnole di tauromachia a cui mi ero abbonato. Fu così che l’arte della corrida mi distrasse dagli eventi mondani della città, l’ultimo dei quali riguardava proprio il conte e la sua misteriosa morte.
Ignaro di tutto, quando rimisi piede al caffè salutai Jacqueline, la graziosa cameriera dai corti capelli biondi e dagli occhi azzurri, e le chiesi se avesse visto il mio elegante amico italiano.
“Ma lei… non sa ancora niente?”
“Cosa dovrei sapere?”
“Il conte è morto  ieri notte, dopo la festa” mi spiegò lei, con i suoi occhi chiari spalancati.
“ È morto? E cosa diamine gli è capitato?”
“Si è suicidato. Ieri notte ha dato quella bellissima festa a cui ha invitato anche me…”
“Come cameriera?”
“Non proprio. Abbiamo bevuto tutti tantissimo, c’erano tutti quegli interessanti scrittori americani,  c’era anche quel vostro amico spagnolo…”
“Pepe l’andaluso?”
“No, quell’altro, il pittore. Quello che cercava Pepe.”
“E l’ha trovato?”
“No”, protestò lei, forse un po’ offesa perché non  manifestavo sufficiente rispetto per il racconto che lei mi stava proponendo con tanta serietà.
Decisi di fare l’ascoltatore obbediente, anche perché l’argomento mi incuriosiva e mi preoccupava al tempo stesso. “E poi che cos’è successo?” domandai.
“Il pittore ha ritrovato quella bella signora dell’altro giorno, ma lei non gli ha voluto parlare. Poi non lo so cos’è successo, un po’ perché avevo bevuto molto, un po’ perché poi siamo usciti e siamo andati in giro.”
“E il conte?”
“Lui non è venuto; credo che sia rimasto in casa sua. Non lo abbiamo più visto. E poi questa mattina è arrivata la notizia. Il conte lo ha trovato la vecchia donna delle pulizie che doveva mettere in ordine la casa dopo il putiferio di ieri notte. Lui era in sala da pranzo, seduto a tavola, piegato in avanti con un revolver in mano e un buco nella testa.”
“Che cosa ha detto la donna delle pulizie?”
“Non lo so. Cosa doveva dire? Che si è sparato un colpo di pistola.”
“Sì”, feci io, “ma il conte avrà lasciato un biglietto, se si è suicidato. Oppure se ne è andato così, senza salutare?”
“Nessuno ha trovato biglietti. Ma se si è suicidato avrà avuto :i suoi motivi, non crede? O pensa che ci sia dietro qualcosa?”
“Avrà scoperto improvvisamente di avere finito lo champagne”, scherzai. Ma cercavo di prenderla sul ridere solo perché avevo quasi paura di sapere che cosa avesse trascinato il mio amico conte all’altro mondo. Lui che sembrava tanto allegro, così sicuro di sé da farsi beffe di chiunque gli capitasse a tiro. Forse teneva nascosto a tutti qualche male incurabile. Forse, a forza di offrire vino e champagne ai suoi amici, aveva esaurito le sue finanze e alla fine aveva chiuso i conti.
In quel momento il proprietario del locale lanciò un’occhiataccia nella -direzione della cameriera. Poi allo sguardo fece seguire un deciso: “Jacqueline!”
“Pardon”, disse allora la ragazza. “Meglio se torno a lavorare, sennò si arrabbia davvero. Arrivederci.”
Rimasi da solo al tavolino, perplesso. Non avevo nemmeno ordinato.
“Ernest”, mi chiamò una voce.
Mi voltai: “Ah, sei tu Jaume.” Lo salutavo con il suo nome di battesimo in catalano, ricordando quanto gli spagnoli di quella regione fossero affezionati più alla loro lingua locale che al castigliano. Era un concetto che avevo appreso da poco, ma che mi sarebbe stato- di una certa utilità parecchi anni dopo, durante la guerra civile spagnola.
“Hai saputo del conte?” chiese lui. Ormai l’espressione preoccupata gli si era incrostata irrimediabilmente sul viso.
“Me l’ha appena detto Jacqueline.”
“Non è stato un suicidio”, dichiarò lui.
“Come fai a dirlo?”
“Lo so per certo. Prima che la festa finisse, mentre ce ne stavamo andando, ho visto che entrava in sala da pranzo con quella donna con cui parlavo l’altro giorno.
Capii subito di chi stesse parlando. “Silvia?”
