lunes, 27 de agosto de 2018

Un pizzico di follia: vivere con un disturbo psichiatrico - 4

Trattamento della follia in un dipinto di Hyeronimous Borsch, XV sec.

Vademecum per la cura della persona
di Fabio Viganò

4-PSICOSI 

Parlando con un soggetto affetto da psicosi, nel formulargli domande mirate o che “mettano in difficoltà l’individuo”, questi è portato a fornire e dare spiegazioni di tipo delirante, quali il controllo telepatico, oppure l’installazione di microchip endocerebrali o endocranici o, addirittura, come detto precedentemente, di aver subito e subire continuamente il “furto dei propri pensieri”. 
È solo tramite l’esame della realtà che possiamo renderci conto dello stadio di gravità della patologia psicotica. Ma in cosa consiste l’esame obiettivo della realtà? Consiste nella capacità di discriminare il sé dal non-sé e l’intrapsichico dalle origini esterne delle percezioni e degli stimoli. In definitiva, si può definire come la capacità di valutare realisticamente ciò che accade intorno, ma anche gli stati d’animo, i comportamenti e i pensieri di un’altra persona secondo le norme sociali ordinarie. 
I cosiddetti “cardini sociali”, nel caso della psicosi, o sono poco saldi, quindi labili, oppure perturbati. Ne consegue che persino l’esame obiettivo della realtà risulti alterato, perché la capacità critica o di giudizio sono compromesse. 

Vediamo però cosa si intenda per “capacità di giudizio o di critica”. Altro non sarebbe se non l’essere in grado di riconoscere una corretta relazione fra le idee e pertanto di trarre conclusioni appropriate dall’esperienza. In caso di psicosi, tale funzione risulta essere alquanto precaria. 
L’affettività, cioè il tono soggettivo dei sentimenti che accompagnano un’idea è alterata negli psicotici. Può essere coartata, cioè limitata, sino all’anaffettività. In poche parole, il soggetto non è in grado di far trasparire emozione alcuna, almeno in apparenza , come nel caso della schizofrenia. Questi presenta, o può giungere a presentare talvolta una facies amimica. 
Di contro, l’affettività potrebbe essere sempre inadeguata, ma verso l’eccesso, come nel caso della fase maniacale del bipolarismo, non a caso definita come psicosi affettiva. Ma nello stesso momento il soggetto potrà manifestare, si noti bene, sentimenti che potranno diventare eventi, quindi atti, di tipo opposto. Sono gesti, in senso lato, paragonabili a una fenomenologia di “odio e amore” di catulliana memoria. 
Si tratta dell’ambivalenza, commistione di amore e morte, in grado di generare conflittualità nell’individuo ma soprattutto, a volte , contro il terapeuta. 
Una simile espressione di stato d’animo potrebbe essere imputabile – e sottolineo il potrebbe – a una sorta di richiesta d’aiuto continua, di difesa, instaurando il maternage dell’ambivalenza manipolatoria (mettere i componenti di una equipe terapeutica uno contro l’altro, al fine di ottenere vantaggi tramite la pratica della manipolazione). 
Soprattutto, questo sentimento di ambivalenza può manifestarsi nei confronti di oggetti, sino ad arrivare a manifestazioni di pantoclastia. La pantoclastia consiste nella distruzione dell’oggetto stesso o di più oggetti. È la distruzione dell’oggetto che interpreta il “detestato/a…” o viatico per lo sfogo istintuale pulsionale di tipo compulsivo. 

Nello psicotico sono presenti sia la depersonalizzazione che la derealizzazione. Nel caso della depersonalizzazione il soggetto vive un vero e proprio stato di disagio confusionale. 
Proviamo a immedesimarci nel suo stato d’animo, non nel delirio! Immaginiamo di sentirci, dall’oggi al domani, come se ci fossimo… persi. Noi non esistiamo più, o meglio… viviamo, ma non siamo noi a condurre la nostra esistenza. Abbiamo in realtà scoperto, tutto d’ un tratto , che altri “muovono i fili della nostra vita”. Il soggetto psicotico ha perso la propria identità, o crede di averla perduta. 
Come potrebbe sentirsi se non “diverso” o quantomeno strano? 
Ma non è solo “strano”. Si sente estraneo a questo mondo che non ritiene essere il suo. Vive nell’irreale, in un altro spazio, in un altro luogo, pur vivendo insieme a noi. È ormai derealizzato, sperduto e confuso come “Pollicino nel bosco”. Ma non ha punti di riferimento, né molliche di pane né sassi per ritrovare la strada che lo riconduca a casa. 
Tremendo. Vive di depersonalizzazione e derealizzazione, punti fondamentali e sempre presenti nei disturbi dissociativi nonché negli stati d’ansia. Vive in un disagio enorme. 

