jueves, 25 de noviembre de 2021

Genitori e prole


Riflessioni di Andrea Carlo Cappi

Ricevo da un amico, coinvolto in prima persona sull'argomento, la segnalazione del convegno di cui riporto qui sopra il programma, previsto a partire dalle 9.30 di sabato 27 ottobre all'auditorium dell'Umanitaria di Milano (v. S. Barnaba 48). Il tema principale è la situazione dei minori all'interno del rapporto tra genitori separati.
Non sono un genitore. Come ho scritto altrove, credo nelle riproducibilità dell'opera d'arte, ma non mi ritengo tale, quindi non mi riproduco.
Ma ho anch'io, in un certo senso, una prole: quello che scrivo. Non è certo la stessa cosa, ma so che, quando metto al mondo un testo, voglio che sia trattato bene, non che cada nelle mani di un editore incompetente o truffaldino, come talvolta è capitato. Non voglio che qualcuno abusi della temporanea proprietà che può esercitare su ciò che ho dato alla luce. Non voglio che me lo portino via per farne il proprio giocattolo.
Nel caso dei genitori, ci sono di mezzo la vita, il futuro e l'equilibrio di esseri umani: figlie e figli, per cominciare, ma anche madri e padri. Che dovrebbero avere tutti pari diritti, da rispettare e tutelare senza distinzioni o discriminazioni, senza che sia dato spazio a prepotenze e sopraffazioni per mettere le altre persone coinvolte di fronte a un fatto compiuto e a volte irrimediabile.
So solo cosa provo io quando un editore - mi è successo, una decina di anni fa - mi commissiona libri che io scrivo con cura, dedizione e partecipazione (altrimenti non avrei accettato di scriverli) per poi vedere loro e me ingiustamente sfruttati e maltrattati. E questo solo perché le spese legali per far valere i miei diritti come "genitore" possono essere insostenibili e, addirittura, insufficienti a ottenere il risultato.
Da quella e altre esperienze so che la sopraffazione spesso ha la meglio.
Ma ciò diventa inaccettabile, quando ci sono di mezzo esseri umani.

viernes, 5 de noviembre de 2021

Vita da pulp - Seicento casse

 


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

"Il problema dell'intellettuale in fuga", diceva un personaggio del film Mon oncle d'Amérique, è decidere quali libri portare in salvo dalla propria biblioteca: "Balzac o Stendahl? Lenin o Trotzkij? Il novantacinque per cento finisce per non muoversi di casa perché non ha saputo scegliere."
Perché avere tanti libri, fino ad arrivare all'impossibilità di leggerli tutti?
Perché chi scrive, per cominciare, deve avere letto molto. E deve continuare a leggere. Se tratta argomenti storici o di attualità, deve anche documentarsi sui retroscena relativi, il che comporta non solo consultare Internet - stando bene attenti all'attendibilità delle fonti e cercando di trovarne più di una sullo stesso argomento - ma anche e soprattutto testi cartacei attendibili.
Ma chi si specializza nella narrativa popolare ha il dovere di tenere viva la propria mente, stimolandola con libri, fumetti, film e serie tv, confrontando le proprie idee con quelle di altri autori. Non bisogna trascurare nulla, neanche ciò che un intellettuale può considerare un sottoprodotto. Come diceva Robert Redford ne I tre giorni del Condor a proposito dei fumetti, "ho imparato lì molto più che nei libri".
E non ci si deve occupare solo delle ultime novità di cui parlano tutti. Bisogna tenere conto di un immenso patrimonio vintage che il pubblico attuale ignora o non ricorda o non ha più occasione di scoprire. (Per fare un esempio, ho appreso moltissimo su come strutturare una trama thriller dai telefilm di Mission: Impossible degli anni Sessanta-Settanta.)
Molto spesso ciò che il pubblico ritiene una grande novità non è che una rielaborazione, una sovrapposizione, un aggiornamento o - in molti casi - un'imitazione di testi preesistenti. Solo che il pubblico ha sempre meno memoria storica o, semplicemente, maggiori difficoltà a scoprire o accedere a quanto pubblicato in passato. Di recente ho menzionato Donald E. Westlake alias Richard Stark a un lettore attento e competente, che tuttavia non lo conosceva... per quanto sia stato un autore di riferimento per scrittori come Jeffery Deaver o Stephen King.