“Proprio lei. Sono entrati in sieme in sala da pranzo e si sono chiusi dentro a chiave. Se uno si chiude in una stanza con una donna come lei, pensi che stia per suicidarsi?”
“Io con lei mi chiuderei in un altro genere di stanza.”
“Ebbene, io sono convinto  che lei lo abbia assassinato”, disse con gravità il catalano. “Forse lui sapeva cos’è successo a Pepe.”
“E cos’é successo a Pepe?”
“Non  lo so ancora. Ma voglio assolutamente trovare quella Silvia. Devo farla parlare, devo tirarle fuori quello che sa.”
Annuii. Anche  a me non sarebbe dispiaciuto trovare quella donna, ma non avrei certo perso tempo a -tentare di farle confessare delitti inesistenti. “Se il conte era davvero solo con lei dentro la stanza, forse voleva semplicemente togliersi un’ultima soddisfazione prima -di andarsene.” Potevo capirlo. Poi di sicuro lei se n’era tornata in albergo o a casa o chissà dove, mentre il conte si toglieva la vita.
Questa era la mia convinzione. Ma in seguito mi sarei reso conto che  la versione dei mio esaltato amico catalano era più aderente alla realtà della mia.




Benché il suicidio del conte avesse destato un certo interesse da parte della polizia e una vaga emozione tra gli intellettuali veri e finti che affollavano la città, l’episodio scomparve dalle conversazioni con una rapidità sorprendente. Erano giorni in cui la vita aveva troppa fretta di continuare per potersi soffermare a contemplare un cadavere. La morte stessa non era che un promemoria che invitava a svuotare più bottiglie, leggere più libri e amare più donne nel minor tempo possibile.
Tutti scordarono in fretta e anch’io, a mia volta, lasciai perdere il conte, Silvia e l’inutile ricerca del catalano. Poi, una sera, fui trascinato in un localino dove un paio di ragazzi venuti da New Orleàns stavano spiegando alla Rive Gauche il significato della definizione “jazz caldo”. Il pubblico stava esagerando con i liquori; ma questo non faceva che adeguare l’atmosfera al ritmo della musica. In mezzo alla frenesia del pianoforte e della tromba, percepii una voce che chiamava il mio nome.
“Monsieur Ernest, monsieur Ernest!” diceva, calcando l’accento sulla seconda e di Ernest.
Quasi  non riconoscevo Jacqueline, la cameriera, senza la sua abituale uniforme, vestita invece con un elegante e malizioso abitino francese. Aveva trucco e rossetto, ma questo, anziché farla apparire più vecchia, sottolineava maggiormente la sua -giovane età.
“Bonsoir”, le dissi. “Cosa ci fai in un  posto come questo?” 
“Mi diverto. Sa che stavo pensando proprio a lei, oggi pomeriggio?”
“Davvero?”
“Oh, sì. A lei e a Jaume,  quel pittore che fa sempre tante domande. Si ricorda? Quello che cerca il suo amico scomparso.”
“Sì. È da una decina di giorni che non lo vedo. Da dopo che è morto il  conte, a pensarci bene.”
“Perché non é più venuto al caffè. Jaume ci passava tutti i giorni e ogni volta mi chiedeva del ‘señor Ernesto’. Io gli dicevo che non l’avevo vista. Alla fine ha cominciato dire: ‘È scomparso  anche lui, come tutti gli altri.’ Sarà stato tre giorni fa. Poi non si è fatto più vedere.”
“Ho il sospetto che quel ragazzo stia diventando un po’ fissato: Non si può immaginare che una persona sia scomparsa solo perché per qualche giorno non la incontri.”
“Il conte è scomparso. E per sempre”, obiettò  lei.
“D’accordo, ma lui non è ‘scomparso’. Si è sparato. Chi conosci che sia veramente scomparso negli ultimi tempi?”
“Pepe, il ragazzo andaluso, per cominciare. E  poi Jaume il pittore: non lo vedo da tre giorni, non è a casa sua e aveva detto che stasera sarebbe venuto qui ma non si è visto.”
“E poi?”
“Mmm... Qualche tempo  fa un tedesco che si chiamava Thomas e che diceva di fare lo scrittore mi ha chiesto se volevo uscire con lui, a condizione che portassi anche mio fratello. Io mi sono rifiutata e lui non si è fatto più vivo.”
“Non credo che possa essere messo nella nostra  lista”, osservai.
