Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi
Non sono, lo ammetto, uno "sportivo". Nel senso che non solo non pratico sport, ma raramente piazzo le chiappe sul divano per guardare altri che lo fanno: non ne ho mai avuto neanche il tempo. Ma la sera del 6 febbraio 2026, mentre cenavo con alle spalle il televisore, cui lanciavo qualche occhiata occasionale, ho seguito in diretta dalla tv spagnola la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Tra parentesi, da quanto ho letto in giro, pare che ascoltare la telecronaca in spagnolo fosse meglio che sentire quella in italiano della RAI.
Non ho seguito l'intero programma, ma ne ho visto poi vari frammenti il giorno dopo all'ora di pranzo da RTVEPlay. A quanto ho intravisto, è stato tutto sommato un bello spettacolo, di cui la cosa che ho apprezzato di più è stato l'intervento della sempre stupenda Brenda Lodigiani. Ma un paio di dettagli mi avevano dato fastidio in diretta. Il primo è stato vedere gli smisurati testoni in cartapesta di Rossini, Verdi e Puccini sulle spalle di tre ballerini, un modo di banalizzare la grande musica italiana che mi ha ricordato una certa arroganza ignorante della Milano craxiana e pseudosocialista degli anni Ottanta.
Oltretutto... la lirica italiana, rappresentata storicamente al Teatro alla Scala di Milano, sarebbe tutta lì? E Mascagni? E Leoncavallo? Ah, già, a Milano la parola "Leoncavallo" può destare associazioni di idee vagamente fastidiose: era il nome del celebre centro sociale che dal 1975 occupava lo stabile nella via omonima. Oltretutto è meglio non rispolverare la storia milanese di quegli anni: qualcuno si potrebbe persino ricordare che l'attuale Presidente del Senato, a Milano il 12 aprile 1973, era alla testa della manifestazione (di estrema destra) in cui una bomba a mano lanciata da un neofascista uccise il poliziotto Antonio Marino.
Ma sto divagando e rischio per giunta qualche tentativo di censura su questo blog. Quello che volevo dire riguarda invece i testoni dei tre poveri musicisti, che a un certo punto sono stati obbligati a ballonzolare al ritmo di una canzonetta riguardante Milano-Cortina, sulle note di Vamos a la playa dei Righeira.
Orbene: in Italia la maggior parte della gente non conosce le lingue straniere. In particolare, si ritiene che per dire qualcosa in spagnolo (una lingua parlata "soltanto" da seicento milioni di persone nel mondo) basti aggiungere, ridacchiando, una "s" in coda a una qualsiasi parola italiana. Pertanto non tutti, dal 1983 a oggi, si sono accorti di quale argomento trattasse la canzone Vamos a la playa, credendo che parlasse di sole, mare e abbronzatura.
Non so se gli autori di Vamos a la playa ne fossero pienamente consapevoli (presumo di sì) ma stavano citando il romanzo L'ultima spiaggia (On the Beach, 1957) di uno scrittore britannico emigrato in Australia, Nevil Shute, che dagli antipodi racconta gli ultimi giorni dell'umanità, in attesa di morire dopo il fallout radioattivo causato dalle esplosioni nucleari della Terza guerra mondiale. Il titolo viene dalla poesia di T. S. Eliot Gli uomini vuoti : "... riuniti sulla spiaggia del tumido fiume. È così che il mondo finisce... Non con un rombo, ma con un gemito." Dal romanzo L'ultima spiaggia fu tratto l'omonimo film del 1959 diretto da Stanley Kramer con Gregory Peck, Ava Gardner, Anthony Perkins e Fred Astaire, seguito da un apprezzabile remake del 2000 di Russel Mulcahy con Armand Assante e Rachel Ward.
Il testo di Vamos a la playa, uscito lo stesso anno dell'agghiacciante film The Day After di Nicholas Meyer sull'apocalisse nucleare, parla dell'esplosione della bomba, di vento radioattivo, dell'estinzione dei pesci nel mare. È una canzone tragica travestita da "tormentone estivo", termine che forse fu coniato proprio per questo brano.
Non so se chi ha adattato la canzone per la cerimonia inaugurale delle XXV Olimpiadi invernali ne fosse pienamente consapevole (presumo di no), ma questo brano, nel 2026, non è di buon auspicio. Non quando a Milano arriva lo staff di un governo che sta soffocando la democrazia nel Paese che dovrebbe esserne il simbolo, scortato dalle squadre della morte che si sono appena distinte a Minneapolis. Non quando alla Casa Bianca c'è un pedofilo narcisista e psicotico che non rinnova il trattato START sul controllo delle armi nucleari, giustificando quindi il suo padrone russo se fa lo stesso. (A proposito: mando un saluto ai bots che da San Pietroburgo seguono fedelmente questo blog.)
Mentre la cerimonia inaugurale invoca la pace nel mondo, il vento radioattivo minaccia nuovamente di spirare. Il lato positivo è che, il day after, avremo problemi più grossi della carenza di democrazia o delle teste di cartapesta dei musicisti.
(Immagine: fotografia di A. C. Cappi)
Continua...
Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito su Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre settanta titoli tra romanzi, raccolte e saggi. Editor, traduttore, consulente editoriale, sceneggiatore di fumetti e fiction radiofonica, fotografo, illustratore, copywriter e videomaker, dal 1994 scrive la saga thriller Kverse, che riunisce diverse serie tra spy story e noir: Medina, Nightshade, Sickrose, Black e Dark Duet. Come autore di narrativa tie-in ha lavorato su Martin Mystère (vincendo nel 2018 il Premio Italia per il miglior romanzo fantasy), Diabolik e Profondo rosso. Ha dato vita inoltre alle serie Cacciatore di libri, Stanislawsky e Danse macabre. Membro di IAMTW, World SF Italia e Associazione Andrea G. Pinketts, presiede la giuria del Premio Torre Crawford, di cui cura le antologie annuali; è membro delle giurie del Premio Di Marino-Segretissimo e del Premio Michele Serio; è direttore editoriale di M-Rivista del Mistero presenta (Ardita Edizioni) e della collana di spionaggio Spy Game-Storie della Guerra Fredda in ebook (Delos Digital).

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