jueves, 16 de septiembre de 2021

Lo spettacolo delle desuete

 

Giada Trebeschi e Giorgio Rizzo in scena

Cronaca dal Premio Torre Crawford, di Andrea Carlo Cappi

Venerdì 10 settembre 2021, nell’ambito del Festival Premio Torre Crawford a San Nicola Arcella (Cosenza), ho assistito finalmente a Lo spettacolo delle desuete di e con Giada Trebeschi e Giorgio Rizzo, di cui sentivo parlare da parecchio: non solo seguo quasi ogni giorno La rubrica delle parole desuete, a cui si ispira la rappresentazione, ma i due autori e interpreti sono miei amici ormai da tempo. Per questo sarebbe sconveniente (termine e concetto ormai desueti) definire questo articolo una recensione: potrei essere tacciato di scarsa obiettività. Sicché mi limito a farne cronaca e commenti personali.


In primo luogo, nella Rubrica la scrittrice (oltre che docente e attrice) Giada Trebeschi propone ogni giorno su Facebook e Instagram uno sketch da un minuto, in cui racconta etimologia e significato di una parola o una locuzione di uso non più comune: può trattarsi di qualcosa che definisce oggetti e mestieri del passato, di un termine filosofico (l’anno scorso sono stato ospite del video dedicato ad "atarassia") o di una parola non del tutto desueta... ma pericolosamente a rischio di estinzione. La perdita del linguaggio, ricorda Giada, comporta anche la perdita delle idee e l’impoverimento del pensiero.
Si nota in effetti negli italiani una carenza lessicale pari al disinteresse per la grammatica, in un gioioso ritorno all’analfabetismo di massa. Attenzione: a dire che "l’ignoranza è forza" era il Grande Fratello... inteso come l’oppressore del romanzo 1984 di Orwell, non come il reality show in cui giovani eroi del pubblico tv si gloriavano di non aver mai letto un libro in vita loro, lasciando intendere che questa sia la vita più facile per il successo.


La Rubrica va in sorprendente controtendenza: è seguita da mezzo milione di persone, il che fa di Giada un caso unico al mondo di influencer culturale. Ma l’importante è non prendersi sul serio: nei video la protagonista recita in modo scherzoso e spesso Giorgio Rizzo (musicista etnico, sceneggiatore, regista e molto altro) le fa da spalla comica in dialoghi assurdi pieni di equivoci. Nella versione teatrale Giorgio accentua il suo ruolo di ignorante che finge di sapere (l’uomo dei nostri tempi, insomma), facendo ampio ricorso a un patrimonio umoristico che risale alla commedia dell’arte, per poi lanciarsi a sorpresa in un assolo di percussioni in cui illustra le origini della musica, forma di comunicazione universale (v. video in fondo all'articolo o a questo link).
Il gioco tra i due, che sul palco vanno alla ricerca della parola desueta perfetta per la prossima puntata della Rubrica, diverte il pubblico e strappa applausi a scena aperta. Da una parte, perché l’abile Giorgio, in veste anche di regista, mantiene un ritmo pari a quello di uno show musicale anche durante i dialoghi; dall’altra, perché Giada non esita a fare ciò che nessuna influencer oserebbe al posto suo: una pungente parodia di se stessa.
La manifestazione che ha ospitato lo spettacolo, il Premio Torre Crawford, ha dimostrato una volta di più che la cultura è anche divertimento e intrattenimento. In questo, coincidono gli intenti del concorso letterario, degli eventi a San Nicola Arcella e della rappresentazione delle Desuete che, inaugurata lo scorso giugno al Salerno Letteratura Festival, prosegue ora con successo il suo tour per l’Italia. Alla perenne ricerca della parola desueta di oggi.



