jueves, 22 de octubre de 2020

Vita da pulp - È solo l’inizio


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto, di
Andrea Carlo Cappi

Un altro pizzico di autobiografia. 1991: con il programma RadioDetective, chiuso appena dopo il mio reclutamento come autore, ho avuto il mio esordio da scrittore... Peccato che non lo sappia nessuno, quindi è come se non fosse mai successo. C’è però un luogo in cui posso usare la trasmissione come referenza: la redazione de Il Giallo Mondadori, in cui non sono mai entrato di persona al mio primo tentativo a fine anni Ottanta. Contatto una figura per me leggendaria, il caporedattore Lia Volpatti, e ottengo un appuntamento. Lei a sua volta decide di presentarmi a un redattore degli Oscar Mondadori. Si tratta di Stefano Magagnoli, che sta curando romanzi di genere di autori italiani per la storica collana. (Breve nota: Stefano Magagnoli, spesso definito "editor geniale", è un personaggio singolare e poliedrico, noto anche per le sue partecipazioni a programmi televisivi negli anni Novanta, ma soprattutto per il suo intuito editoriale; è scomparso prematuramente nel settembre 2020).

Gli propongo il soggetto per un romanzo, che viene approvato. Di fatto è la versione estesa di un testo ideato per la radio, che già sul nascere mostrava ampie possibilità di sviluppo. In realtà fa già parte di un progetto più ampio: un grande ciclo di storie tra il noir e la spy-story, parzialmente ambientate in Spagna, che copra un periodo dagli anni Trenta ai giorni nostri. I miei lettori più attenti potranno riconoscere elementi familiari di quello che oggi si chiama Kverse, in particolare le serie Nightshade e Dark Duet. Mentre sto lavorando al romanzo, tuttavia, Magagnoli viene trasferito a un altro settore e il progetto viene accantonato. Insomma, sono arrivato al posto giusto nel momento sbagliato.

Intanto all’inizio del 1992 ho trovato lavoro presso la Libreria del Giallo-La Sherlockiana in piazza San Nazaro in Brolo a Milano, fondata da Gian Franco Orsi - il direttore de Il Giallo Mondadori, che finalmente incontro di persona - e gestita da Tecla Dozio; ma dopo solo un mese rimango a casa per un taglio di budget. Nello stesso periodo, in circostanze bizzarre che entreranno a far parte della biografia del mio Carlo Medina, mi viene offerto un posto come copywriter presso una nota agenzia pubblicitaria... proprio quando il ciclone di Mani Pulite sconvolge i budget della Milano da bere e tutte le società di quel settore anziché assumere cominciano a licenziare; il lavoro sfuma prima che io possa cominciarlo. Di nuovo: giusto contesto, ma momento sbagliato.

Si direbbe che la sfortuna mi colpisca metodicamente ogni volta che mi avvicino a un obiettivo. Per fortuna a Milano qualcosa sta bollendo in una pentola noir. Nel giugno 1993 lo scrittore Andrea G. Pinketts fonda la Scuola dei Duri, un progetto che vede coinvolta anche la Libreria del Giallo ed è fiancheggiato da Il Giallo Mondadori (la Scuola dei Duri sarà presto rievocata nel terzo ebook gratuito della serie Ah, sì? E io lo dico a Pinketts! curato dall’Associazione Culturale Andrea G. Pinketts e pubblicato dalla Biblioteca Sormani di Milano.) Sul modello del Gruppo 13 nato a Bologna, il movimento di Pinketts e degli altri quattro autori che lo sostengono - Carlo Oliva, Sandro Ossola, Davide Pinardi, Alessandro Riva - ha come obiettivo esaminare la realtà attraverso la lente della letteratura giallo-noir e portare alla luce nuovi autori che condividano la stessa visione. Sono presente alla serata dell'annuncio ufficiale: forse stavolta sono al posto giusto nel momento giusto.

Dal concorso letterario della Scuola dei Duri nascerà due anni dopo Crimine – Milano giallo-nera edito da Stampa Alternativa, contenente un mio racconto noir milanese. Ma nell’ottobre 1993 Il Giallo Mondadori pubblica in appendice una delle storie che ho scritto per RadioDetective, un pastiche letterario ambientato nella Parigi della Generazione Perduta. Anche se considero come vero inizio della mia carriera di scrittore una data imprecisata della primavera del 1991, quando ho cominciato a lavorare (invano) per RadioRAI, il mio esordio ufficiale è dunque la mia prima apparizione come autore sul settimanale Mondadori, che scatena lettere entusiastiche da parte dei lettori. Stavolta nessuno può più negare che io sia uno scrittore. Ed è solo l’inizio.

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Immagine: A. C. Cappi negli anni Novanta

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.