Così  andò a finire che passammo buona parte della serata a compilare un elenco di personaggi – pittori, scrittori, musicisti, ricchi viziati e nobili decaduti – che da un po’ non avessimo visto in circolazione. Più di quanti pensassimo. Quindi, curiosando tra la gente che era venuta ad ascoltare il jazz, cercammo di stabilire, quanti di questi fossero ancora a Parigi, quanti risultassero ufficialmente tornati ai loro paesi d’origine o partiti per lunghi viaggi e quanti invece mancassero all’appello senza apparente motivazione. Avevo cominciato questo gioco perché mi divertiva assecondare Jacqueline e guardarla mentre correva da un tavolino all’altro facendo domande su questo e su quello, sventolando il nostro elenco come se fosse la lista dei vini della casa.
Alla fine della serata riferimmo  l’uno all’altra le nostre conclusioni, rendendoci conto di avere messo insieme qualcosa di molto interessante: Molti di quelli che se n’erano andati avevano salutato gli amici prima di partire e avevano spedito lettere o cartoline una volta arrivati. Parecchie persone che speravo fossero scomparse erano ancora circolanti ed erano state avvistate di recente. Ma alcuni uomini del nostro elenco :erano effettivamente scomparsi: non avevano salutato nessuno, non avevano scritto a nessuno e nemmeno erano stati trovati cadaveri come i1 conte. Erano semplicemente spariti. E il peggio era che diverse persone ricordavano di averli visti per 1’ultima volta con una donna somigliante a Silvia. Persino Scott e Zelda mi raccontarono una storia del genere riguardo a un loro amico che non vedevano da svariate settimane.
A questo punto cancellai il mio giudizio affrettato di prima e cambiai atteggiamento “Ci sono troppe coincidenze per i miei gusti”, dissi a Jacqueline. “Comincio davvero a credere che ci sia qualcosa di misterioso.”
“Perché non andiamo a dirlo alla polizia?” domandò la ragazza,
“Perché non si può andare alla polizia e raccontare che un pittore pazzo ha smarrito un suo amico e che un branco di artisti senza fissa dimora scompare senza lasciare traccia. Forse le autorità francesi cercherebbero il responsabile per ringraziarlo del favore e per invitarlo a perseverare fino a liberare la città dalla nostra presenza. Sai cosa ci direbbero i poliziotti? Che sono spariti tutti quanti per evitare di pagare conti, affitti, debiti di gioco. E forse é proprio così.”
“E il conte?”
“E il conte si è suicidato. Se questo è quanto hanno concluso le loro indagini, perché dovrebbero ricredersi?”
“E allora cosa possiamo fare?”
“Hai mai letto i racconti di Edgar Allan Poe?” le chiesi.
“Un amico suo?”
“No, lasciamo stare. Voglio dire che noi possiamo compiere delle piccole indagini per nostro conto, guardando dove la polizia non ha pensato di guardare. Se le conclusioni ufficiali non spiegano tutti i nostri misteri, allora dobbiamo trovare un’altra soluzione. E cercare prove che la confermino.”
“Sono pronta. Quando cominciamo?”
“Domattina lavori?”
“No, sono libera. Il mio turno comincia al pomeriggio.”
“Bene; sarebbe opportuno visitare lo studio del nostro amico pittore per cercare qualche indizio, come dicono gli investigatori.”
“Io lo so dov’è lo studio di Jaume. È in rue Jules Verne. Gli ho fatto da modella qualche volta.”
“Fai un bel po’ di cose, mia cara Jacqueline.”
“Faccio quello che posso, caro signor Ernest.”
“Sai anche come entrare nello studio?”
“Non é un problema. La padrona ha le chiavi. Ormai mi conosce e penso che ci lascerà salire. Monsieur Ernest, ma quella donna laggiù… non è per caso…?”
“Dove?”
“Vicino all’uscita. Insieme a un ragazzo alto e biondo.”
“Li vedo. Hai ragione”, dissi, alzandomi cautamente in piedi. “Quella è Silvia. Ascoltami bene: ci vediamo domattina alle dieci in rue Jules Verne. Sii puntuale. lo cerco di raggiungere Silvia e-di farle qualche domanda. A domani.”
Mi feci rapidamente largo tra la folla: Avevo visto Silvia uscire dal locale insieme a un giovanotto che aveva l’aria di chi  si sente anglosassone, protestante, ricco e bello. Insomma, il tipo di americano a cui solitamente mi piace rompere il naso.
