jueves, 19 de febrero de 2026

Vita da pulp - Identità di "genere"

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi

Tra i miei territori di scrittura c'è anche il tie-in, ossia, come spiegai in un mio vecchio articolo, la narrativa - originale o adattata - che si basa su storie, serie, universi o personaggi provenienti da altri media (cinema, tv. fumetti, videogiochi...). Nel 2025, dopo Martin Mystère e Diabolik, ho aggiunto un nuovo "marchio" a quelli di cui mi sono occupato in tale veste: Profondo rosso, partecipando a un'opera collettiva legata al mitico film di Dario Argento. Sarà bene precisare che non si tratta di "fan fiction" scritta da dilettanti non qualificati; e ricordate che non si può pubblicare una storia con personaggi altrui senza avere una precisa autorizzazione dei titolari del copyright corrispondente. Ma qui stiamo parlando di opere ufficiali di seri professionisti, i quali devono conciliare la propria creatività - necessaria per proporre qualcosa di nuovo e interessante - con il rispetto del franchise e del pubblico che lo segue.
Sono iscritto all'IAMTW, associazione che raccoglie autori e autrici del settore tie-in, e al forum relativo. Non leggo tutti i messaggi che vengono scambiati, spesso relativi a realtà lavorative lontane dalla nostra: credo del resto di essere l'unico a farne parte in Italia e uno dei pochi non di lingua inglese. Ma tempo fa lessi con interesse un articolo nel blog A Life in Pages di Jeffery J. Mariotte, autore statunitense pluripremiato, che oltre a scrivere storie proprie ha lavorato nella narrativa basata su serie famose di ogni genere, da Star Trek a CSI passando per Supernatural. Nel suo pezzo tratta una problematica che abbiamo in comune.
La parola chiave è, appunto, "genere" (inteso come genre, non come gender, state tranquilli). Sappiamo che chi scrive oneste opere "di genere" - quindi thriller, speculative fiction, western, romance e via discorrendo - è considerato/a letterariamente inferiore a chi scrive testi mainstream anche mediocri; nondimeno, se ha successo nel proprio campo, dovrebbe riuscire quantomeno a conquistare una certa fama e guadagnare qualche soldo. Anche noi dobbiamo pagarci cibo e bollette, sapete? Ma la conditio sine qua non sembra essere "rientrare sotto un'etichetta" che possa essere riconosciuta non solo a valle dal pubblico, ma anche a monte dalle case editrici, spesso attente a seguire le mode del momento, per non sforzare i neuroni dello staff. 

L'illustre collega americano fa l'esempio di Michael Connelly, notissimo autore di romanzi polizieschi, in particolare della serie su Harry Bosch: chi compra un suo libro sa già cosa troverà ed è per questo che lo cerca. Ma, se un nome non è legato a un unico genere narrativo o, meglio ancora, a una o più serie precise, ha difficoltà a garantirsi la fidelizzazione del pubblico. Specie se collabora anche a serie altrui: chi legge fantascienza non necessariamente legge gialli; chi segue Star Trek non è detto che segua anche CSI. Tra i messaggi di commento sul forum ne ho trovato uno del mio amico Raymond Benson, che osserva come il pubblico dei suoi romanzi di James Bond (di successo a livello mondiale, cui di recente se n'è aggiunto uno dedicato a Felix Leiter, celebre "spalla" di 007), di rado coincida con quello dei suoi raffinatissimi noir o quello delle sue storie basate su videogiochi famosi.
Eppure non è obbligatorio scrivere con un'unica e ricorrente "identità di genere". Se Edgar Allan Poe è associato alle storie gotiche, nondimeno è anche il padre del giallo investigativo; sir Arthur Conan Doyle, universalmente noto come creatore di Sherlock Holmes, firmò anche romanzi avventurosi e fantastici; Francis Marion Crawford entrava e usciva con noncuranza dal mainstream; Jules Verne, nei suoi Viaggi straordinari, sconfinò nel fantastico; Emilio Salgari, autore di romanzi d'avventura di ambientazione "recente" (il ciclo di Sandokan si svolge circa mezzo secolo prima della pubblicazione dei romanzi), ne scrisse anche di storici e western, oltre al visionario Le meraviglie del Duemila. Persino nella bibliografia di Giorgio Scerbanenco - autore, va ricordato, anche di spy story - si trovano almeno due romanzi di fantascienza. Chi scrive non può e non deve frenare la propria fantasia, se ha l'ispirazione per qualcosa che esce dal suo territorio abituale.
Certo, le etichette sono sempre state utili in libreria. E anche in edicola: il pubblico che da quasi un secolo legge Il Giallo Mondadori esige storie mystery o thriller prive di elementi fantastici, in cui nell'ultima pagina non si può raccontare che l'assassino è un vampiro o un lupo mannaro; così come quello di Segretissimo vuole leggersi un romanzo di spionaggio senza intrusioni di alieni o zombie. Ricordo per esempio un romanzo di George O'Toole intitolato Un agente dall'aldilà, che fondamentalmente era una spy story ma, per una sua componente di ghost story, vide la luce nella collana di fantascienza Urania. In questo caso però si parla di "identità di collana": anche grandi nomi de Il Giallo Mondadori come Agatha Christie o Rex Stout uscirono occasionalmente su Segretissimo con storie spionistiche; e di Isaac Asimov, colonna della fantascienza, furono pubblicati due romanzi mystery ne Il Giallo Mondadori.