Ah, si? E io lo dico a Pinketts! (vol.2)


Disponibile gratis dalla Biblioteca Sormani e scaricabile a questo link nei formati epub e mobi il secondo dei tre ebook di Ah, si? E io lo dico a Pinketts! di Andrea G. Pinketts, a cura dell'Associazione Culturale dedicata all'autore. Contiene l'introvabile racconto Zucchero e nuvole, due saggi sul giallo (dedicati a Rex Stout e James Crumley) e l'incontro-intervista di Pinketts con Evan Hunter/Ed McBain. Conclude l'ebook un intervento di Luca Crovi che ricorda lo scrittore milanese e introduce le sue irriverenti "regole del giallo". (Qui il volume precedente).

miércoles, 14 de octubre de 2020

I sacrificabili


Poesia di Fabio Viganò


Ho veduto gente perdersi,

astanti nel buio di certe notti

ritrovarsi nei luttuosi momenti,

col pane e il vino degli amici.


Ho osservato generazioni

inseguire fatue ossessioni,

uniti, infranti, tempi passati.

Ora attendo che qualcosa cambi.


Ho veduto persino fanciulli adulti

ridere con innocenti giochi di morte,

piccole barche di carta fragili

inesorabilmente affondare con sassi.


Ho pianto di loro. Orditi tramati

senza lacrima alcuna. Da colpe assolti.

Ho lasciato rigassero il viso, ristoratrici.

Attonito, il fiato sospeso, vedo morti.


Ombre inafferrabili, soli irraggiungibili,

vivi, combatti anche spettri passati

a goccia a goccia, scaverò rivoli

aprendo ogni giorno anche i duri sassi.


Abbaiano forte i cani. Ululano i lupi.

Nel silenzio della notte osservi e pensi,

ché il travaglio delle genti sacrificabili

sia di lunga memoria e moniti.


Immagine: fotografia di A. C. Cappi


Pentadramma - Racconto del venerdì


Il mio racconto del venerdì - a volte un inedito, altre un recupero - è stato un appuntamento fisso con i miei lettori per parecchi anni, mentre ormai è un evento occasionale. Ma oggi è l'opportunità di recuperare un testo di cui ho parlato in un articolo della serie Vita da pulp, che trovate a questo link. Nel 1990 scrissi un racconto che avrebbe innescato una complessa serie di eventi, anche se sarebbe stato pubblicato solo dieci anni più tardi, nel 2000, sulla rivista Addictions. Immaginate una storia raccontata cinque volte, ognuna in modo leggermente diverso - come in certi quadri di Andy Warhol - il cui senso emerge gradualmente a ogni variazione. E immaginate (non credo ci vorrà uno sforzo) uno sbirro americano bianco, razzista e omofobo. Trent'anni dopo, malgrado tempo fa si sia verificato lo scenario politico ipotizzato nella Variazione 4, certe cose sono rimaste drammaticamente uguali, come abbiamo visto nel corso del 2020. Buona lettura e buon weekend.

PENTADRAMMA

Cinque variazioni in nero di Andrea Carlo Cappi


VARIAZIONE 1

Erano le undici del mattino quando il tenente White della squadra omicidi di New York entrò con passo sicuro nella stanza da letto al piano superiore della villa Johnson di Long Island. La donna giaceva nuda sopra le lenzuola, lo sguardo fisso nel vuoto.

White cancello dal viso l'espressione di disgusto procuratagli dalla visione della non più giovane signora Johnson, colpita ripetutamente al capo con una chiave inglese, e rivolse il suo sguardo indagatore verso le due persone che il suo assistente di colore, il sergente Black, stava conducendo nella stanza.

«Il signor Johnson è attualmente in Europa per lavoro, mentre la figlia ha trascorso qui la scorsa settimana, prima di tornare all'università», spiegò Black. «In casa con la signora ieri c'erano solo due persone: la cameriera May, che è a servizio qui da molti anni, e Nero, l'autista di famiglia.»

«Un negro», bofonchiò tra sé White, scrutando sospettoso il giovane alto e muscoloso dalla pelle scura che gli stava davanti. Il tenente coprì con il lenzuolo il corpo della vittima. Poi, rivolgendosi alla decrepita cameriera, disse ad alta voce: «È lei che ha scoperto il cadavere, vero? Mi dica, c'era forse qualcuno che avesse un motivo per uccidere la signora Johnson?»

«Certo che sì», ringhiò la vecchia, stizzita. «Proprio l'altro giorno l'ho sentita litigare con sua figlia. La signorina Janette le diceva di essere innamorata pazzamente di un uomo, ma la signora insisteva che non avrebbe mai potuto accettare una situazione del genere. Fu a quel punto che la signorina Janette uscì dalla stanza da letto sbattendo la porta e corse nella sua camera, a fare le valigie per tornare all'università.»

«Janette Johnson non si è allontanata dal campus e ci sono testimoni che l'hanno vista là ieri sera», intervenne Black. «Abbiamo controllato.»

«Molto interessante», riprese White. «Lei sa dirmi qualcosa in proposito, Nero?»