Non che lui  abbia fatto il minimo sforzo per farmi cambiare idea.
Appena fuori dal locale, infatti, raggiunsi la coppia e la fermai. “Signorina Silvia”,  le dissi, “chiedo scusa, ma vorrei dirle due parole.”
Silvia si voltò e alla luce del lampione riconobbi nei  suoi occhi la scintilla dell’indignazione che avevo colto la prima volta che la avevo vista. Stranamente, l’espressione cambiò quando lei mi guardò in viso, dandomi la sensazione di essere riconosciuto.
Purtroppo non potemmo discuterne, perché. subito il giovane americano si intromise: “Vattene  via. Chi ti ha chiamato?”
“Ho detto che vorrei dire due parole alla signorina”, gli spiegai, gentilmente.
“Ci sputo sulle tue due parole!” replicò lui. L’alcool lo rendeva particolarmente aggressivo.
“Ci vorranno soltanto due minuti”, dissi io.
“Ci sputo suoi tuoi due minuti. Ti avviso amico: mi chiamo Emery Wilson e sono stato campione di pugilato all'università.”
Per confermare la sua affermazione tirò un destro molto prevedibile nelle vicinanze del mio orecchio sinistro. Ormai mi aveva stancato. Per essere sincero non intendevo colpirlo troppo duramente, ma purtroppo, nel tentativo di evitare il mio pugno, Wilson riuscì a mettere il naso esattamente sulla traiettoria. Avvertii sotto le nocche la scricchiolio di qualcosa che si frantumava e vidi Wilson appoggiarsi al muro con gli occhi che lacrimavano e il naso che chiazzava di sangue la sua fine camicia bianca,
Mi guardai intorno cercando Silvia, ma  mi resi conto che doveva aver approfittato del breve combattimento per scomparire nella notte.
“Sembra che  la nostra amica se ne sia andata”, dissi.
Emery Wilson rispose con un lamento indefinito.
“Pare che nessuna di noi due stasera potrà avere quello che cercava.”
Wilson non mi rispose: Lo aiutai ad alzarsi, ma  lui mi spinse via con un grugnito e tornò barcollando verso il locale da cui eravamo usciti. Forse cercava Silvia, ma lei non era più lì. Il suo primo appuntamento con lei era andato a monte per causa mia, ma forse questo gli salvò la pelle.
Di sicuro seppi che Wilson era ancora vivo qualche mese più tardi, quando mi dissero che era stato messo al tappeto da un certo Luis Buñuel. Pare che l’estemporaneo incontro di pugilato abbia avuto inizio quando Wilson, di fronte ad alcuni disegni di un amico dello spagnolo, ebbe a dichiarare: “Ci sputo su questo Salvador Dalì.”
Una predisposizione naturale all’idiozia.
Intanto io avevo perso Silvia nella notte parigina, ma avevo, appuntamento con Jacqueline per il mattino seguente.



La cameriera dimostrò di essere una ragazza puntuale e anche una discreta investigatrice. Quando arrivai era già davanti alla casa in cui Jaume il pittore abitava e teneva il suo studio. Dopodiché convinse la padrona di casa a darci le chiavi, con il pretesto di lasciare un pacchetto nell’appartamento del catalano.
La donna acconsentì, dicendosi però molto preoccupata, perché il giovane non si vedeva da giorni, non le aveva di volersene andare e ancora le doveva alcuni mesi d’affitto. Del resto anche il ragazzo che condivideva l’appartamento con il pittore era assente da un po’. Tuttavia la padrona di casa era molto orgogliosa, perché Jaume alcune settimane prima le aveva fatto un ritratto, probabilmente sottraendo alla sua effigie una ventina d’anni e una quantità imprecisata di chili.
Lo studio di Jaume era all’ultimo piano ed era ben illuminato al mattino. Una volta entrati, Jacqueline e io ci ripartimmo i compiti: lei armadi e cassetti, io scrivania e incartamenti.
“Ci sono abiti da uomo di due taglie diverse”, mi comunicò lei. 
“Una taglia per Jaume e una per Pepe”, osservai. “La prima sul largo, la seconda sul magro. Quei due vivevano insieme: non c’è da meravigliarsi se. il nostro amico pittore si è preoccupato non vedendo più ricomparire il suo compagno di camera. Se non tornava a casa, o aveva cambiato letto o era sparito.”