Tutto ciò comporta un effetto collaterale: avere la casa piena di libri, fumetti, dvd e persino videocassette. Una quantità che nel mio caso posso definire con precisione: seicento scatoloni di materiale accumulato dalla mia famiglia nell'arco di tre generazioni... e il mio contributo alla sua espansione è stato pari, se non superiore, a quello delle due generazioni precedenti, oltre a quello che ho scritto io stesso.
Seicento: questo è il numero di scatoloni necessari per imballare tutto quanto (lavoro che mi ha richiesto alcuni mesi tra il 2017 e il 2018) perché fosse caricato su tre camion dei traslochi. Il personale disse che avevo superato il record stabilito dal Signor No dei quiz di Mike Bongiorno, che non credo arrivasse a trecento. Il peso dei libri era tale da far strisciare gli autocarri sull'asfalto.
Per fortuna i traslocatori hanno preparato solo l'ultimo centinaio di casse: in seguito ho scoperto che uno dei requisiti fondamentali per fare quel lavoro è odiare i libri: da come certi volumi sono stati ficcati negli scatoloni - contorti e ripiegati - alcuni non torneranno mai più alla forma originale. Forse un libro ha morso i traslocatori da bambini, lasciando in loro un trauma indelebile.
Secondo effetto collaterale: una volta trasferiti gli scatoloni nella nuova casa, diventava quasi impossibile muovercisi. I pochi mobili erano sepolti dalla casse e per ritrovarne alcuni è stata necessaria un'operazione di tipo speleologico. E, dato che dovevo anche continuare a lavorare, mi sono dedicato agli scavi solo in qualche intervallo tra un romanzo e una traduzione. A quattro anni dall'inizio delle procedure, non ho ancora finito di disseppellire volumi. Quando è necessario consultarne uno che non è ancora emerso, parto per una lunga ricerca, sperando di localizzare lo scatolone giusto.
Terzo effetto collaterale: il vecchio palazzo in cui vivevo si trovava tra gli scavi della metropolitana e il cantiere di un nuovo edificio, e sui libri si accumulava uno strato di polvere ancora superiore alla media milanese e ormai resistente a qualsiasi Folletto. Lo scorso weekend mi sono preso a forza un po' di tempo libero per aprire casse ancora sigillate del 2017. Posso dirvi che la polvere sollevatasi quattro anni fa dalle viscere della città si è conservata perfettamente, liberandosi nell'aria e provocandomi un immediato raffreddore allergico. O forse scatenando un virus considerato estinto nel primo secolo d.C. e riemerso dal ventre oscuro di Milano, per il quale non ho più gli anticorpi necessari.
In sostanza, preservare la cultura comporta sacrifici. L'italiano/a medio/a che non legge e si limita a guardare le partite o le serie tv sui canali a pagamento non corre certo questi rischi. E non ha nemmeno problemi di spazio. Giusto qualche giorno fa, a Roma, concordavo con un paio di lettrici di Stephen King sull'utilità di piazzare le librerie in mezzo a una stanza, in modo da renderle accessibili da entrambi i lati, raddoppiandone la capienza.
Nondimeno, avere a portata di mano un'infinità di stimoli intellettivi è fondamentale per l'essere umano ed essenziale per un narratore. Ancorché pulp.

Continua...



Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.