«No, non ho niente da dirle, tenente. Io stesso ho accompagnato la signorina alla stazione. Le ho domandato se ci fosse qualcosa che la contrariasse, ma lei è stata molto vaga in proposito. Janette non mi ha voluto dire niente sul suo litigio con la madre.»

«Dunque Janette non le ha detto niente», concluse White. «Janette Johnson litigò con la madre, ma al momento del delitto era lontana parecchi chilometri. Quindi nella villa restava solo una persona che avesse un movente per uccidere: l'uomo che la signora Johnson non voleva che frequentasse la figlia, un uomo che era evidentemente in intimi rapporti con la ragazza... visto che si è lasciato sfuggire che la chiamava con il nome di battesimo invece che con un deferente signorina Janette. Un assassino spietato che ha scelto per uccidere l'arma più ovvia, dato il suo mestiere di autista: una chiave inglese.»

Spaventato, Nero tentò di fuggire, ma due poliziotti gli sbarrarono tempestivamente la strada.

White si avvicinò all'indiziato avvertendo improvvisamente un'intensa fastidiosa sensazione olfattiva.

«Cos'è questo odore? Lozione dopobarba al pino? È disgustoso. Avanti, bastardo, sbrigati a confessare e levati di torno.»

«E va bene», confessò allora l'autista, in preda alla disperazione. «Mentre la portavo in automobile alla stazione, Janette mi rivelò i suoi sentimenti per me. Disse che eravamo uguali, entrambi due oggetti di proprietà di sua madre, e aggiunse che avremmo dovuto approfittare dell'assenza del padre, questa settimana, per levarcela di torno una volta per tutte. Capii che avrei dovuto farlo e sapevo anche quando: la signora Johnson non poteva stare... troppo a lungo senza di me. Ieri sera, ancora una volta, mi fece salire nella sua stanza. La trovai così come la vedete. Le dissi che ero stufo di lei, che non avevo più intenzione di soddisfare... i suoi indecenti desideri nei miei confronti. Lei mi insultò e quando non ne potei più seppi che la chiave inglese che mi ero portato dietro mi sarebbe servita a qualcosa. La colpii tante volte, finché dalla sua bocca infame non uscì più neppure un lamento!»

***

«Benissimo!» esclamò White, mentre l'uomo veniva condotto via. «Piena confessione. E sicuramente ci saranno le sue impronte digitali sull'arma del delitto. Il caso è risolto.»

Con calma White si accese una sigaretta e brontolò: «Questi luridi negri.»

E si incamminò sotto la pioggia scrosciante.


VARIAZIONE 2


Erano le sette del mattino quando il tenente White della squadra omicidi di New York entrò con passo sicuro nella stanza da letto al piano superiore del sordido alberghetto. La donna giaceva nuda sopra le lenzuola, lo sguardo fisso nel vuoto.

White cancellò dal viso l'espressione di dolore procuratagli dalla visione della ancora giovane signorina Maria, la cui gola era stata tagliata con un frammento di vetro di bottiglia, e rivolse il suo sguardo indagatore verso le due persone che il suo assistente di colore, il sergente Black, stava conducendo nella stanza.

«Il fratello di Maria è morto un mese fa per overdose, mentre la madre è in galera per furto d'auto», spiegò Black. «Ieri sera oltre alla ragazza, c'erano solo due persone in albergo: il portiere Luis, che lavora qui da molti anni, e Toni Moros, il barista.»

«Un n-negro», bofonchiò tra sé White, scrutando sospettoso il giovane di colore, magro, sciupato e ancora in stato confusionale, che gli stava davanti. Il tenente coprì con un lenzuolo il corpo della vittima, poi, rivolgendosi al decrepito portiere, gli disse ad alta voce: «È lei che ha scoperto il cadavere, vero? Mi dica: c'era forse qualcuno che avesse un motivo per uccidere la signorina Maria?»

«Credo di sì», disse il vecchio tra un colpo di tosse e l'altro. «Proprio ieri pomeriggio l'ho sentita litigare con Toni, il barista. La signorina Maria gli stava dicendo che era innamorata pazzamente di lui, ma che non poteva lasciare il mestiere tanto facilmente. Il suo protettore, un bianco di nome John Smith, non le avrebbe mai permesso di cambiare vita. Allora lui uscì dalla stanza sbattendo la porta e corse giù a ubriacarsi.»

«Abbiamo trovato Moros qui dietro, nel vicolo, addormentato, coi vestiti impregnati di whisky», intervenne Black.

«Molto interessante», riprese White. "Lei sa dirmi qualcosa in proposito, Moros?"

«Non ho niente da dirle, tenente. Io stesso non ricordo più nulla di quanto è successo ieri pomeriggio. So solo che sono sceso al pianterreno e che ho detto a Luis di non rompere i coglioni quando mi sono attaccato alla bottiglia. Poi tutto è avvolto nel buio.»