“Ma Jaume dove sarà?”
“Non saprei... uhm...”
“Cosa c’è? Qualcosa d’interessante?” domandò Jacqueline.
“Si, ma non per la nostra indagine, credo. È un libretto di poesie firmato Federico García Lorca, con una dedica: :’A Jaume, in ricordo dì quella settimana a Palma del Rio.’”
“Continuiamo a cercare”, mi esortò la ragazza.
“Bene. Siamo nello studio di un pittore. Sarà il caso dì guardare i suoi lavori”, dissi, raggiungendo un tavolo su cui erano ammonticchiate tutte le superfici che Jaume aveva ricoperto di immagini. Cerano esempi di impiego delle tecniche e degli stili più svariati, ma la cosa più sorprendente era un quaderno di schizzi a matita, quasi tutti fatti a memoria e con un’ottima mano. Si trattava di personaggi incontrati da Jaume durante la sua permanenza a Parigi. Scorrendone le pagine trovai me stesso, la Stein, i Fitzgerald. Trovai Pepe, naturalmente, ma anche il conte, Jacqueline e poi...
“Silvia!” esclamammo simultaneamente.
“I ritratti seguenti sono tutti di persone indicate come ‘amico di Silvia’. Ma sono sconosciuti, almeno per me”, dissi.
“Anche per me.”
“Questa no”, osservai invece, estraendo un foglio seminascosto  nella copertina del quaderno.  Era un ritratto a colori a figura intera, inequivocabilmente di JacqueIine. Completamente nuda. “Deliziosa”, mi venne da dire.
La cameriera arrossì, mi rubò il foglio di mano e lo voltò dall’altra parte. “Guardi, c’è scritto qualcosa, dietro.”
“È vero. Dannazione, creda che sia scritto in catalano e la grafia non mi aiuta di certo. C’è la data dell’altro giorno…”
“L’ultima volta che l’ho visto”, notò lei.
Sì, ma temo che non aggiunga  molto a quello che già sappiamo. Mi sembra che ripeta ciò che aveva già detto a te quel pomeriggio.
“E allora?”
“Abbiamo guardato ovunque, senza esito. Non possiamo andare alla polizia senza  prove. E poi hai sentito cosa ci ha detto la padrona di casa: Jaume doveva pagare alcuni mesi di affitto arretrato. Forse gli è convenuto scappare a Barcellona, lasciando qui la sua roba.”
“Tutto qui?” protestò là ragazza, delusa.
“Sarà meglio che ce ne andiamo e lasciamo perdere questa assurda faccenda.”
Lasciammo l’appartamento. Senza farmi vedere, avevo infilato il quaderno sotto la giacca.
Per proteggere la ragazza,  le avevo rivelato solo una parte di quello che, avevo letto. Sul retro del foglio il pittore aveva riassunto le conclusioni delle sue indagini: era convinto non solo che Silvia attirasse gli uomini per ucciderli, ma anche che gli individui definiti come suoi amici fossero complici della trama. Erano tutti presenti alle feste in cui gli scomparsi erano stati visti per l’ultima volta. Feste svoltesi di notte, tra sabato e domenica, dalle quali era puntualmente scomparso qualcuno.
Chi selezionava gli uomini della “generazione perduta” come fossero tori alla vigilia di una corrida?



Avevo messo al sicuro Jacqueline tenendola all’oscuro  delle mie scoperte, anche se per fare questo avevo dovuta deluderla. La verità era che anch’io stavo cominciando a essere ossessionato dall’enigma, come era capitato a Jaume.
Non riuscivo a decidere se dovessi provare a discuterne con qualche poliziotto oppure adden trarmi ancora di più nella mia indagine da dilettante. Di certo, più facevo domande in giro, più le affermazioni scritte dal pittore sembravano sensate.
Un giorno, per strada, vidi una donna che mi parve Silvia. Preoccupato e affascinato al tempo stesso, 1a seguii per una decina di minuti prima di rendermi conto che mi ero sbagliato. Mi stava facendo impazzire, come era capitato al catalano. Anzi, di più, perché io me ne sentivo, violentemente attratto.
Poi, dopo qualche giorno, la soluzione del mistero tanto cercata venne a presentarsi da sola.
Avevo accettato l’invio a una festa. Era un invito di terzo grado, tramite amici di amici. Nemmeno conoscevo il padrone di casa, ma sapevo che il party avrebbe avuto luogo un sabato notte. Pensavo che mi sarebbe stato utile andarci e che forse avrei potuto incontrare qualcuno degli uomini ritratti sul quaderno di Jaume.