martes, 17 de agosto de 2021

Sogni di Lucida-Mente


Andrea G. Pinketts ha recitato più volte in palcoscenico e sullo schermo. La sua ultima interpretazione è stata in "Sogni di Lucida-Mente", film dalle atmosfere gotiche e oniriche di Numa Echos. Ora su https://www.olzemusic.com/olzetv (powered by Sky).
Scritto da Numa Echos e Rocco D’Anzi, “Sogni di Lucida-Mente” è un’autobiografica follia in versi, soggettivamente interpretabile. Il racconto di un percorso, uno dei tanti. Il viaggio visionario nella luce e quello razionale nella tenebra. La celebrazione e la condanna.
Con queste parole l’attore-scrittore Andrea G. Pinketts racconta l’esperienza: “Numa graffia le ferite sul sentiero che porta al monolocale delle emozioni. È il suo modo per coccolarsi. Così’ il suo grido non diventa urlo ma suono, musica da camera (chiusa) le cui finestre sono spalancate”.
La pellicola è arrivata in finale di due Festival italiani dedicati ai cortometraggi: è stato selezionato come finalista sia per il Varese International Film Festival sia per il Festival “Corto…ma non troppo”, concorso cinematografico dedicato alla salute mentale alla sua ottava edizione.
Numa Echos è una poliartista, si muove fra poesia, musica, fotografia d’arte e pittura. Conduce il proprio format "Shine in Venice" su OlzeTv. Collabora con le proprie opere letterarie alla realizzazione di antologie e libri e ha spesso collaborato con Andrea G. Pinketts. Ha partecipato a numerosi festival rock indipendenti e programmi radiofonici. È attiva in modalità live come art director, cantante e tastierista con “live shows propri”, “opening act shows” per altri artisti (Morgan, Fluon, Quintorigo, etc.), e con dj set. Il primo LP ufficiale “Shady World", pubblicato nell’autunno 2016 da Valery Records, è stato completamente scritto e prodotto da lei e Filippo Scrimizzi. Numa Echos è membro ufficiale da giugno 2017 del gruppo Double Bass of Death.

martes, 10 de agosto de 2021

Vita da pulp - I fabbricanti di silenzio

Di Marino e Cappi in una serata di Borderfiction Eventi 


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Nel romanzo Goldfinger di Ian Fleming il personaggio eponimo pronuncia una frase che mi è rimasta impressa, qualcosa come: "Una volta è un caso, due volte è coincidenza, tre volte è azione ostile".
Nell'ultima puntata di questa rubrica ho dovuto raccontare della campagna di odio di cui fu vittima lo scrittore Stefano Di Marino: voci confuse che lasciavano intendere che avesse fatto chissà cosa, senza specificare bene cosa; ma se tali voci arrivano a un editore (come la persona che me lo riferì) questi ci pensa due volte a pubblicare un libro di un autore che ha fatto "chissà cosa". Si chiama character assassination ed è uno strumento sporco ma efficace, utilizzato in politica per togliere di mezzo un rivale. Anche se il bersaglio non si lascia condizionare e va dritto per la sua strada, a lungo termine le conseguenze si avvertono.

Nei miei romanzi di spionaggio - come nella realtà cui si ispirano - certe pratiche sono usate quando la posta in gioco è molto elevata ma non richiede l'eliminazione fisica del bersaglio. Ho seri dubbi che un'organizzazione internazionale abbia decretato la distruzione dell'immagine di Stefano Di Marino, ma ho già esposto i futili motivi per cui qualcuno poteva trarne vantaggio.
Tuttavia, mentre almeno tra i suoi lettori non si è ancora spenta l'eco della tragedia, apprendo che da poco più di due settimane è stata rimossa dalla versione italiana di Wikipedia la pagina dedicata alla scrittrice Giada Trebeschi.
L'ho conosciuta al festival Garfagnana in Giallo, dove vinse uno dei suoi numerosi premi, e leggo i suoi documentatissimi romanzi storici: non può essere definita un'autrice pulp, anche se in un suo libro ho apprezzato una certa sfumatura alla Dumas (o alla Golon, pensando al secolo scorso). Seguo la sua divertente Rubrica delle parole desuete, che ha fatto inaspettatamente di lei una sorta di influencer culturale e l'ho coinvolta nelle attività del Premio Torre Crawford.
Da un paio di anni la casa editrice con cui lei collabora sta riproponendo alcuni miei vecchi titoli; da poco ha pubblicato il romanzo di Stefano Di Marino Il bacio della mantide. Orbene: Giada Trebeschi è autrice di una dozzina di libri tra romanzi e saggi, alcuni dei quali pubblicati all'estero. È più che naturale che esista una pagina Wikipedia su di lei. Eppure, dopo una discussione sostenuta da tale PandeF e appoggiata dall'altrettanto tale Parma83 (Un taxi? "Parma83 in cinque minuti"?) è stata presa la decisione di cancellare la sua pagina. Esiste ancora quella in lingua inglese, ma in Italia qualcuno ha deciso che Giada Trebeschi non deve esistere. Non si deve parlare di lei. Forse vi ricorda qualcosa che ho scritto nella puntata precedente.