«Dunque, non ricorda più niente», concluse White. «Toni Moros, lei ebbe una discussione con la donna e al momento del delitto non era cosciente di quello che faceva. Ma in albergo, solo lei aveva un movente, l'uomo che non voleva che Maria frequentasse più i suoi clienti. Un assassino spietato che ha scelto per uccidere l'arma più ovvia, dato il suo mestiere di barista: il vetro rotto di una bottiglia di whisky che aveva precedentemente svuotato.»

Spaventato, Moros tentò di fuggire, ma due poliziotti gli sbarrarono la strada.

White si avvicinò all'indiziato, avvertendo improvvisamente un'intensa, fastidiosa sensazione olfattiva.

«Cos'è quest'odore? Whisky di infima categoria? È disgustoso. Avanti, bastardo, sbrigati a confessare e levati di torno.»

«E va bene», confessò allora il barista, in preda alla disperazione. «Più tardi, sono tornato da Maria, che mi parlò ancora di ciò che provava per me. Disse che eravamo uguali, entrambi due rifiuti della società, e aggiunse che avremmo dovuto fare fuori il suo protettore, quel lercio maiale bianco di John Smith, prima che lui ammazzasse noi. Forse per effetto dell'alcool, dopo un po' mi sono addormentato. Quando mi sono svegliato, l'ho trovata così come la vedete. Resomi conto che era morta, sono fuggito. Una volta in strada, devo essere svenuto: non ricordo niente fino a quando sono tornato in me e mi sono ritrovato circondato da sbirri che mi prendevano a calci. Ma non posso essere stato io a uccidere Maria. Io la amavo. Perché avrei dovuto ucciderla?»

***

«Benissimo», esclamò White, mentre l'uomo veniva condotto via. «Praticamente una confessione. E sicuramente ci saranno le sue impronte digitali sull'arma del delitto. Il caso è risolto.»

Con calma, White si accese una sigaretta e brontolò: «Questi puzzolentissimi negri.»

E si incamminò sotto la pioggia scrosciante.


VARIAZIONE 3


Erano le nove del mattino quando il tenente White della squadra omicidi di New York entrò con passo sicuro nella stanza da letto del piccolo appartamento di Rosie Adams, la sua ex-amante. La donna giaceva nuda sopra le lenzuola, lo sguardo fisso nel vuoto.

White cancellò dal viso l'espressione di soddisfazione procuratagli dalla visione della giovane donna da lui assassinata la sera precedente con un preciso colpo di pistola e rivolse il suo sguardo indagatore verso le persone che il suo assistente di colore, il sergente Black, stava conducendo nella stanza.

«Il fratello di Rosie Adams è partito due anni fa per Hollywood, dove sta girando una serie di pornofilm», spiegò Black. In casa venivano soltanto due persone: la vicina di casa, la vedova Flanagan, e un misterioso individuo che doveva essere l'amante della vittima.»

«N-negro», bofonchiò tra sé White, scrutando sospettoso il giovane assistente di colore, che lo guardò senza capire. Il tenente coprì con un lenzuolo il corpo della vittima, poi, rivolgendosi alla decrepita vicina, disse ad alta voce: «È lei che ha scoperto il cadavere, vero? Mi dica: c'era forse qualcuno che avesse un motivo per uccidere la signorina Rosie?»

«Credo di sì», grugnì la vecchia. «Proprio ieri pomeriggio l'ho sentita litigare con un uomo, il suo amante. Gli diceva che non ne era affatto innamorata e che esitava a lasciarlo solo perché aveva paura di lui. Quell'uomo ha un caratteraccio e per giunta gira armato: Rosie mi aveva confidato che fa il poliziotto. Dopo la discussione, lo sentii uscire dall'appartamento sbattendo la porta. Io vi conosco, voi poliziotti: il mio defunto marito era uno di voi.»

«Purtroppo nessuno nei dintorni è mai riuscito a vedere in faccia questo misterioso individuo», intervenne Black.

«Molto interessante», riprese White. «Lei che cosa mi può dire in proposito, sergente Black?»

«Nient'altro, tenente, Le ho già riferito tutte le informazioni che sono riuscito a raccogliere.»

«Non sto parlando del suo lavoro, Black. Sto parlando della sua vita privata.»

«Non capisco, tenente.»

«Dove si trovava, ieri sera?»

«Sta scherzando, tenente? Ero a casa mia, da solo, cercando di recuperare il sonno arretrato. Come tutte le sere in cui non sono in servizio.»

«Era solo, naturalmente. E non ha nemmeno l'ombra di un alibi. Vuole dirmi dove tiene la sua pistola di ordinanza?»

«Nel cassetto della mia scrivania in ufficio, tenente. Sa bene che non amo girare armato.»

«Capisco. Allora saprà anche spiegarmi per quale ragione l'abbiamo ritrovata qui», disse severo il tenente White, raccogliendo l'arma da sotto il letto, ben attento a non alterare le impronte digitali.