Più che una festa, la serata si rivelò essere un assembramento di persone che vagavano per una sala spaziosa con un bicchiere in mano, alla ricerca di una bottiglia per riempirlo. Accettai le regole del gioco e mi inserii nella corrente. Scoprii che chi era riuscito ad adattarsi meglio all’ambiente era quella vecchia spugna irlandese di Jimmy Joyce, che mi prese da parte e, dopo avermi chiesto un’opinione sui suoi ultimi lavori, cominciò a parlare in quel suo modo sconnesso e privo di punteggiatura che in seguito gli avrebbe procurato una certa fama letteraria.
Dopo una buona mezz’ora, Joyce era definitivamente decollato, ma io avevo visto una persona che mi interessava molto di più. E lei aveva visto me. Silvia mi si avvicinò con la stessa espressione che aveva quella sera in strada e con un sorriso mi disse: “La stavamo aspettando. Vuole venire con me,per favore?”
Avevo bevuto parecchio anch’io, ma credo che nemmeno da sobrio avrei opposto resistenza quando lei mi prese gentilmente per un braccio e mi invitò a seguirla in un’altra stanza della casa.
Non si trattava di quello che si può pensare: aveva invece l’aspetto di un saletta da pranzo, con un tavolo a sei posti di cui quattro erano già occupati. Almeno tre degli uomini seduti erano ritratti nel quaderno di Jaume e definiti come “amici di Silvia”. Erano tutti piuttosto giovani. Il più vecchio, un elegante quarantenne che sospettavo fosse il padrone di casa, prese la parola. Aspettavo che mi spiegasse a cosa gli serviva la pistola che aveva in mano.
“Buonasera. Si accomodi. Questa, come vede, è una pistola a tamburo. È scarica, ma ora io metterò un proiettile, uno solo, in una delle camere. Faccio girare il tamburo in modo da non sapere dove si trovi. Questo è il gioco: a turno si appoggia l’arma alla tempia e si preme il grilletto. Siamo in sei, ma solo cinque di noi saranno ancora vivi alla fine della partita.”
Ero quasi ipnotizzato, in parte dall’assenzio che avevo bevuto, in parte dalla bellezza di Silvia, sedutasi al tavolo accanto a me, in parte dal tono della voce dell’uomo. Forse non ero convinto che stesse parlando sul serio. Forse non me ne importava.
Il padrone di casa depose la pistola al centro del tavolo e la fece ruotare su se stessa. Quando si fermò, la canna indicava l’uomo seduto alla mia destra. Questi prese il revolver, se lo appoggiò alla tempia e con calma lasciò scattare il cane. Quindi passò l’arma a me.
La presi in mano; La soppesai, poi, quasi senza rendermi conto di quello che stavo facendo, ripetei la stessa operazione. Premetti il grilletto e il colpo non partì. A  questo punto passai la pistola a Silvia, seduta alla mia sinistra. Lei mi guardò sorridendo, puntò l’arma contro la propria testa e sparò.
Sobbalzai sulla sedia,  mentre il rosso del sangue violentava la sua pelle bianca e faceva scomparire la sua bocca color corallo. Avevo già visto molti uomini morire durante la guerra, eppure la fine di quella donna quasi sconosciuta mi sembrava un evento inaccettabile. Mentre lei si afflosciava sulla sedia, mi sorpresi ad afferrare e tenere stretta la sua mano, nel vano tentativo di trattenere la sua anima un attimo ancora. Era come vedere-distruggere un’opera d’arte in modo irreparabile.
“Perché?” chiesi al padrone di casa, accorgendomi solo in quel momento che al posto di Silvia ci sarei potuto essere io.
“Ha mai pensato”, cominciò lui, “che l’unico momento in cui comprendiamo pienamente il valore dell’esistenza è quello in cui stiamo per perderla? La vita ha senso solo in contrapposizione con la morte, altrimenti è una vita non vissuta ed è impossibile distinguere la differenza. Noi abbiamo trovato il modo di rammentare il valore della sopravvivenza, mettendola in gioco una volta alla settimana. Ci riuniamo a un tavolo in sei e ci rialziamo in cinque. Quello di noi che cade almeno sa di avere vissuto pienamente il tempo che gli è stato concesso. Quelli di noi che sopravvivono sono coscienti di avere a disposizione una settimana di più per approfittare della propria esistenza.”