Anch'io ho avuto qualche difficoltà con la pagina a me dedicata su Wikipedia. È stata aperta negli anni Duemila dall'esperto di letteratura che si firma Lucius Etruscus, di cui talvolta cito le ricerche anche in questa rubrica. Io mi sono limitato ad aggiornarla. All'inizio c'era anche una mia fotografia, ma poi è sparita. Nel 2009, dato che chiunque può contribuire a una pagina Wikipedia, qualcuno ha inserito dati fasulli, che ho dovuto cancellare.
In seguito è partita una discussione e la mia pagina è stata marchiata come non attendibile. Da una parte i curatori di Wikipedia avevano ragione: pensavo ingenuamente che, se è l'autore stesso ad aggiornarli, i dati sulla pagina siano attendibili per definizione; ma un autore megalomane potrebbe fare anche affermazioni di pura fantasia, quindi a ogni dettaglio devono corrispondere note e riferimenti esterni. Ho provveduto in tal senso.
Ma c'era un'altra cosa che non andava bene: la mia bibliografia. In pratica, ho scritto troppi libri. Nelle pagine su altri autori viene riportata la bibliografia completa e, se hanno scritto cento libri, sono indicati tutti i cento libri. Nel mio caso non era accettabile. Quindi ho dovuto rimuovere l'intera bibliografia, riassumendo nella nota biografica che ho scritto una cinquantina di libri. Ora siamo già alla sessantina, ma non ho più aggiornato la pagina, mi limito - quando mi ricordo - a controllare che nessuno ci inserisca insulti come in passato. Così ho scoperto che qualcuno, forse lettori, ha aggiunto una sezione "Opere", in cui sono indicati nove miei titoli un po' a caso. Quindi, a una rapida consultazione, risulta che in trent'anni di carriera ho scritto solo nove libri (se avete tempo da perdere, fate il confronto con la mia bibliografia aggiornata). Peraltro io consulto abitualmente Wikipedia in varie lingue e la finanzio con un contributo annuale.

Ho avuto altri problemi su Internet. Lo scorso gennaio ho aperto un altro blog (Kverse-Il mondo thriller di Andrea Carlo Cappi) dedicato al ciclo che raccoglie molti miei romanzi e racconti, e ai relativi collegamenti a storia e attualità. Come d'abitudine, ho pubblicato su Facebook i link dei vari post; ma dopo pochi giorni qualcuno li ha denunciati come spam e tuttora non posso riportare su Facebook alcun contenuto di quel blog.
Visto il successo, il misterioso hater ha cercato di fare il bis: stavolta ha denunciato alcuni post di questo stesso blog, Il Rifugio dei Peccatori (tra cui uno in cui parlavo dell'episodio di Facebook) forse nella speranza di farlo eliminare per intero dalla piattaforma Blogger. Per fortuna, a differenza di Facebook, Blogger accetta le richieste di verifica e dopo alcune ore tutto era tornato normale.
Non è stato ancora deciso che non devo esistere, solo che devo esistere un po' meno. Di che si tratta, di un avvertimento di stampo mafioso? "Vedi di non scrivere troppo, se non vuoi finire come Stefano Di Marino?" Esiste una lista nera di scrittori e scrittrici che vanno tenuti/e a freno?
In tal caso, ritengo valida la frase di Goldfinger. Mi considero sotto enemy action, in guerra contro un nemico sconosciuto. La mia unica arma è la scrittura. S'intende che anche questo post è a rischio, quindi, come dicono i complottisti, "condividi prima che lo cancellino". Ma ogni tanto, solo ogni tanto, anche qualche complottista può avere ragione.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker

Vita da pulp - Il silenzio che uccide

Stefano Di Marino a GialloLatino, 2014, foto A. C. Cappi

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto, di Andrea Carlo Cappi


Ho già spiegato cosa intendo qui per “pulp”: la narrativa popolare di ogni genere sulle riviste americane della prima metà del XX secolo, che ha generato, per citare giusto un paio di nomi, autori come Dashiell Hammett o Robert E. Howard. Pulp non significa “scrivere male”, bensì raccontare storie con un forte contenuto di azione e di emozioni.
Scrivo queste righe alle 7.30 del mattino del 10 agosto 2021. Quattro giorni fa a quest’ora il massimo esponente italiano della narrativa pulp si era appena tolto la vita. È stata una delle rare volte che i giornali (online, quantomeno) hanno parlato di lui, e nemmeno tanto. Oggi qui lo chiamerò con iI suo soprannome abituale, “il Prof”. In questi giorni ho scritto vari articoli per ricordarlo, ma stavolta vorrei fare un discorso più ampio e qualche chiarimento.
All’inizio dell’estate, su Facebook, il Prof accennò con riserbo a “problemi personali”. Visto ciò che scriveva, potreste immaginarlo braccato da picchiatori di Las Vegas o sicari di Hong Kong. O che avesse un male incurabile, o gli stessi problemi di Amy Winehouse; no, stava bene, era un salutista, conduceva una vita senza eccessi. Ha avuto solo il destino di un figlio unico con genitori in età avanzata; nel suo caso, tutto in una volta, con dispiaceri, stress, problemi burocratici ed emergenze finanziarie... che a loro volta procurano altro stress: un autore pulp, per quanto di successo, non nuota nell’oro.
In un certo senso, questo è parte del problema, ma non solo per questioni economiche. Lo sappiamo, il mercato italiano è quel che è. Gli editori onesti in certe collane possono pagare poco (anche se in altre collane a volte sprecano soldi per presunti, inutili bestseller”... quante ne abbiamo viste, lui e io); gli editori piccoli non possono quasi pagare se non a lunghissimo termine, ma sono gli unici a pubblicare certi libri che ci interessa scrivere; le uscite in ebook rendono pochissimo; e a volte capitano anche gli editori disonesti.
Un autore come il Prof, in grado di produrre parecchi romanzi e saggi ogni anno e spaziare tra generi e tematiche, andrebbe considerato un’eccellenza italiana”. I suoi libri dovrebbero essere sempre in catalogo, anche perché chi lo scopre poi vuole leggere tutto di lui. Senonché i titoli che escono in edicola – e solo perché in Italia esistono e resistono i periodici di narrativa di genere – sono disponibili per uno o due mesi; vendono in quel periodo più di molti romanzi di altri autori in libreria, poi sono acquistabili solo in ebook. Quanto ai titoli da piccoli editori, con minori distribuzione e visibilità, sono più difficili da reperire.
Posso capire che parecchie uscite sotto pseudonimo in una collana da edicola non siano più una “notizia”, se non perché una serie made in Italy continua ad avere successo dopo oltre venticinque anni e più di cento episodi; non è cosa da poco. Ma, almeno quando lo stesso autore pubblica altrove un thriller di tipo diverso o un saggio particolarmente interessante e documentato... be’, forse i media dovrebbero parlarne.
Invece è l’esatto contrario: si direbbe che tutti si siano messi d’accordo per tacere. D’altra parte, se in Italia si sapesse che il Prof pubblica libri che vendono migliaia di copie in poche settimane, gli italiani comincerebbero a leggere solo lui. Ecco dunque le sottili campagne di odio. Un anonimo sui bookshop online mette un giudizio di una sola stella su ogni suo libro, per abbassare la media dei voti dei lettori. Qualcuno dice a un editore: «Perché lo pubblichi? Non sai che...» cominciando a diffondere voci confuse ma diffamatorie.
A tutto questo, come dico spesso, si aggiunge che, se un autore proviene dalla gavetta e dall’edicola, è discriminato anche quando pubblica in libreria un volume rilegato per una grossa casa editrice, il che pesa su promozione, prenotazioni, distribuzione e vendite. Vi faccio un esempio. Nel 1996 uscì da Sperling & Kupfer I sette sentieri dell’Alleanza, firmato senza pseudonimi: è un romanzo appassionante, che anticipa di sette anni e schiaccia per superiorità e originalità il mediocre, scopiazzato Il codice Da Vinci. Avrete sentito parlare tutti del secondo, ma non del primo.
Provate a mettervi nei panni di un narratore per cui la scrittura è tutto nella vita, adorato dai suoi lettori ma ignorato e disprezzato da una società che cerca di farlo dimenticare in vita, di disperdere il suo pubblico, di soffocarlo, neanche fosse il peggiore dei delinquenti. Punito per essere troppo bravo. E immaginate, mentre combatte ogni giorno nella trincea dell’editoria, che si trovi soverchiato da altri problemi che gli sembrano insormontabili. Si è detto suicidio, ma non è esatto. È stato il silenzio a ucciderlo.