«La mia pistola? Oh, mio Dio.»

«Avevo notato il suo curioso comportamento negli ultimi giorni», sentenziò White, a beneficio dei presenti, «ma non avrei mai immaginato che lei arrivasse a compiere un'azione del genere: trasformarsi in un assassino spietato che ha scelto per uccidere l'arma più ovvia, dato il suo mestiere: la sua pistola di ordinanza.»

Spaventato, il sergente Black tentò di fuggire, ma due poliziotti gli sbarrarono tempestivamente la strada.

White si avvicinò all'indiziato, avvertendo improvvisamente un'intensa, fastidiosa sensazione olfattiva.

«Cos'è quest'odore? Sudorazione ascellare incontrollata? È disgustoso. Avanti, bastardo, sbrigati a confessare e levati di torno.»

«E va bene», confessò allora il sergente, in preda alla disperazione. «Lascio sempre la mia pistola nella scrivania, dove qualsiasi altro poliziotto potrebbe prenderla senza che io me ne accorga. Chiunque sia stato a uccidere quella donna, deve avere rubato la mia pistola e averla lasciata qui per incastrarmi. Certo, io non ho un maledetto alibi per ieri notte, ma chi ce l'ha? Lei ce l'avrebbe? Non sono mai venuto in questa casa prima di oggi e quando sono arrivato ho trovato la donna così come la vedete. Ma perché dovrei essere stato io a ucciderla? Io nemmeno la conoscevo!»

***

«Benissimo», esclamò White, mentre l'uomo veniva condotto via. «Prove schiaccianti. E sicuramente ci saranno le sue impronte digitali sull'arma del delitto. Il caso è risolto.»

Con calma, White si accese una sigaretta e ridacchiò. «Questi stupidissimi negri!»

E si incamminò sotto la pioggia scrosciante.


VARIAZIONE 4


Erano le due del mattino quando il tenente White della squadra omicidi di New York entrò con passo sicuro nella stanza da letto all'interno degli studi televisivi. La donna giaceva nuda sopra le lenzuola, lo sguardo fisso nel vuoto.

White cancellò dal viso l'espressione di pietà che gli procurava la visione della giovane donna strangolata con il filo di un microfono, e rivolse il suo sguardo indagatore verso la persona che stava entrando nello studio.

«Sono Thomas Dark», si presentò l'uomo.

«N-n-negro!» White soffocò un conato di vomito, scrutando sospettoso il giovane e famoso presentatore televisivo di colore. Il tenente coprì con il lenzuolo il corpo della vittima, poi disse ad alta voce: «Certo, la conosco. Lei è il conduttore del Tommy Dark Show, il programma televisivo di maggior successo delle ultime due stagioni. È lei che ha scoperto il cadavere, vero? Mi dica: c'era forse qualcuno che avesse un motivo per uccidere la signorina Annette Silberman, in arte Annie Silver?»

«Credo di no», rispose il conduttore. «Era arrivata qui da poco, per girare alcuni episodi di una situation-comedy di cui sono coautore. Sono brevi episodi che mandiamo in onda all'interno dello show. Annie faceva una parte secondaria.»

«A che ora ritiene che sia avvenuto il fatto? Immagino che in questo studio entrerà qualcuno, almeno in certi orari.»

«Penso di poterle dire con esattezza quando è stato commesso il delitto», garantì il conduttore, dirigendosi verso un videoregistratore sistemato in un angolo dello studio e collegato a un monitor. Dark inserì nell'apparato una videocassetta. Mentre aspettava che sullo schermo apparissero le immagini, spiegò al tenente di che cosa si trattasse. «Questa è la registrazione della trasmissione di questa sera, durante la quale ho intervistato il nuovo candidato del Partito Democratico alla Presidenza degli Stati Uniti. Come lei saprà, con altri intellettuali di colore sto sostenendo la campagna elettorale per avere il primo presidente afro-americano.»

«Sì», disse White, soffocando un conato di vomito. «Ho sentito il vostro slogan: Un uomo nero alla Casa Bianca

Sul monitor apparve la scritta The Tommy Dark Show accompagnata dalla sigla musicale, I can't turn you loose di Otis Redding. Thomas Dark, premendo il pulsante dell'avanti rapido, accelerò le immagini per alcuni secondi, tenendo d'occhio un punto al centro dello schermo. Poi tornò a far scorrere il nastro a velocità normale.

«Ecco: qui mi si vede intervistare il candidato. Segua con attenzione il grande orologio al centro dello studio: segna l'ora esatta di New York.»

Nella registrazione, si sentiva parte del dialogo tra l'intervistatore e il suo illustre ospite. «...e qual è la sua opinione sulla politica estera americana?»

«Io penso», diceva il candidato, un distinto uomo di colore sulla cinquantina, «che dovremmo applicare anche al resto del mondo i valori che vorremmo rispettati nel nostro paese: quelli dell'integrazione razziale, della tolleranza...»