(Immagine: foto di A. C. Cappi)

miércoles, 22 de septiembre de 2021

Vita da pulp - Non si può piacere a tutti

A. C. Cappi in una foto di GialloLatino

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Come sa qualcuno dei miei lettori, sono anche un autore di tie-in, per la precisione di romanzi con protagonisti famosi personaggi del fumetto italiano: Martin Mystère, il detective dell'impossibile creato da Alfredo Castelli, e la coppia Diabolik & Eva Kant delle sorelle Giussani. In questo periodo, in appendice agli albi a fumetti mensili in edicola di Martin Mystère, esce un mio insolito romanzo a episodi: insolito perché non è esattamente "un romanzo a puntate", ma una storia in cui ogni episodio è (quasi) un racconto autonomo, benché collegato a una continuity che si concluderà in occasione del quarantennale del personaggio, nell'aprile 2022.
Qualche giorno fa, sulla pagina Facebook di Sergio Bonelli Editore, mi ha fatto piacere leggere tra i commenti dei lettori che uno di loro aveva ricominciato a comprare gli albi di Martin Mystère proprio perché c'era la mia storia in appendice. Ma ho trovato anche il commento di un altro lettore che chiedeva di togliere dagli albi "l'inutile raccontino di Cappi" e metterci dieci pagine in più di fumetti. Verrebbe istintivo spiegare che, se non ci fosse il "raccontino", semplicemente l'albo sarebbe più corto di dieci pagine. E pure di suggerire di leggere cos'ho scritto senza pregiudizi perché, se si sfoglia qualcosa con fastidio premeditato, difficilmente si può cogliere il lavoro dell'autore per scrivere una "storia a puntate" che possa essere letta agevolmente una decina di pagine alla volta, con un mese di distanza l'una dall'altra, senza far perdere né il filo della vicenda né l'interesse.
Ma la verità è semplice.
Non si può piacere a tutti.
Non si può piacere, in particolare, a chi legge qualcosa avendo deciso a priori quale sarà la sua opinione. Come certi critici cinematografici che stroncano un film senza averlo neanche visto, con frasi prefabbricate del tipo "la trama è solo un pretesto per gli effetti speciali" oppure "ormai la serie mostra la corda". C'è stato un periodo in cui, per scegliere i film thriller o d'azione da vedere, mi basavo sistematicamente su quelli che una nota rivista di cinema bollava con una faccina triste (all'epoca non si chiamava ancora "emoticon"). Raramente restavo deluso. Mentre a volte lo ero da qualche thriller esaltato dalla critica come qualcosa di diverso dal solito: non vedendo mai pellicole del genere, quando il recensore di turno ne trovava una fatta passare per un'opera d'autore, scambiava per originalità qualcosa che per il cultore era solo aria fritta.
Amo citare il caso di una colta giornalista e scrittrice che qualche anno fa lesse e recensì un mio romanzo uscito da Mondadori in Segretissimo. che trattava temi vicini ai suoi interessi. Era la prima volta che leggeva un romanzo di quella collana - su cui gravano pesanti pregiudizi che ne sconsigliano la lettura agli intellettuali in generale e alle donne in particolare - e scoprì con sorpresa che quella pubblicazione non era il sottoprodotto ignobile di cui si parlava in giro e che il romanzo era un thriller che, usando la formula accessibile della narrativa popolare, toccava tematiche molto importanti. A volte leggere o vedere qualcosa prima di giudicarlo apre orizzonti sconfinati.
Ma non si può piacere a tutti.
Per limitarsi alla letteratura, ci sono cose che non piacciono neanche a me. Per esempio, i romanzi che pensano di "nobilitare" la narrativa di genere utilizzando una lingua inutilmente complessa; non sofisticata, si badi bene, bensì un'accozzaglia di frasi contorte e parole desuete non coerenti con il registro linguistico, il cui unico scopo è far vedere quanto si sia colti ed essere dunque riconosciuti come Grandi Autori. Di solito, quando chi scrive opere di questo genere si manifesta in un festival del giallo, si presenta subito come "autore noir" (il giallo, notoriamente, non può aspirare alla "vera letteratura") e tiene a precisare che il suo "non è davvero un noir" e che la trama "è un pretesto per affrontare problematiche molto più profonde", così da distinguersi dalla plebaglia come me.
Non ho nulla contro una lingua corretta e una prosa elegante, anzi ho una morbosa predilezione per l'uso opportuno dei congiuntivi e un rispetto assoluto per il trapassato (strumento fondamentale ma trascurato per raccontare un evento passato all'interno di una narrazione già al passato). Non sono prevenuto - come si vede dal mio articolo su Lo spettacolo delle desuete - contro le parole perdute od obsolete della lingua italiana, a patto che siano usate nel giusto contesto: tanto per fare un esempio, in un romanzo storico due amici si possono incontrare in una taverna, un'osteria o una locanda, non "al bar", e persino abbandonarsi alla crapula, vocabolo che può essere utilizzato anche in un contesto moderno, a patto che sia impiegato in modo ironico o sia consono al modo di esprimersi di un certo personaggio.
Insomma, come vedete, anch'io non sono immune dai pregiudizi. Più volte mi sono reso colpevole di avere impedito agli editori per cui lavoravo come consulente o direttore editoriale di prendere in considerazione testi che trovavo insostenibili fin dalla prima pagina. Un giorno, in una montagna di dattiloscritti, me n'è capitato uno talmente inaccettabile che l'ho gettato sul pavimento e mi sono messo a saltarci sopra insultandone (in assenza) l'autore, che pensava di avere scritto un capolavoro immortale.
L'unica differenza è che, se trovo qualcosa che non mi piace, in genere non ne parlo, pensando che possa piacere invece ad altri. Non vado su Amazon a scrivere critiche negative o ad abbassare apposta la media dei voti di un libro o di un ebook, come invece pare si usi adesso. Stefano Di Marino mi raccontava che un anonimo "lettore" (si presume sempre lo stesso) assegnava in modo sistematico un solo punto ai suoi romanzi, tanto da far pensare che seguisse puntuale le uscite solo per bocciarle. Se un autore o un genere non ti piacciono, si suppone che tu smetta di leggerli, no? Verrebbe quasi da credere che certi autori vengano boicottati con la precisa intenzione di farli sparire. In un mondo in cui escono migliaia e migliaia di libri, è fin troppo facile diventare invisibili.
Ma cosa vado a pensare?
La verità è solo che non si può piacere a tutti.