Continua...



Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker

martes, 13 de julio de 2021

Mondo a misura d'uomo


Poesia di Fabio Viganò

Nell'unisono silenzio delle urla
di chi tace disperato nella folla
nel ridicolo piacere dei potenti
che piangono la miseria dei ricchi...

Nelle urla di dolore di chi muore
di chi compare al mondo e vive
di chi piange la pagnotta della disperazione
delle lacrime versate e mai pagate...

Nell'incredulo stupore del silenzio
ristagna e sopravvive la silente rassegnazione
come queste acque troppo chete
persino dinnanzi al tuo gemito primordiale
del godere...


(Fotografia di A. C. Cappi)

jueves, 24 de junio de 2021

Vita da pulp - La lingua batte dove il Dante duole


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Uno dei grossi problemi per chi scrive in italiano è l'italiano. Una delle persone da cui ho imparato a scrivere e a "lavorare", un giornalista di notevole cultura di nome Bartolo Pieggi, diceva che nella nostra lingua è sempre in agguato il conciossiacosaché. Ovvero l'uso di espressioni solenni e arcaiche - come appunto questa, un modo inutilmente complesso per dire poiché - impiegate per dare al linguaggio un tono illustre e per sfoggiare cultura, illudendosi che siano queste le regole del bello scrivere.
Il risultato è che da una parte c'è chi si trova in difficoltà con i congiuntivi o scopiazza espressioni sentite fin troppo spesso in televisione (o sui social network che ne hanno preso il posto), dall'altra c'è chi - avendo letto qualche libro o qualche brano di antologia scolastica - si perde in esercizi linguistici che molto spesso si risolvono in frasi incomprensibili o quantomeno artificiose. Tutt'intorno c'è chi mutua parole o costruzioni a caso dall'inglese pur senza conoscerlo, crea neologismi fastidiosi o annaspa quando deve descrivere qualcosa per cui esistono parole precise ma dimenticate.
C'è sempre stato uno scollamento tra la lingua scritta e la lingua parlata; oggi però quest'ultima si impoverisce così in fretta da rendere quasi impossibile usarla per scrivere. S'intende che narrazione e dialoghi devono essere coerenti con la storia, l'ambientazione e il contesto sociale. Sarebbe poco credibile un malavitoso di periferia che dice "Vi state burlando di me?", quanto lo sarebbe un nobiluomo del Settecento che si esprimesse come un ospite della Casa del Grande Fratello.

L'amica scrittrice Giada Trebeschi, autrice e interprete su vari social network de La rubrica delle parole desuete, propone quotidianamente con i suoi brevi sketch termini a volte legati a un determinato contesto storico, a volte relativi ad attività ormai tramontate, a volte invece di uso comune ma... non più abbastanza comune. Questi ultimi sono desueti loro malgrado (e nostro malgrado), perché il loro impiego corretto arricchirebbe la lingua e il nostro modo di comunicare.
C'è insomma desueto e desueto.
Non tutti sono in grado di fare la distinzione. Rimase celebre presso la redazione de Il Giallo Mondadori un manoscritto riproposto con insistenza (e bocciato regolarmente) in cui la trama faceva acqua da ogni parte, ma dominava un presunto bello stile che ai suoi tempi Dante Alighieri avrebbe trovato datato e di maniera. Non si "nobilita" la letteratura di genere applicandole a forza modalità espressive fabbricate a tavolino sfogliando un vecchio dizionario. Così come non si diventa più realistici se ci si esprime a tutti i costi usando un linguaggio "da strada".
In effetti, per ogni testo occorre stabilire un adeguato registro linguistico.