«N-n-negro!» bofonchiò nuovamente White, trattenendo un nuovo conato di vomito.

«Come dice?» fece Dark, senza capire.

«N-n-niente. Continui.»

«A un certo punto si sono sentiti alcuni rumori provenienti dallo studio accanto, cioè da qui. Sembrano dei tonfi, seguiti da una specie di gemito... Ci siamo anche voltati, vede? Ma nessuno di noi si è potuto muovere fino alla successiva interruzione pubblicitaria. Quando siamo venuti a controllare, abbiamo trovato il corpo.» Il presentatore spense il monitor. «Come avrà notato, l'orologio segnava esattamente la mezzanotte e quarantacinque.»

«Molto interessante», commentò White. Poi il tenente si chinò e da sotto il letto estrasse un miniregistratore, ben attento a non alterarne le impronte digitali.

«Com'è finito lì il mio registratore?» proruppe Dark.

«Evidentemente lei non ha avuto modo di asportarlo dal luogo del delitto, signor Dark», concluse White. «Lei è in arresto per l'omicidio di Annie Silver.»

«Ma sta scherzando? Che cosa c'entra il registratore? E poi, ci sono milioni di telespettatori che mi hanno visto in diretta, proprio mentre l'omicidio aveva luogo.»

«Infatti lei ha commesso il crimine prima di cominciare la trasmissione, quando ancora non c'era nessuno in giro per gli studi e lei poteva dare sfogo ai suoi più brutali istinti. Resosi conto di ciò che aveva fatto, ha deciso di fabbricare una falsa pista: ha registrato su nastro degli opportuni effetti sonori, facili da trovare in uno studio attrezzato per girare una situation-comedy. Più tardi, durante la prima interruzione pubblicitaria, è venuto qui e ha azionato il registratore, che diversi minuti dopo ha prodotto quei rumori che ora lei cerca di usare come alibi. Lei avrà milioni di telespettatori, signor Dark, ma non è che un assassino spietato che ha scelto per uccidere l'arma più ovvia, dato il suo mestiere: il filo di un microfono.»

Spaventato, Dark tentò di fuggire, ma due poliziotti gli sbarrarono tempestivamente la strada.

White si avvicinò all'indiziato, avvertendo improvvisamente un'intensa, fastidiosa sensazione olfattiva. «Che cos'è quest'odore? Dopobarba francese? È disgustoso. Avanti, bastardo: sbrigati a confessare e levati di torno.»

«Un accidente», protestò allora il conduttore, in preda alla disperazione. «Qualcuno ha ucciso la ragazza in questo studio e ha sistemato il registratore al solo scopo di incastrarmi. È chiaro che si tratta di una manovra politica per screditare il candidato che io appoggio. Ed è altrettanto chiaro che lei fa parte del complotto!»

«Ho dei testimoni pronti a giurare che la ragazza ha ottenuto quella parte solo cedendo alle sue... molestie sessuali.»

«Impossibile», smentì Dark.

«Perché?»

«Sono un omosessuale dichiarato.»

«N-non cerchi di cambiare argomento!» disse White, reprimendo l'ennesimo conato di vomito.


***

«Benissimo», sentenziò White, mentre l'uomo veniva condotto via. «Prove schiaccianti. E sicuramente ci saranno le sue impronte digitali sul registratore. Il caso è risolto.»

Con calma, White si accese una sigaretta e imprecò. «Questi noiosissimi negri!»

E si incamminò sotto la pioggia scrosciante.


VARIAZIONE 5


Erano le tre del mattino quando il tenente White della squadra omicidi di New York entrò barcollando nella stanza da letto del più lussuoso hotel di Manhattan. La donna giaceva nuda sopra le lenzuola, lo sguardo fisso nel vuoto.

White cancellò dal viso l'espressione di noia procuratagli dalla visione dell'ennesima giovane donna morta e rivolse il suo sguardo indagatore verso l'apparecchio televisivo ancora acceso. Mentre i soliti due poliziotti entravano nella stanza, il tenente White cercò di coprire la vittima con il lenzuolo e urtò accidentalmente il comodino, facendo cadere a terra la bottiglia di vodka e il barattolo di barbiturici, entrambi vuoti. Si chinò a raccoglierli, scorgendo sul pavimento un foglietto di carta coperto da una grafia nervosa. White lo raccolse, riservando al testo un'occhiata distratta.


Non posso più vivere come desidero. Ma posso morire come desidero. Questa settimana mi è scaduto l'abbonamento della tv via cavo. Mia figlia è fuggita a Detroit con un venditore di macchine usate. E stamattina, dopo che ho saputo di avere perso il mio posto di lavoro, sono tornata a casa e ho sorpreso mio marito a letto col suo capufficio. La mia vita non merita più di continuare. Ma se devo andarmene, almeno lo farò con eleganza.”


«Siete voi», disse White, rivolto ai due poliziotti, «che avete scoperto il cadavere, vero? Ditemi, c'era forse qualcuno che avesse dei motivi per uccidere la signora?»