Ma il vero problema è un altro: le etichette servono per gli autori e le autrici di cui non si parla. Prendiamo invece J. K. Rowlings, divenuta famosissima per la saga di Harry Potter, che a un certo punto decise di darsi al giallo sotto lo pseudonimo (per giunta maschile) "Robert Galbraith": già il primo romanzo poté godere di un lancio e di una distribuzione che gli garantirono lo status di bestseller, ben prima che si rivelasse chi l'avesse scritto; laddove, se Galbraith fosse stato davvero un nuovo arrivato qualsiasi, avrebbe fatto molta più fatica a imporsi sul mercato. Del resto uno scrittore statunitense era rimasto per anni un autore semisconosciuto, finché non divenne oggetto della più grande campagna criptomediatica mai realizzata per promuovere un (modesto) libro, ampiamente scopiazzato da altri preesistenti, per farlo diventare una specie di nuova Bibbia; ciò rese retroattivamente bestseller anche i suoi titoli precedenti, che avevano venduto solo poche migliaia di copie sull'intero mercato globale di lingua inglese (con centinaia di milioni di lettori potenziali) e nel resto del mondo furono acquistati solo dopo il primo successo fabbricato a tavolino; perché, se si convince il pubblico che un autore è un maestro del thriller, poi i suoi libri saranno accolti come la manna dal cielo.
Nel mercato italiano, in particolare sul poliziesco e sul mystery, si aggiungono altri due problemi: negli anni Novanta venne finalmente  accettata l'esistenza del giallo italiano, ma in seguito solo certe firme pubblicate da particolari editori furono ammesse alla nobile categoria del "noir" e autorizzate a diventare "famose". Ne sono esclusi i thriller schedati come storie di spionaggio: con le lodevoli eccezioni del Festival del Giallo di Napoli, che ha dedicato alla spy story incontri condotti dalla sempre bravissima Denise Jane, e del MystFest, che ospita la consegna dei premi di Segretissimo, questo genere non è oggi considerato né "giallo" né "noir", pur appartenendo a entrambi i filoni. Per quanto sia il tipo di narrativa che di questi tempi andrebbe letta più che mai, è visto come un'etichetta "sbagliata" da editori e pubblico. Al di fuori, appunto, dei concorsi letterari specifici per inediti di Segretissimo (il Premio Alan D. Altieri per i romanzi, il Premio Stefano Di Marino per i racconti) la spy story non può neppure aspirare a riconoscimenti per la narrativa thriller. Come per i cani al supermercato, c'è un cartello che dice "Noi non possiamo entrare"; in teoria dovremmo solo uggiolare con il guinzaglio legato alla sbarra dei carrelli. Forse è ora di rivendicare l'orgoglio spy.
Non mi stanco di ripetere che il più grande autore di tutti i generi della narrativa popolare in Italia, Stefano Di Marino, essendosi dedicato soprattutto alla spy story (di cui è un maestro riconosciuto, ma solo dagli addetti ai lavori e dagli appassionati), per tutta la sua trentennale carriera è stato pressoché ignorato dai media, fino al giorno in cui, stanco di vedere negati i propri successi, si è tolto la vita:  Quindi capisco bene il collega americano che si lamenta perché a quelli come lui non sono concesse né la fama, né le opzioni cinematografiche e televisive, né la relativa stabilità finanziaria che ne consegue. Ma il motivo non è solo la colpa primigenia di passare da un genere all'altro: è che in tutto il mondo, nel campo dell'editoria come altrove, di rado è in base ai meriti che si decide chi saranno i "primi della classe".

Continua...

(illustrazione realizzata mediante AI)


Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito su Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato oltre settanta titoli tra romanzi, raccolte e saggi. Editor, traduttore, consulente editoriale, sceneggiatore di fumetti e fiction radiofonica, fotografo, illustratore, copywriter e videomaker, dal 1994 scrive la saga thriller Kverse, che riunisce diverse serie tra spy story e noir: MedinaNightshadeSickroseBlack e Dark Duet. Come autore di narrativa tie-in ha lavorato su Martin Mystère (vincendo nel 2018 il Premio Italia per il miglior romanzo fantasy), Diabolik e Profondo rosso. Ha dato vita inoltre alle serie Cacciatore di libriStanislawsky Danse macabre. Membro di IAMTW, World SF Italia e Associazione Andrea G. Pinketts, presiede la giuria del Premio Torre Crawford, di cui cura le antologie annuali; è membro delle giurie del Premio Di Marino-Segretissimo e del Premio Michele Serio; è direttore editoriale di M-Rivista del Mistero presenta (Ardita Edizioni) e della collana di spionaggio Spy Game-Storie della Guerra Fredda in ebook (Delos Digital).

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