Il discorso vale sia per chi scrive, sia per chi traduce. La narrazione convenzionale di eventi contemporanei in terza persona, se non è inserita in contesti particolari o sperimentali che le impongano regole diverse, dev'essere equilibrata, non troppo elaborata ma nemmeno troppo povera di vocaboli. Al tempo stesso i dialoghi e le riflessioni in soggettiva devono essere fedeli ai personaggi.
Per fare un esempio, negli anni Duemila tradussi vari romanzi di Douglas Preston & Lincoln Child in cui ricorrevano il protagonista Aloysious Pendergast e i suoi comprimari. Tradurre Pendergast era una delizia, come spiegai allo stesso Preston, che capiva a sufficienza l'italiano da cogliere certe sfumature: è una persona di enorme cultura, quindi dispone di un lessico molto ricco e ha sempre il vocabolo adatto per ogni circostanza, sia quando parla, sia quando segue i propri flussi di pensiero; può persino concedersi qualche finezza linguistica che sarebbe di troppo in un altro personaggio. Laddove il suo amico e compagno di indagini Vincent Dagosta non ha lo stesso bagaglio culturale e si esprime in modo meno elaborato e più diretto, anche se non certo da illetterato. Quando entrava in scena l'ottocentesca Constance Greene, cresciuta tra i libri di una vecchia biblioteca, le riservavo un linguaggio volutamente datato, quello di una persona che non aveva familiarità con il modo di parlare moderno. In inglese le distinzioni erano meno evidenti, mentre in italiano personaggi così diversi dovevano parlare in modo differente l'uno dall'altro.

Le cose cambiano quando la narrazione è in prima persona, quindi tutta la storia viene raccontata dal punto di vista di un personaggio, il cui linguaggio - non solo nei dialoghi ma anche nella narrazione - deve coincidere con la sua stessa natura. Se il personaggio è un soggetto medio, il suo modo di esprimersi sarà nella media. Le cose cambiano se ha caratteristiche insolite o addirittura un linguaggio personale: mi viene in mente Alex, il protagonista di Un'arancia a orologeria (o Arancia meccanica, se pensiamo alla versione di Kubrick). La versione italiana del libro e del film sono un esempio di come i traduttori abbiano dovuto rendere nella nostra lingua lo slang ideato dallo scrittore Anthony Burgess.
Bisogna sempre tenere presente chi stia parlando. Quando, molti anni fa, facevo il revisore di traduzioni per Il Giallo Mondadori, trovai in un romanzo (ritradotto) di Agatha Christie termini che nessun personaggio di Agatha Christie avrebbe mai usato. Viceversa, in un romanzo di Ian Rankin, incontrai uno sbirro che in italiano parlava come un gentiluomo di altri tempi, mentre nel testo originale si esprimeva come... uno sbirro.
Per inseguire il realismo a ogni costo, la maggior parte dei personaggi di una storia di oggi dovrebbe ormai esprimersi in un italiano senza congiuntivi, perché non capita di sentirne molti in giro. Se devo far parlare un personaggio del genere... be', nelle sue battute di dialogo cerco il più possibile di formulare frasi che non lo richiedano, in modo da evitare problemi, a meno che non voglia evidenziare il suo modo di parlare scorretto. Questo non mi esime, in una narrazione in terza persona, che congiuntivi e condizionali siano dove devono essere e come devono essere.

La situazione si complica ulteriormente se la vicenda è ambientata in un'altra epoca. Claudia Salvatori, scrittrice che ha ambientato molte sue opere in periodi del passato, osserva come nella narrativa "storica" contemporanea personaggi di tempi remoti "pensino, parlino e agiscano come se fossero appena usciti da un bar di provincia". Mi viene in mente un esempio. Tempo fa, in un romanzo storico ho trovato un dialogo tra personaggi, mi pare, del Seicento, in cui uno dei due diceva all'altro "tieni un profilo basso". Ora, è chiaro che non possiamo far parlare personaggi del passato esattamente come avrebbero parlato alla loro epoca: anche se fossero stati "italiani", prima di una certa epoca non si sarebbero nemmeno potuti esprimere in italiano, bensì in latino, in dialetto o addirittura in lingue straniere.
Dobbiamo adottare un linguaggio convenzionale, che sia accettabile da un lettore contemporaneo, ma non sia troppo estraneo al tempo in cui si svolge la vicenda, il che esclude non solo espressioni entrate da poco nella nostra lingua, ma anche concetti che in quel periodo non esistevano. Non va dimenticato che in epoche diverse si ragionava in modo diverso. Persino una storia ambientata trent'anni fa si svolge in un mondo concettualmente e quindi linguisticamente diverso da quello in cui viviamo oggi. Immaginatevi quanto può essere differente una storia che si svolge all'epoca degli antichi egizi o degli antichi romani.
E l'errore è sempre dietro l'angolo, proprio come il proverbiale centurione nel film peplum il cui interprete si è scordato di togliere l'orologio, o la ripresa dei tetti della Roma papale ottocentesca in cui si notano le antenne televisive in controluce. Rimpiango l'amico Paolo Brera, attentissimo a certi dettagli, che in una pagina del nostro romanzo a quattro mani mi corresse "bicchiere di vino" in "scodella di vino", perché in quel luogo e in quel contesto il vino si beveva in ciotole, non in bicchieri (e stiamo parlando solo di centocinquant'anni fa).
Il che comporta che, per scrivere una storia credibile ambientata nel passato, ci si debba documentare a tal punto da ragionare e quindi far parlare il più possibile i personaggi come se appartenessero a quel tempo. Ma, anche in questo caso, evitate costruzioni assurde, parole incomprensibili e termini di un italiano che, nella realtà, non è mai davvero esistito.