Continua...



Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker.

jueves, 16 de septiembre de 2021

Lo spettacolo delle desuete

 

Giada Trebeschi e Giorgio Rizzo in scena

Cronaca dal Premio Torre Crawford, di Andrea Carlo Cappi

Venerdì 10 settembre 2021, nell’ambito del Festival Premio Torre Crawford a San Nicola Arcella (Cosenza), ho assistito finalmente a Lo spettacolo delle desuete di e con Giada Trebeschi e Giorgio Rizzo, di cui sentivo parlare da parecchio: non solo seguo quasi ogni giorno La rubrica delle parole desuete, a cui si ispira la rappresentazione, ma i due autori e interpreti sono miei amici ormai da tempo. Per questo sarebbe sconveniente (termine e concetto ormai desueti) definire questo articolo una recensione: potrei essere tacciato di scarsa obiettività. Sicché mi limito a farne cronaca e commenti personali.


In primo luogo, nella Rubrica la scrittrice (oltre che docente e attrice) Giada Trebeschi propone ogni giorno su Facebook e Instagram uno sketch da un minuto, in cui racconta etimologia e significato di una parola o una locuzione di uso non più comune: può trattarsi di qualcosa che definisce oggetti e mestieri del passato, di un termine filosofico (l’anno scorso sono stato ospite del video dedicato ad "atarassia") o di una parola non del tutto desueta... ma pericolosamente a rischio di estinzione. La perdita del linguaggio, ricorda Giada, comporta anche la perdita delle idee e l’impoverimento del pensiero.
Si nota in effetti negli italiani una carenza lessicale pari al disinteresse per la grammatica, in un gioioso ritorno all’analfabetismo di massa. Attenzione: a dire che "l’ignoranza è forza" era il Grande Fratello... inteso come l’oppressore del romanzo 1984 di Orwell, non come il reality show in cui giovani eroi del pubblico tv si gloriavano di non aver mai letto un libro in vita loro, lasciando intendere che questa sia la vita più facile per il successo.