«Ma non l'ha uccisa nessuno, tenente», ribatté il primo poliziotto.

«Si è suicidata», aggiunse il secondo poliziotto.

«E poi, era da sola nella stanza, con la porta chiusa dall'interno», aggiunse il primo poliziotto.

«Ah», giudicò White «un tipico caso di delitto nella camera chiusa

I due poliziotti ignorarono la frase e proseguirono nell'esposizione dei fatti. «Sembra che i vicini di camera si siano lamentati con la reception per il volume del televisore», disse uno di loro. «Il portiere di notte ha telefonato in camera, ma nessuno ha risposto. Allora ha chiamato noi e ci ha fatti salire.»

«Siamo entrati con un passe-partout che ci ha dato il portiere», aggiunse l'altro, «e l'abbiamo trovata così come la vede. Con il televisore a tutto volume che trasmetteva il concerto di James Brown.»

«Sa, il famoso cantante», si sentì in dovere di spiegare il primo poliziotto. Credo che la replica del concerto sia in onda proprio adesso.» L'agente premette un pulsante del telecomando e sintonizzò il televisore sulla trasmissione.

White represse una serie di conati di vomito. «N-n-negro», bofonchiò tra sé, scrutando sospettoso le immagini sullo schermo: un curioso individuo dalla pelle scura, con indosso uno strano vestito, che ripeteva freneticamente: «Like a sex machine...»

«Ora tutto è chiaro!» proruppe White. «È stato il negro. Sì, sì, è stato proprio lui!»

I due poliziotti si scambiarono un'occhiata perplessa.

«Ma... tenente...»

«Sta scherzando?»

«È tutto chiaro, non capite? Solo quel cantante era in grado di entrare in questa stanza con la porta chiusa dall'interno. Lui è entrato qui attraverso la televisione e ha indotto nella vittima un tale stato di depressione mentale da condurre la donna a compiere l'insano gesto. Non è che un brutale assassino che ha usato per uccidere l'arma più ovvia, dato il suo mestiere di cantante: la sua musica!»

«Tenente White...»

«Tenente, forse nelle ultime settimane ha lavorato troppo...»

Esasperato, il tenente cercò di correre verso il televisore per ammanettare il cantante, ma i due poliziotti gli sbarrarono tempestivamente la strada.

Quando gli si avvicinarono, avvertirono improvvisamente una fastidiosa sensazione olfattiva.

«Cos'è quest'odore, tenente?»

«Tenente, ma il suo alito puzza di bourbon!»

«È disgustoso!»

«Ma non capite?" insistette White, gridando in preda alla disperazione. "La signora Johnson, Maria, Rosie Adams, Annie Silver... Tutte quelle donne... Sono sempre loro, sono i negri. Arrestate quel negro, arrestatelo!»

***

«Benissimo», esclamò White, mentre veniva condotto via. «Piena confessione. E sicuramente ci saranno le sue impronte digitali sull'arma del delitto. Il caso è risolto.»

Con calma, White si accese una sigaretta e brontolò: «Questi sporchi n-n-negri!»

E vomitò addosso ai due infermieri di colore, sotto la pioggia scrosciante.


©Andrea Carlo Cappi

Noi due



Poesia di Fabio Viganò

Siamo come sospesi. Lontani.
I nostri corpi, dimentichi di affanni.
Come d’incanto distanti, abbandonati.
Lontano è là il mondo. Lontano, là.

La realtà è lì, nel tuo ventre.
Sussurri e fremi e gemi. Sudi.
Nell’impazzire urli gli umori.
Gridi. Mi cingi. Il seme è nei visceri.

Non c’è oscurità, né tenebra, né dubbio.
L’amore è un grande guaritore. E’ certo!
Sanerà qualsiasi ferita nel silenzio.
Da sempre lo sai e di me vorrai tutto.


Immagine: Giorgio De Chirico Gli archeologi, fotografia di A. C. Cappi

Vita da pulp - Nato per perdere?

 


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto, di Andrea Carlo Cappi

Alla fine degli anni Ottanta – quelli dei nati per vincere – la mia posizione è di perdente assoluto. Nella Milano in cui si dev’essere belli, ricchi e pseudosocialisti, mi sveglio tutti i giorni come Gregor Samsa. Saranno necessarie tutta la prima metà del decennio successivo e una serie mirabolante di coincidenze per cambiare radicalmente il mio destino.