“E così sono morti anche Pepe l’andaluso e Jaume il catalano. E questo spiega perché il conte sia stato trovate morto con una pistola a tamburo in mano”, commentai. “Ma dove sono finiti i corpi di tutti gli altri?”
“Un nostro amico provvede a portare i cadaveri fuori città, in campagna, e a seppellirli. dignitosamente. Era il conte, solitamente, a  mantenere i contatti con quest’uomo, perciò abbiamo avuto qualche problema la sera in cui lui è morto e siamo stati costretti a lasciare il cadavere in casa sua. Ma ora il problema è nuovamente risolto. Semmai, ci sarà difficile trovare nuovi compagni di gioco: era Silvia che ce li procurava. Ma naturalmente non potevamo negarle la partecipazione alle nostre partite.
Ora sapevo che era vero ciò che Jaume aveva scritto. Capivo che, la notte in cui era morto. il conte, non era solo nella stanza con Silvia ma era entrato per ultimo insieme a lei, dopo tutti gli altri giocatori. La musica e il baccano fatto dagli ospiti delle feste coprivano il fragore degli spari. Ora finalmente sapevo con certezza che fine avessero fatto tutti quegli uomini scomparsi.
Distesi con cura a terra il corpo di Silvia. Un corpo che avevo desiderato e che per qualche minuto mi ero illuso di poter possedere. “La vita in contrapposizione con la morte”, dissi. “E voi la affrontate deliberatamente una volta alla settimana. Chi muore tronca una vita inutile, gli altri hanno una ragione in più per godersi i sette giorni seguenti. Sì, è qualcosa che posso capire: è come una corrida, solo che voi siete toro e matador contemporaneamente.
Era una cosa che potevo capire perché faceva parte di me prima ancora di nascere, la stessa che ha spinto mio padre a schiarirsi il cervello con un colpo di pistola. E a farlo anche con un certo anticipo sul crollo di Wall Street, per non trovare traffico, sulla strada per l’aldilà.

Non parlai mai più con nessuno, nemmeno con Jacqueline, di quanto era avvenuto quella notte. Il corpo e il ricordo di Silvia scomparvero con 1a consueta rapidità e io preferii non incontrare più gli amici che lei aveva lasciato. Non mi giunsero più notizie di altre misteriose sparizioni, forse perché la morte della seduttrice aveva messo realmente in difficoltà i giocatori. Ma anche se non ebbi più a che fare con nessuno di loro, il ricordo di quella serata non mi abbandonò più. E ora è più intenso che mai.
Per anni e anni ho vissuto con l’impegno di spremere a fondo ogni goccia del succo della vita, sia che fosse strisciare sul dorso di una fangosa collina spagnola per strapparla ai franchisti o seguire una stagione di corride con Antonio e Luis Miguel, cercare le tracce di un animale nella foresta o sedermi alla macchina da scrivere con un fiasco di vino italiano, la mattina presto.
Ma ora temo di non avere nessuna impresa da compiere e poco di nuovo da dire. Sto perdendo la capacità di fare tutto quello che ha dato senso alla mia esistenza, compreso scrivere. Fuori dalla finestra la notte è finita e il sole illumina un nuovo mattino. Ma anche il sole impallidisce e tramonta e ormai il mio non può sorgere più. Tanti amici se ne sono già andati, ora persino Gary Cooper non c’è più. Presto vedrò il loro nuovo domicilio.
Ho scritto adesso la mia ultima pagina e penso di avere terminato il mio compito. Quello che per Silvia fu opera del caso quella notte a Parigi, io lo farò ora intenzionalmente. Spero almeno che tu sia in grado di capire e mi auguro che quello che ti ho raccontato possa spiegare meglio ciò che sto per fare.
                                                                                                                                                    Tuo, Ernest.

La mattina del due luglio 1961, pochi giorni prima di compiere sessantadue anni, Ernest Hemingway fu trovato morto dai suoi familiari. Si disse che un colpo era partito accidentalmente mentre lo scrittore stava pulendo uno dei suoi fucili. Non si parlò di alcuna lettera lasciata dal defunto. In ogni caso, la tesi del suicidio non venne mai ufficialmente confermata.



©1991 Andrea Carlo Cappi
Fotografie di Stefan Milev, per gentile concessione della rivista TWILL-A Toast to Freedom