La Rubrica va in sorprendente controtendenza: è seguita da mezzo milione di persone, il che fa di Giada un caso unico al mondo di influencer culturale. Ma l’importante è non prendersi sul serio: nei video la protagonista recita in modo scherzoso e spesso Giorgio Rizzo (musicista etnico, sceneggiatore, regista e molto altro) le fa da spalla comica in dialoghi assurdi pieni di equivoci. Nella versione teatrale Giorgio accentua il suo ruolo di ignorante che finge di sapere (l’uomo dei nostri tempi, insomma), facendo ampio ricorso a un patrimonio umoristico che risale alla commedia dell’arte, per poi lanciarsi a sorpresa in un assolo di percussioni in cui illustra le origini della musica, forma di comunicazione universale (v. video in fondo all'articolo o a questo link).
Il gioco tra i due, che sul palco vanno alla ricerca della parola desueta perfetta per la prossima puntata della Rubrica, diverte il pubblico e strappa applausi a scena aperta. Da una parte, perché l’abile Giorgio, in veste anche di regista, mantiene un ritmo pari a quello di uno show musicale anche durante i dialoghi; dall’altra, perché Giada non esita a fare ciò che nessuna influencer oserebbe al posto suo: una pungente parodia di se stessa.
La manifestazione che ha ospitato lo spettacolo, il Premio Torre Crawford, ha dimostrato una volta di più che la cultura è anche divertimento e intrattenimento. In questo, coincidono gli intenti del concorso letterario, degli eventi a San Nicola Arcella e della rappresentazione delle Desuete che, inaugurata lo scorso giugno al Salerno Letteratura Festival, prosegue ora con successo il suo tour per l’Italia. Alla perenne ricerca della parola desueta di oggi.



martes, 17 de agosto de 2021

Sogni di Lucida-Mente


Andrea G. Pinketts ha recitato più volte in palcoscenico e sullo schermo. La sua ultima interpretazione è stata in "Sogni di Lucida-Mente", film dalle atmosfere gotiche e oniriche di Numa Echos. Ora su https://www.olzemusic.com/olzetv (powered by Sky).
Scritto da Numa Echos e Rocco D’Anzi, “Sogni di Lucida-Mente” è un’autobiografica follia in versi, soggettivamente interpretabile. Il racconto di un percorso, uno dei tanti. Il viaggio visionario nella luce e quello razionale nella tenebra. La celebrazione e la condanna.
Con queste parole l’attore-scrittore Andrea G. Pinketts racconta l’esperienza: “Numa graffia le ferite sul sentiero che porta al monolocale delle emozioni. È il suo modo per coccolarsi. Così’ il suo grido non diventa urlo ma suono, musica da camera (chiusa) le cui finestre sono spalancate”.
La pellicola è arrivata in finale di due Festival italiani dedicati ai cortometraggi: è stato selezionato come finalista sia per il Varese International Film Festival sia per il Festival “Corto…ma non troppo”, concorso cinematografico dedicato alla salute mentale alla sua ottava edizione.
Numa Echos è una poliartista, si muove fra poesia, musica, fotografia d’arte e pittura. Conduce il proprio format "Shine in Venice" su OlzeTv. Collabora con le proprie opere letterarie alla realizzazione di antologie e libri e ha spesso collaborato con Andrea G. Pinketts. Ha partecipato a numerosi festival rock indipendenti e programmi radiofonici. È attiva in modalità live come art director, cantante e tastierista con “live shows propri”, “opening act shows” per altri artisti (Morgan, Fluon, Quintorigo, etc.), e con dj set. Il primo LP ufficiale “Shady World", pubblicato nell’autunno 2016 da Valery Records, è stato completamente scritto e prodotto da lei e Filippo Scrimizzi. Numa Echos è membro ufficiale da giugno 2017 del gruppo Double Bass of Death.