Continua...



Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker

miércoles, 23 de junio de 2021

25 giugno: Pinketts al MystFest 2021


MystFest 2021: Andrea G. Pinketts è presente in piazza I Maggio alle ore 21 di venerdì 25 giugno. Anche quest'anno "torna" a Cattolica lo scrittore che proprio qui esordì vincendo il Gran Giallo con il racconto Ah, sì? E io lo dico a Pinketts!, il giornalista investigativo qui insignito del premio "Una Remington per la strada", lo "sceriffo comunale" incaricato dal sindaco Micucci di indagare sulle infiltrazioni criminali nella zona, che portò a centosei arresti. E, naturalmente, l'autore di memorabili romanzi e raccolte di racconti, che vengono ora ripubblicati dall'Associazione Culturale Andrea G. Pinketts, in nuove edizioni corredate non solo di opportune prefazioni, ma anche di "contenuti speciali" scritti dall'autore stesso.
Pinketts non è "scomparso" il 20 dicembre 2018. Uno scrittore è presente fintanto che si possono leggere i suoi libri. 
Dopo Lazzaro, vieni fuori, ripubblicato nel 2021, esce per l'occasione Il vizio dell'agnello. Entrambi i volumi possono essere acquistati, oltre che al MystFest, direttamente presso l'Associazione Culturale Andrea G. Pinketts - inaugurata ufficialmente al MystFest 2019 - o su una libreria online di fiducia, seguendo questo link. Potete anche ordinarlo nella vostra libreria, se chi la gestisce sa il fatto suo.
Nel romanzo Il vizio dell'agnello, che fu pubblicato da Feltrinelli nel 1994 (e in Francia da Rivages), torna il detective suo malgrado Lazzaro Santandrea, che a Milano si spaccia per il Dottor Totem, specialista in tabù, coinvolto nella vicenda di un ex bambina buona convertitasi in assassina. Nei testi in appendice, Pinketts tratta di assassine celebri in Jackie la Squartatrice, spiega il suo rapporto con il maestro del noir milanese Giorgio Scerbanenco in Scerbanenco va alla guerra e racconta retroscena personali in Nato a teatro, un testo illuminante su un episodio del romanzo.
Il vizio dell'agnello viene presentato al MystFest dall'Associazione Culturale Andrea G. Pinketts, rappresentata dall'instancabile Elisabetta Friggi, già braccio destro dello scrittore per un decennio; da Rossella Marino, autrice presso Edizioni del Gattaccio della "metabiografia" di Pinketts intitolata Per qualche strana ragione io piacevo; da Andrea Carlo Cappi, che per venticinque anni ha condiviso con lui avventure culturali, editoriali e letterarie, già suo editor e ora curatore delle nuove edizioni dei suoi libri; e, in un video realizzato appositamente, da Mirella Marabese Pinketts, madre dell'autore e presidente dell'Associazione.
Nella serata sarà proiettato in prima visione il booktrailer de Il vizio dell'agnello,  
E a proposito di librai che sanno il fatto loro: quest'anno il Premio Pinketts, dopo lo scrittore Joe R. Lansdale e al cantante Morgan, viene assegnato a Rosario Esposito La Rossa, titolare della Libreria La Scugnizzeria di Scampia, detto anche lo "spacciatore di libri", che combatte con la cultura letteraria l'incultura della criminalità. Lo "sceriffo di Cattolica" è pronto a condividere la sua stella con lui.


Gli ebook gratuiti della serie Ah, sì? E io lo dico a Pinketts!

Volume 1