Flashback, estate 1978: fuori dalla segreteria del liceo che frequenterò da settembre, presto una biro a una signora che sta iscrivendo il figlio, tale Andrea Pasini. Il primo giorno di scuola lo ritrovo nella mia stessa classe e con lui avrà inizio una lunga collaborazione tra narrativa e fumetti, non continuativa ma protratta fino a oggi. Torniamo al 1990: mi telefona Pasini, che di lì a poco comincerà la sua brillante carriera di sceneggiatore, da Martin Mystère a Diabolik. Gli è venuta una strana idea per la struttura di una storia gialla e me la sottopone, quasi come scommessa. Io la svolgo sotto forma di parodia hardboiled e di satira sociale, scegliendo un tema che sarà molto attuale anche trent’anni più tardi: il razzismo nella polizia USA; si parla anche di un candidato nero alla Casa Bianca. Il racconto, intitolato Pentadramma (che trovate a questo link), rimane nel cassetto.

Un anno dopo, 1991, Pasini mi richiama: ha sentito su RadioRAI un programma in stile Alfred Hitchcock presenta, che invita il pubblico a inviare racconti per un concorso; perché non proporre Pentadramma? Ascolto la trasmissione: ogni episodio di RadioDetective è presentato da Oreste Del Buono ed è introdotto da Paolo Lombardi, il doppiatore di Hitchcock; gli interpreti sono attori e doppiatori di primo piano. C’è persino una rubrica settimanale su Il Giallo Mondadori, che per impegni di studio non avevo più avuto tempo di leggere.

In quel periodo, tra un faticoso esame universitario e l’altro, andavo spesso all’ufficio postale a spedire invano dattiloscritti. Avevo anche partecipato senza successo a un concorso per un soggetto cinematografico, con una storia postmoderna imperniata su un detective che arriva alla soluzione di un mistero attraverso una serie di sogni improbabili... poi ho visto Twin Peaks, in cui l’agente Cooper usa lo stesso metodo investigativo, mentre nell'ufficio dello sceriffo c'è un individuo di nome Cappi che ha un ruolo irrilevante nella storia. Sì, il fatto che nella giuria di quel concorso figurasse Isabella Rossellini mi ha sempre un po' insospettito, ma non sarà l'unica volta nella mia vita che invento un personaggio in contemporanea con un altro autore.

Decido in ogni caso che RadioDetective sarà il mio ultimo tentativo e che, se non ottengo risultati, lascerò perdere per sempre l’idea di fare lo scrittore, che tutti in famiglia considerano assurda. E me lo fanno pesare parecchio. È bello avere intorno gente che ti sostiene.

Solo una settimana dopo la spedizione del mio racconto, ricevo una chiamata dalla RAI di Roma: il produttore-regista di RadioDetective, Aldo Zappalà, è entusiasta di Pentadramma, lo vuole adattare per il programma e mi farà inviare regolare contratto come autore (16.000 lire per ogni minuto di trasmissione, al lordo delle ritenute). Non solo: mi chiede di diventare uno degli autori fissi della trasmissione e di mandargli altri racconti. Insomma, ho la prova ormai inconfutabile che la mia idea di fare lo scrittore era tutt’altro che assurda. Sto per diventare esattamente ciò che mi ero prefisso: un autore pulp.

Disseppelisco miei vecchi racconti e li riscrivo, ne scrivo di nuovi, invio tutto a Roma. Ma a questo punto Mamma RAI si rivela essere Norman Bates. Alla straordinaria professionalità dei realizzatori fanno da contraltare burocrazia malsana e giochi di potere di stampo sovietico. Pentadramma viene registrato e annunciato su Il Giallo Mondadori, ma non può andare in onda perché il contratto non mi è ancora arrivato: lo riceverò in ritardo di mesi, solo dopo l’interruzione estiva del programma. Tuttavia, malgrado il successo e il riscontro sulla stampa, RadioDetective non viene rinnovato per la seconda stagione. Pentadramma non sarà mai trasmesso (non l’ho mai ascoltato neppure io), non vedo una lira anche se sulla carta avrei vinto un concorso, alle mie rimostranze ricevo solo un fax inquietante dal direttore di rete e i miei racconti successivi non saranno mai adattati per la radio.

In famiglia la mia seconda sconfitta viene considerata la dimostrazione definitiva che devo proprio lasciar perdere. È bello avere intorno gente che ti sostiene. Ora però so che la mia non è un’idea assurda. Io sono uno scrittore e non ho la minima intenzione di cedere.

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Nella foto: l'aspirante scrittore A. C. Cappi

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.

L'arcobaleno


Poesia di Fabio Viganò


Non ridi più e abbozzi una smorfia.

Sei sull’orlo del baratro della vita.

Ha smesso di piovere. Sospira l’aria.

Hai intrappolato l’arcobaleno tra le dita.


Non ridi e non piangi. Reciti a pena.

L’amore è un vago ricordo. Non svanisce nulla.

Annaspi. Sopravvivi. Sei come stupita.

Inutile il benedire. Inutile maledire. E’ la vita.


Piove. La natura è nuda, bagnata. Osserva!

Dai vetri la pioggia incessante cade rumorosa.

Concilia il sonno. Ti abbandoni. Non ti spaventa.

Sorridi aprendo la mano. L’arcobaleno scivola tra le dita.


Fotografia di A. C. Cappi