martes, 10 de agosto de 2021

Vita da pulp - I fabbricanti di silenzio

Di Marino e Cappi in una serata di Borderfiction Eventi 


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Nel romanzo Goldfinger di Ian Fleming il personaggio eponimo pronuncia una frase che mi è rimasta impressa, qualcosa come: "Una volta è un caso, due volte è coincidenza, tre volte è azione ostile".
Nell'ultima puntata di questa rubrica ho dovuto raccontare della campagna di odio di cui fu vittima lo scrittore Stefano Di Marino: voci confuse che lasciavano intendere che avesse fatto chissà cosa, senza specificare bene cosa; ma se tali voci arrivano a un editore (come la persona che me lo riferì) questi ci pensa due volte a pubblicare un libro di un autore che ha fatto "chissà cosa". Si chiama character assassination ed è uno strumento sporco ma efficace, utilizzato in politica per togliere di mezzo un rivale. Anche se il bersaglio non si lascia condizionare e va dritto per la sua strada, a lungo termine le conseguenze si avvertono.

Nei miei romanzi di spionaggio - come nella realtà cui si ispirano - certe pratiche sono usate quando la posta in gioco è molto elevata ma non richiede l'eliminazione fisica del bersaglio. Ho seri dubbi che un'organizzazione internazionale abbia decretato la distruzione dell'immagine di Stefano Di Marino, ma ho già esposto i futili motivi per cui qualcuno poteva trarne vantaggio.
Tuttavia, mentre almeno tra i suoi lettori non si è ancora spenta l'eco della tragedia, apprendo che da poco più di due settimane è stata rimossa dalla versione italiana di Wikipedia la pagina dedicata alla scrittrice Giada Trebeschi.
L'ho conosciuta al festival Garfagnana in Giallo, dove vinse uno dei suoi numerosi premi, e leggo i suoi documentatissimi romanzi storici: non può essere definita un'autrice pulp, anche se in un suo libro ho apprezzato una certa sfumatura alla Dumas (o alla Golon, pensando al secolo scorso). Seguo la sua divertente Rubrica delle parole desuete, che ha fatto inaspettatamente di lei una sorta di influencer culturale e l'ho coinvolta nelle attività del Premio Torre Crawford.
Da un paio di anni la casa editrice con cui lei collabora sta riproponendo alcuni miei vecchi titoli; da poco ha pubblicato il romanzo di Stefano Di Marino Il bacio della mantide. Orbene: Giada Trebeschi è autrice di una dozzina di libri tra romanzi e saggi, alcuni dei quali pubblicati all'estero. È più che naturale che esista una pagina Wikipedia su di lei. Eppure, dopo una discussione sostenuta da tale PandeF e appoggiata dall'altrettanto tale Parma83 (Un taxi? "Parma83 in cinque minuti"?) è stata presa la decisione di cancellare la sua pagina. Esiste ancora quella in lingua inglese, ma in Italia qualcuno ha deciso che Giada Trebeschi non deve esistere. Non si deve parlare di lei. Forse vi ricorda qualcosa che ho scritto nella puntata precedente.