Riagganciandoci alla strutturazione della personalità, al fatto che una persona possa avere una personalità psicotica ma vivere serenamente, affrontiamo quindi ora la sindrome psicotica acuta o transitoria. 
In cosa consiste questo tipo di manifestazione acuta? Partendo dal presupposto che una persona possa “scompensare”, manifestando un evento psicotico, direi che il termine “transitorio” risulti essere alquanto esplicativo. La psicosi acuta o transitoria è infatti caratterizzata dal passaggio da uno stato di salute, senza alcuna manifestazione psicotica, a uno stato di psicosi eclatante nel giro di un paio di settimane. 
La temporalità è importante, a detta degli studiosi. Infatti si è visto sussistere un rapporto tra tempo di esordio e prognosi. Più veloce è l’esordio e migliore sembra essere la prognosi. Di norma, la patologia regredisce nell’arco temporale di alcuni mesi o addirittura di giorni. Vi è da sottolineare, però, che in alcuni casi si possono manifestare condizioni persistenti e a volte invalidanti. 

Le sindromi psicotiche acute o transitorie possono essere di tre tipi: 
-Sindrome psicotica acuta polimorfa senza sintomi schizofrenici 
-Sindrome psicotica acuta polimorfa con sintomi schizofrenici 
-Sindrome psicotica acuta schizofrenosimile 
Nella sindrome psicotica acuta polimorfa senza sintomi schizofrenici, l’esordio insorge nell’arco di 48/72 ore. Si manifestano allucinazioni, delirio con disturbi della percezione, variabili, da soggetto a soggetto e di giorno in giorno. 
Nella sindrome psicotica acuta polimorfa con sintomi schizofrenici sono presenti i sintomi schizofrenici . Tuttavia questi dovrebbero scomparire nel giro di un mese . 
La sindrome psicotica acuta polimorfa schizofrenosimile è caratterizzata dal fatto che i sintomi psicotici si manifestano in modo relativamente stabile e soddisfano i criteri per la schizofrenia. Da quando sono insorti, devono aver avuto una durata inferiore ai trenta giorni circa. 

La psicosi può essere organica o esogena. 
La psicosi organica può essere indotta da: 
- demenze 
- malattie metaboliche 
- malattie neurodegenerative 
- tumori 
- traumi. 
La psicosi esogena è determinata da abusi di sostanze.

Si è detto precedentemente del disturbo bipolare come rientrante tra le psicosi. Ma anche la depressione unipolare endogena o disturbo depressivo maggiore è da annoverarsi tra le fenomenologie psicotiche. 
La caratteristica molto importante è che tale patologia può incidere sulla vita di un individuo in modo significativo. La patologia ha una “familiarità” e di solito l’insorgenza non risulterebbe essere legata a un fattore scatenante. 
Il soggetto si presenta caratterizzato da tristezza o irritabilità. Il ritmo sonno/veglia risulta essere alterato. Alterati risultano essere anche l’appetito e il movimento. Il soggetto appare “rallentato”, con addirittura difficoltà di pensiero, di eloquio, di concentrazione e difficoltà mnestica. Può essere rallentato nel movimento, ma può anche manifestare agitazione psicomotoria. 
Essendo assente il “piacere di vivere”, sussiste quindi un elevato rischio suicidario. Il soggetto si sente svuotato e inutile. Non è in grado di dare un senso alla propria esistenza. Soprattutto, non vede via di uscita e si sente come “intrappolato in una gabbia di sofferenza”. L’idea ricorrente di morte può indurre il soggetto all’atto suicidario perché descritto “come unica possibilità per porre fine alla sofferenza”. 
Vogliamo soffermarci sul suicidio per chiarire un punto che sarà importante nell’operare dei terapeuti. Non è assolutamente vero che chi esprima il desiderio di togliersi la vita non lo farà mai! Il suicidio non è una malattia, bensì la conseguenza di patologie quali la depressione. Quindi, trattandosi di un fatto depressivo, sarebbe opportuno e importante non sottovalutare questa eventualità, che il paziente ne parli o meno. 
Il dolore è enorme e l’agito viene considerato come fatto liberatorio. Il soggetto suicidario vede solo ed esclusivamente il proprio soffrire insostenibile e non considera le conseguenze psichiche che l’atto del togliersi la vita coinvolgerà i propri cari e i propri amici. D’altro canto la sua vita è pregna di sofferenza e di deliri, oserei dire…inevitabili (si è visto precedentemente come il delirio sia un meccanismo di difesa). A volte sono persino presenti le allucinazioni. 
La prognosi risulterebbe essere , tutto sommato, buona. Nel 50% dei casi si avrebbe la guarigione totale; nel 30% si avrebbe una guarigione parziale , mentre nel 20% si instaurerebbe un decorso cronico. Colui o colei che giunga a porre fine alla propria vita è “lucidamente delirante”, in quanto crede fermamente di optare per la cosa giusta. Non sono contemplate le preoccupazioni per i propri cari in quanto, come si è detto, il soggetto in questione vive un disagio enorme e non vede l’ora di “smettere di soffrire”. Manca la motivazione a vivere. Esiste solo l’idea della Morte come atto liberatorio.

Continua...


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