Anch'io ho avuto qualche difficoltà con la pagina a me dedicata su Wikipedia. È stata aperta negli anni Duemila dall'esperto di letteratura che si firma Lucius Etruscus, di cui talvolta cito le ricerche anche in questa rubrica. Io mi sono limitato ad aggiornarla. All'inizio c'era anche una mia fotografia, ma poi è sparita. Nel 2009, dato che chiunque può contribuire a una pagina Wikipedia, qualcuno ha inserito dati fasulli, che ho dovuto cancellare.
In seguito è partita una discussione e la mia pagina è stata marchiata come non attendibile. Da una parte i curatori di Wikipedia avevano ragione: pensavo ingenuamente che, se è l'autore stesso ad aggiornarli, i dati sulla pagina siano attendibili per definizione; ma un autore megalomane potrebbe fare anche affermazioni di pura fantasia, quindi a ogni dettaglio devono corrispondere note e riferimenti esterni. Ho provveduto in tal senso.
Ma c'era un'altra cosa che non andava bene: la mia bibliografia. In pratica, ho scritto troppi libri. Nelle pagine su altri autori viene riportata la bibliografia completa e, se hanno scritto cento libri, sono indicati tutti i cento libri. Nel mio caso non era accettabile. Quindi ho dovuto rimuovere l'intera bibliografia, riassumendo nella nota biografica che ho scritto una cinquantina di libri. Ora siamo già alla sessantina, ma non ho più aggiornato la pagina, mi limito - quando mi ricordo - a controllare che nessuno ci inserisca insulti come in passato. Così ho scoperto che qualcuno, forse lettori, ha aggiunto una sezione "Opere", in cui sono indicati nove miei titoli un po' a caso. Quindi, a una rapida consultazione, risulta che in trent'anni di carriera ho scritto solo nove libri (se avete tempo da perdere, fate il confronto con la mia bibliografia aggiornata). Peraltro io consulto abitualmente Wikipedia in varie lingue e la finanzio con un contributo annuale.

Ho avuto altri problemi su Internet. Lo scorso gennaio ho aperto un altro blog (Kverse-Il mondo thriller di Andrea Carlo Cappi) dedicato al ciclo che raccoglie molti miei romanzi e racconti, e ai relativi collegamenti a storia e attualità. Come d'abitudine, ho pubblicato su Facebook i link dei vari post; ma dopo pochi giorni qualcuno li ha denunciati come spam e tuttora non posso riportare su Facebook alcun contenuto di quel blog.
Visto il successo, il misterioso hater ha cercato di fare il bis: stavolta ha denunciato alcuni post di questo stesso blog, Il Rifugio dei Peccatori (tra cui uno in cui parlavo dell'episodio di Facebook) forse nella speranza di farlo eliminare per intero dalla piattaforma Blogger. Per fortuna, a differenza di Facebook, Blogger accetta le richieste di verifica e dopo alcune ore tutto era tornato normale.
Non è stato ancora deciso che non devo esistere, solo che devo esistere un po' meno. Di che si tratta, di un avvertimento di stampo mafioso? "Vedi di non scrivere troppo, se non vuoi finire come Stefano Di Marino?" Esiste una lista nera di scrittori e scrittrici che vanno tenuti/e a freno?
In tal caso, ritengo valida la frase di Goldfinger. Mi considero sotto enemy action, in guerra contro un nemico sconosciuto. La mia unica arma è la scrittura. S'intende che anche questo post è a rischio, quindi, come dicono i complottisti, "condividi prima che lo cancellino". Ma ogni tanto, solo ogni tanto, anche qualche complottista può avere ragione.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker

Vita da pulp - Il silenzio che uccide

Stefano Di Marino a GialloLatino, 2014, foto A. C. Cappi

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto, di Andrea Carlo Cappi


Ho già spiegato cosa intendo qui per “pulp”: la narrativa popolare di ogni genere sulle riviste americane della prima metà del XX secolo, che ha generato, per citare giusto un paio di nomi, autori come Dashiell Hammett o Robert E. Howard. Pulp non significa “scrivere male”, bensì raccontare storie con un forte contenuto di azione e di emozioni.
Scrivo queste righe alle 7.30 del mattino del 10 agosto 2021. Quattro giorni fa a quest’ora il massimo esponente italiano della narrativa pulp si era appena tolto la vita. È stata una delle rare volte che i giornali (online, quantomeno) hanno parlato di lui, e nemmeno tanto. Oggi qui lo chiamerò con iI suo soprannome abituale, “il Prof”. In questi giorni ho scritto vari articoli per ricordarlo, ma stavolta vorrei fare un discorso più ampio e qualche chiarimento.
All’inizio dell’estate, su Facebook, il Prof accennò con riserbo a “problemi personali”. Visto ciò che scriveva, potreste immaginarlo braccato da picchiatori di Las Vegas o sicari di Hong Kong. O che avesse un male incurabile, o gli stessi problemi di Amy Winehouse; no, stava bene, era un salutista, conduceva una vita senza eccessi. Ha avuto solo il destino di un figlio unico con genitori in età avanzata; nel suo caso, tutto in una volta, con dispiaceri, stress, problemi burocratici ed emergenze finanziarie... che a loro volta procurano altro stress: un autore pulp, per quanto di successo, non nuota nell’oro.
In un certo senso, questo è parte del problema, ma non solo per questioni economiche. Lo sappiamo, il mercato italiano è quel che è. Gli editori onesti in certe collane possono pagare poco (anche se in altre collane a volte sprecano soldi per presunti, inutili bestseller”... quante ne abbiamo viste, lui e io); gli editori piccoli non possono quasi pagare se non a lunghissimo termine, ma sono gli unici a pubblicare certi libri che ci interessa scrivere; le uscite in ebook rendono pochissimo; e a volte capitano anche gli editori disonesti.
Un autore come il Prof, in grado di produrre parecchi romanzi e saggi ogni anno e spaziare tra generi e tematiche, andrebbe considerato un’eccellenza italiana”. I suoi libri dovrebbero essere sempre in catalogo, anche perché chi lo scopre poi vuole leggere tutto di lui. Senonché i titoli che escono in edicola – e solo perché in Italia esistono e resistono i periodici di narrativa di genere – sono disponibili per uno o due mesi; vendono in quel periodo più di molti romanzi di altri autori in libreria, poi sono acquistabili solo in ebook. Quanto ai titoli da piccoli editori, con minori distribuzione e visibilità, sono più difficili da reperire.
Posso capire che parecchie uscite sotto pseudonimo in una collana da edicola non siano più una “notizia”, se non perché una serie made in Italy continua ad avere successo dopo oltre venticinque anni e più di cento episodi; non è cosa da poco. Ma, almeno quando lo stesso autore pubblica altrove un thriller di tipo diverso o un saggio particolarmente interessante e documentato... be’, forse i media dovrebbero parlarne.
Invece è l’esatto contrario: si direbbe che tutti si siano messi d’accordo per tacere. D’altra parte, se in Italia si sapesse che il Prof pubblica libri che vendono migliaia di copie in poche settimane, gli italiani comincerebbero a leggere solo lui. Ecco dunque le sottili campagne di odio. Un anonimo sui bookshop online mette un giudizio di una sola stella su ogni suo libro, per abbassare la media dei voti dei lettori. Qualcuno dice a un editore: «Perché lo pubblichi? Non sai che...» cominciando a diffondere voci confuse ma diffamatorie.
A tutto questo, come dico spesso, si aggiunge che, se un autore proviene dalla gavetta e dall’edicola, è discriminato anche quando pubblica in libreria un volume rilegato per una grossa casa editrice, il che pesa su promozione, prenotazioni, distribuzione e vendite. Vi faccio un esempio. Nel 1996 uscì da Sperling & Kupfer I sette sentieri dell’Alleanza, firmato senza pseudonimi: è un romanzo appassionante, che anticipa di sette anni e schiaccia per superiorità e originalità il mediocre, scopiazzato Il codice Da Vinci. Avrete sentito parlare tutti del secondo, ma non del primo.
Provate a mettervi nei panni di un narratore per cui la scrittura è tutto nella vita, adorato dai suoi lettori ma ignorato e disprezzato da una società che cerca di farlo dimenticare in vita, di disperdere il suo pubblico, di soffocarlo, neanche fosse il peggiore dei delinquenti. Punito per essere troppo bravo. E immaginate, mentre combatte ogni giorno nella trincea dell’editoria, che si trovi soverchiato da altri problemi che gli sembrano insormontabili. Si è detto suicidio, ma non è esatto. È stato il silenzio a ucciderlo.

Continua...



Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker