Um escritor que frequenta a narrativa muitas vezes fica preso em etiquetas que fazem pensar aos jornalistas e ao público que ele se ocupa só de certos temas e não de outros. Sempre fui identificado como autor de suspense ou de espionagem, e coisas afins, transcurando as minhas continuas travessias na ficção-cientifica, no horror, no humorismo e as vezes, quando podia, misturando os tipos. E as vezes, nas minhas histórias aparece também um pouco de erotismo.
Alguns anos atrás uma leitora me confessou que se excitou sexualmente lendo um trecho erótico de um meu thriller, uma outra reclamou, invés, que as cenas de sexo descritas não eram muito explicitas. Julguem cada um por si. As três histórias dessa coletânea tiveram o grau de erotismo que pediam.
A primeira, A perfeição do amor, foi escrita na metade dos anos noventa para uma antologia que nunca foi realizada. Encontrou em vez lugar em Un oceano di mezzo/Un océano de por medio, coletânea publicada contemporaneamente em Itália e no México com autores dos dois países, depois em uma outra coletânea curada por mim, La donna nel ritratto uma homenagem de vários escritores a arte do pintor e ilustrador Carlo Jacono. Ambos os volumes estão fora de comercio da muito tempo.
A segunda história, 2L84AD8, nasceu-me modo espontâneo no fim de 2003, quando ouvi falar de um relógio made in California, no qual se lia a frase citada no início do conto.
A terceira é mais nova, inspirada da Becoming Barbie, um book fotográfico de Phoedra Brody publicado em 2011 na revista Twill número 14; usei o conto O mondo da Barbie pra promover a revista no Facebook. Onde podem me encontrar se quiserem fazer algum comento sobre esses contos.
Enfim, por mais que não se deva julgar o conteúdo pela capa, é também verdade que uma fotografia de Ermione, que agradeço pelo gentil presente, é um ótimo cartão de visitas para qualquer libro.
Três perolas de um grande escritor. Em uma quente Milão em pleno verão, um estudante universitário vive uma particular historia de amor e voyeurismo com uma fascinante vizinha de casa. Em uma parte da Califórnia onde alenta a imagem de Charles Manson, o concerto de uma linda rock star acende os desejos incontroláveis de um perigoso fã. Trancada em uma casa de boneca, uma top model em declínio tem uma oportunidade de voltar à fama como única estrela de um reality show. Três histórias onde o mistério se mistura com o erotismo.
Europa, luna glaciale di Giove (foto NASA/JPL-Caltech)
Riflessioni di Fabio Viganò
Siamo alle solite riguardo la "faccenda" dei migranti!
A parte il fatto che migrante non mi risulta essere un gerundio bensì un participio presente, personalmente mi sarei aspettato una maggior saggezza dai "cugini d’oltralpe". Hanno detto che, in parole povere, l’Italia deve arrangiarsi da sola. Tanto per cambiare…
Non voglio insegnare niente a nessuno, tantomeno a politici professionisti, e neppure consigliare. I consigli, si sa, sono cose onerose. Però un suggerimento di rivedersi la Carta dei Diritti Umani… si impone!
Il fatto è che, giorno dopo giorno, migrante dopo migrante, morto dopo morto, c’è sempre qualcuno che salta sul carro dell’indecenza, dimenticando di essere uomo nel senso stretto del termine, ovvero: un essere umano.
In seconda battuta si sarebbe tutti europei… Buonanotte.
Si sarebbe. Ma forse, prima di fare l’Europa, si dovevano fare gli europei. Basta guardare tra le pubblicità: l’auto è tedesca e via di seguito, con settoriali nazionalismi beceri che altro non fanno che creare divisioni.
Che dire poi della Padania? Cosa sarebbe? Un nuovo stato? Riconosciuto da chi? Fantasilandia al confronto è cosa seria, almeno ha il merito di farci sognare. Sin da bambino ho studiato che la Lombardia era posta nella pianura padana, detta anche padania. La padania non è uno stato - come invece lo è l’Italia - e non si può definire tale. A riguardo ora, con spirito fanciullesco, sorrido, giusto per non piangere.
Ma ci si rende conto che il problema è più vasto?
Vi rendete conto che popolazioni intere stanno riversandosi in Europa dalla disperazione? Sicuramente qualcuno adesso mi apostroferà come buonista. Frottole! Detesto chi va in chiesa e poi gioca con la pelle degli altri; oppure, peggio, se ne frega.
A proposito il gerundio di migrare, svelo un arcano mistero, è ancora, almeno in Italia, migrando.
Sproloquio di Andrea Carlo Cappi Qualche giorno fa mi chiama una casa editrice, per uno dei soliti casi urgenti. C'è un libro da tradurre subito dallo spagnolo. Anche se questo vorrà dire altre giornate lavorative da 18-20 ore, di questi tempi un incarico è sempre ben accetto, E poi il libro è una raccolta di testi - alcuni, credo, mai pubblicati in Italia - di Ernesto Che Guevara, il che dà tutta un'altra dimensione al lavoro. Intanto è un'aggiunta molto particolare al mio già variegato curriculum di traduttore. Poi mi ripaga dell'unico libro di autore argentino che avessi tradotto sinora: un anno fa, per motivi strettamente alimentari, l'autobiografia dell'attrice diciassettenne di una serie tv per adolescenti. Cito sempre con orgoglio e rispetto i libri per adolescenti che mi capita di tradurre, ma in questo caso... diciamo che non ne ho parlato troppo in giro, senza nulla voler togliere al curriculum professionale della signorina in questione. Se non altro il libro era scritto grande e, dato che in quel periodo a causa del superlavoro avevo seri problemi alla vista, non dovevo usare la lente di ingrandimento. In ogni caso mi sento di affermare che il Che sia un po' più importante sul piano storico rispetto a Violetta.
E così ieri, sabato, mi metto all'opera alla mia scrivania, traducendo Che Guevara con l'autore sotto gli occhi, nel senso che da una ventina d'anni ho un suo ritratto sopra la mia scrivania (basato sulla sua foto più celebre, quella di Alberto Korda) e un altro suo poster su una parete del mio studio, e un paio di magliette del Che nell'armadio. A questo punto di solito mi viene chiesto: "Allora sei comunista?" Io risponderei di no, anche se una volta il poeta e scrittore Bruno Brancher mi disse che ero "un vero comunista". Ma in quell'occasione il motivo era che, in un ciclo di presentazioni di libri alla festa di Rifondazione, una sera i ragazzi del bar ci avevano gentilmente lasciato sul tavolo una bottiglia di Bushmill e non mi sembrava carino nei loro confronti che Bruno, rispolverando il suo spirito di "vecchio assaltatore di banche" (come talvolta si definiva), cedesse alla tentazione di farla sparire sotto la giacca. Il dialogo completo era stato: Brancher (severo): "Perché, sei contrario al furto?" Io: "Dipende da chi è il derubato." Lui (sorridente): "Allora sei un vero comunista." Boh, io semmai potrei definirmi genericamente un anarco-individualista, con l'accento sull'individualista. Il motivo per cui ho un poster del Che sopra la scrivania non ha a che fare con la politica, bensì con l'etica. Una trentina di anni fa mi trovai con mio padre a sbirciare i poster in vendita in un negozio. E lui - che, posso garantirlo, non era affatto comunista - notò che solo un decennio prima in mezzo a quei poster ce ne sarebbe stato un intero assortimento con il volto di Che Guevara, mentre negli anni Ottanta quei manifesti sembravano spariti. E questo gli dispiaceva. Per lui, che aveva cominciato a insegnare ad Architettura a Milano nel 1968 e ricordava quell'epoca come l'inizio di anni di caos e difficoltà, l'immagine del Che rappresentava tuttavia un ideale di impegno, dedizione e sacrificio - aldilà della politica - che guarda caso proprio negli anni Ottanta cominciava a estinguersi, soppiantato dai miti del successo e del denaro facile.
Motivo per cui, quando ho potuto avere una casa mia, le prime cose che ho appeso alle pareti sono state un poster di 007 e uno di Che Guevara. Vi potrà sembrare un controsenso, ma non lo è: dopotutto Ian Fleming e il suo personaggio di James Bond erano ambedue simpatizzanti della rivoluzione cubana, come l'autore scrisse in modo esplicito e inequivocabile nel suo racconto Quantum of Solace. Nella mia vita sono stato più volte traduttore di libri di James Bond (a fine mese devo consegnare, anzi, una nuova traduzione di un romanzo di 007) ma fino a ieri non ero mai stato un traduttore di Che Guevara. Così, dicevo, ieri mi sono messo a lavorare sul Che con davanti la sua effigie, prima volta che traduco un libro sotto gli occhi dell'autore, che però rivolge il suo sguardo da guerrillero heroico a un avvenire socialista, senza far caso alla mia presenza. E stamattina, ripreso il lavoro alle sette (in questo mestiere con contano le domeniche, le feste o le vacanze) mi sono reso conto di un'altra curiosa coincidenza. Oggi è il compleanno di Che Guevara. nato il 14 giugno del 1928. Il "giorno di San Guevara", come lo chiamò lui scherzosamente nelle sue Notas de viaje. Che per me è davvero il giorno di San Guevara, dato che un lavoro in più, di questi tempi, è sempre una benedizione. Sarà un segno? Proprio in questo periodo, per un progetto a cui mi sto dedicando nel mondo dell'editoria indipendente (in opposizione alla sempre più soffocante presenza del marketing dei libri fatto da gente che temo non sappia cosa sono né i libri né il marketing), ho rispolverato la definizione con cui un decennio fa ho fondato una casa editrice di belle speranze che alla fine è stata demolita, guarda caso, dal suo stesso ufficio marketing. La definizione era "editoria di guerriglia". E non so se alla fine della strada ci sia la victoria, ma quella rimane la direzione da tenere, siempre. E adesso mi accendo un sigaro e mi rimetto a tradurre. Perché l'altro messaggio del Che, come sottolineava anni fa un grande scrittore e biografo di Guevara, Paco Ignacio Taibo II, indicando il sigaro fumato dal Comandante che campeggiava sulla sua T-shirt, è: "¡Fumar, sí!"
Il Comune di Andora in collaborazione con l’Associazione
Culturale CEContemporary ha istituito un Premio Letterario dal titolo
“AG NOIR” aperto a tutti i cittadini italiani che abbiano
compiuto i 18 anni di età volto a selezionare 10 racconti del
genere Noir ambientato in provincia fra quelli partecipanti alla
selezione. Il Premio consisterà nella pubblicazione dei 10
racconti vincitori della selezione in una antologica a cura della
Cordero Editore - Via Galliano 24 R - 16153 Genova -
www.corderoeditore.com Bando di Concorso Letterario “AG NOIR ”
1°Edizione MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE
ART.1 La
partecipazione al concorso “AGNOIR” è gratuita. I racconti
dovranno pervenire alla mail: contact@cecontemporary.com entro il 21
giugno 2015.
ART.2 Il racconto dovrà essere scritto in
lingua italiana e non superare la lunghezza massima di n. 30.000
battute ( per battute si intendono le lettere, gli spazi, i punti,
le virgole etc.)
ART.3 Il racconto dovrà appartenere
al genere Noir nella sua accezione più ristretta, essere
inedito e mai pubblicato neppure in forma elettronica.
ART.4
Ogni concorrente potrà partecipare con massimo n. 2
racconti.
ART.5 Ogni concorrente sarà responsabile
della propria opera e dovrà avere i pieni diritti del
testo/racconto che presenterà per la partecipazione al
concorso.
ART.6 Ogni concorrente dovrà autorizzare la
pubblicazione del proprio testo sia in versione digitale che in
versione cartacea, accettando l’eventuale intervento di editing
condotto dall’editore ai fini della pubblicazione.
ART.7
Ogni Autore, per il fatto stesso di partecipare al concorso “AG
NOIR”, dichiara la paternità e l'originalità delle
opere inviate e del loro contenuto e autorizza il trattamento dei
suoi dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003 e succ. modifiche.
L'Associazione Culturale CEContemporary, il Comune di Andora e la
casa editrice Cordero Editore non rispondono di eventuali plagi o
violazioni di legge.
ART.8 Ogni concorrente per partecipare al
concorso “AG NOIR” dovrà spedire per ogni racconto
presentato due copie dell'elaborato (una formato word e una PDF) in
due distinti allegati alla mail : contact@cecontemporary.com. entro
il 21 giugno 2015. Una copia in pdf dovrà essere
contrassegnata dal solo titolo. L'altra copia in formato word
dovrà contenere il titolo e i seguenti dati dell'Autore: nome,
cognome, data e luogo di nascita, residenza, indirizzo mail, recapito
telefonico. Nell'oggetto della mail si dovrà specificare
“AG NOIR”. L’invio dell’elaborato alla mail sopraindicata
comporterà l’accettazione tacita di tutte le regole del
presente bando.
ART.9 Gli elaborati pervenuti saranno valutati
secondo i seguenti criteri: Voto da 1 a 5: correttezza
grammaticale Voto da 1 a 5: scorrimento della trama Voto da 1 a
5: originalità della trama
ART.10 Gli elaborati saranno
valutati in forma anonima dalla Giuria il cui giudizio è
insindacabile e inappellabile. I nominativi dei Giurati saranno resi
noti alla data di proclamazione dei vincitori. La giuria sarà
composta da un giornalista, un editore, un responsabile di ufficio
stampa, uno scrittore, un coordinatore di eventi culturali
internazionali, due docenti.
ART.11 La cerimonia di
premiazione avrà luogo nelle giornate del 1° Festival del
Noir in Andora che si svolgerà nei giorni di sabato 4 luglio e
domenica 5 luglio 2015.
ART.12 Gli autori dei racconti
vincitori dovranno cedere gratuitamente i diritti per la
pubblicazione e formalizzare la cessione dei diritti di
commercializzazione con l'editore Cordero.
ART.13 In base alla
vigente normativa sulla privacy, gli indirizzi e i dati personali dei
partecipanti verranno utilizzati esclusivamente ai fini del “AG
NOIR” e per l'eventuale pubblicazione dell'Antologia.
PER
INFORMAZIONI: CEContemporary - SEGRETERIA ORGANIZZATIVA 348
9031514 - contact@cecontemporary.com
Il sangue versato nella Seconda guerra mondiale è ancora caldo quando Bezzi e Barbieri decidono di non deporre il mitra e scatenano una vera e propria offensiva criminale sul territorio dell'hinterland milanese. Accade settant'anni fa, tra il 1945 e il 1946, quando l'Italia è appena uscita dal conflitto che l'ha attraversata lentamente da sud verso nord. Bombardamenti e rastrellamenti hanno insegnato agli italiani cosa volesse dire sfidare le grandi potenze mondiali. Una grande città come Milano, ultimo baluardo del regime fascista, ha pagato un alto prezzo di morte e distruzione, e ha visto monumenti quali il Teatro alla Scala crollare sotto le bombe degli alleati.
La Resistenza ha insegnato come ogni uomo sia libero di opporre le proprie ragioni contro la dittatura a colpi di fucile. Mentre molti fascisti cercano di riciclarsi come partigiani dell'ultima ora, qualche ragazzo dotato di spirito d'avventura scopre che la lotta armata può essere anche la via più breve alla ricchezza. È il caso di Ezio Barbieri e di Sandro Bezzi, che insieme daranno vita a una delle più attive bande di malavitosi dell'immediato dopoguerra, diventando a loro modo due divi del gangsterismo, sul modello degli "eroi" del cinema americano.
Questa, per quanto sia possibile distinguere la realtà dal mito, è la loro storia.
Le macerie di Milano, 1943
In un Nord Italia in cui le patate sono diventate un bene primario e il pane bianco è una preziosa rarità, il giovane Ezio Barbieri apprende molto presto quali siano le strade più facili per raggiungere il benessere e dà inizio alla sua carriera ai margini della legalità.
Ezio è nato nel 1922 a Milano, quartiere Isola, da una famiglia che gestisce un banco di mescita. Ha cominciato a lavorare all'età di quattordici anni in una tintoria, passando in seguito a un negozio di barbiere e, raggiungendo il vertice delle possibili aspirazioni familiari, diventando impiegato comunale. È possibile che la sua deviazione dalla retta via sia dovuta (come sosterrà la sua difesa) a un trauma cranico per una brutta caduta mentre cercava di prendere al volo un tram. Ma trauma o non trauma, Ezio si accorge subito che ci sono modi meno faticosi del lavoro per guadagnare. Solo la sua inesperienza lo porta, nel maggio 1942, a una condanna per furto di bicicletta. Non arriva a scontare gli otto mesi di reclusione nel carcere di Alessandria: il ventenne Ezio Barbieri esce di prigione a breve termine per compiere il servizio militare.
Ma la storia segue percorsi diversi e Barbieri comincia a dedicarsi alla più redditizia borsa nera. Quando gli ingredienti più normali della cucina italiana, dal burro al parmigiano, diventano per il consumatore medio irraggiungibili oggetti del desiderio, perché non approfittare della situazione? In fondo non si tratta che di procurare alla gente quello che desidera e che, a causa della guerra, non è più possibile trovare.
Così Ezio, malgrado la madre lo sconsigli, si dà al mercato nero e, già che c'è, al contrabbando di sigarette provenienti dalla Svizzera. Il limite tra giustizia e illegalità è molto difficile da definire, quando la legge è stabilita da un regime che sta conducendo l'Italia all'autodistruzione. Ciò spiega perché nel 1944, disturbato nelle sue attività, Barbieri non abbia difficoltà a estrarre una pistola e a sparare a un milite della "Ettore Muti", la squadra che svolge compiti di polizia a Milano dopo l’otto settembre, intitolata all’eroe di guerra ed ex-segretario del Partito Nazionale Fascista morto nell’agosto 1943; lo squadrista resta steso su un marciapiede ferito al mento. La distinzione tra interesse personale e Resistenza in casi del genere è impercettibile, anche se i partigiani sconfesseranno sempre i rapporti che Barbieri affermerà di avere avuto con loro.
Milano, viale Monza, 1944
Sandro Bezzi, invece, comincia a farsi largo nella vita a suon di pugni. Suo padre lavora all'Alfa Romeo, ma Sandro, anziché imparare il mestiere di famiglia, preferisce tentare la carriera di pugile professionista. Così, dopo alcuni corsi serali, di giorno Bezzi fa il meccanico all'Isotta Fraschini e di notte diviene noto come "pugno proibito" sui ring allestiti più o meno di straforo. A Bezzi la guerra non fa molti favori: nel 1942 si sposa con una bella ragazza di nome Carmen, ma viene richiamato in Marina, a la Spezia. Il riluttante marinaio Bezzi diserta, col risultato di essere catturato e consegnato al forte di Varignano, per essere quindi detenuto nel carcere di Pizzighettone e, dopo l'otto settembre 1943, deportato in un campo di lavoro in Germania.
Al suo ritorno, Sandro Bezzi scopre che la moglie se n’è andata. La sconfitta personale alimenta il suo desiderio di rivalsa contro la società e il destino fa il resto, quando nella primavera del 1945, in una balera milanese ha luogo il fatale incontro con Ezio Barbieri.
Milano, 1945 (fotografia di Federico Patellani)
Nell'Italia dell'immediato dopoguerra la voglia di vivere è incontenibile. Finalmente liberi dalle frustrazioni del regime, dalle ristrettezze della guerra e dal terrore dei bombardamenti, gli italiani dell'epoca della ricostruzione sono pronti a dimenticare il passato e ad abbandonarsi al piacere della libertà. Una libertà che spesso ha il ritmo del boogie-woogie, appena giunto dall'America e ballato selvaggiamente in balere improvvisate nei cortili delle case semidistrutte dalle bombe.
Uomini come Bezzi e Barbieri, educati dal fascismo al culto della virilità e delle armi, non hanno mai condiviso l'ideologia ma hanno imparato a sparare. E per loro, che non hanno veramente combattuto nella Resistenza, l'euforia della Liberazione si esprime nel girare armati su un'auto veloce. Le armi, del resto, non mancano, abbandonate per tutto il Nord Italia dai tedeschi in fuga.
Bezzi e Barbieri si divertono a rubare auto, spesso con il proprietario a bordo, spianando le loro Walther P38, per correre follemente nella notte. Ma il furto di macchine per il gusto dell'avventura e della corsa sfrenata lascia subito spazio a una vera e propria industria criminale. Molto presto proprio un'automobile diviene il loro simbolo: una Lancia Aprilia nera, in agguato nella notte lungo le strade buie.
Bezzi e Barbieri, armati e mascherati, bloccano qualsiasi veicolo di passaggio e si appropriano di tutto. I bersagli preferiti sono i borsaneristi e le loro macchine cariche di viveri. I beni vengono rivenduti e le automobili, private delle ruote e dei pezzi di ricambio, vengono abbandonate ormai inservibili lungo la strada.
A lungo andare, i due dell'Aprilia nera entrano nella leggenda. Non passa notte senza un loro colpo, o senza un colpo analogo realizzato dai loro numerosi ammiratori e imitatori. Ma, anche quando non ne sono loro gli autori, Bezzi e Barbieri lasciano credere di esserlo, solo per il piacere di vedere esaltato il mito della loro imprendibilità.
Da questo punto di vista c'è una sostanziale differenza tra i due personaggi. Sandro Bezzi è il più freddo e calcolatore, ama la sfida ma detesta correre rischi inutili ed evitabili. Ezio Barbieri, al contrario, non perde occasione per mettersi in mostra: si fa crescere un pizzetto alla D'Artagnan e si presenta come "il moschettiere del mitra". Gira per le balere con le armi da fuoco sotto l'impermeabile, infischiandosene della possibilità di esere identificato dalla polizia.
Grazie al proprio tenore di vita a alla passione per donne e champagne, riesce a essere costantemente senza un soldo, ma quello che per lui conta di più è il successo con il sesso femminile. Il bandito bello e inafferrabile colleziona un notevole numero di amanti, compresa la figlia di un industriale in cerca di avventure e di emozioni. Essere la donna di Barbieri, del resto, significa potersi permettere pellicce e gioielli in abbondanza, privilegi che in quel periodo poche italiane potevano concedersi.
Milano, corso Buenos Aires, 1945 (fotografia di Luigi Ferrario)
Nell'ottobre del 1945 i due criminali mettono su casa: scelgono due appartamenti nello stesso edificio in via Clefi, a Porta Magenta, e ci vanno a vivere con le loro compagne del momento: Bezzi con Maria, Barbieri con Ernestina, da cui avrà un figlio battezzato Vittorio. Gli inquilini del palazzo evidentemente non fanno molto caso ai due individui che di notte, mentre gli altri vanno a dormire, escono col mitra per andare a lavorare a tornano a casa nelle prime ore del mattino per festeggiare e dividere il malloppo. Ormai Bezzi e Barbieri non lavorano più da soli, ma possono contare su un certo numero di complici reclutati nella mala milanese – la Ligera – tra cui un certo Cordara, che si fa crescere un pizzetto da moschettiere sul modello di quello del suo capo.
La base operativa molto spesso è un locale notturno, il tipo di ambiente frequentato da strani personaggi come il "conte Mino". Questi si chiama in realtà Giacomo Regonini, ex appartenente alla X MAS – il corpo di volontari della RSI fascista – e sedicente nobile. Il conte Mino, che ama la bella vita e la cocaina, non ha la tempra dei due criminali e non partecipa personalmente ai colpi, ma si limita a dare una mano per piazzare la merce rubata. Tuttavia per Barbieri il falso conte, con le sue arie da viveur, appare un ottimo modello per interpretare il ruolo di bandito gentiluomo. Fargli conoscere l'indirizzo del covo di via Clefi si rivela un grave errore, uno sbaglio che Bezzi non perdonerà mai al suo socio.
La sera del 2 novembre 1945, in un appartamento in corso XXII Marzo, il commissario Giancarlo Mancini arresta il conte Mino. Mancini, che comanda la squadra G, efficiente gruppo composto da ex partigiani, vede subito nel Regonini la via per arrivare ai pericoli pubblici numero uno. Interrogato in Questura, l'uomo rivela l'indirizzo di Bezzi e Barbieri, permettendo alla polizia di preparare una trappola.
Verso mezzanotte Mancini, con un gruppo di agenti al comando del commissario Betrone, penetra nell'edificio di via Clefi e si apposta davanti all'appartamento in cui si trovano i due criminali con le loro donne. Il conte Mino fa da esca: mentre l'agente Luciano Riva suona il campanello, chiama Ezio Barbieri, invitandolo ad aprirgli. Non è Barbieri ad andare alla porta, ma una delle due donne, che fa a tempo a intravedere gli agenti e a dare l'allarme. I due sono pronti all'azione.
L'agente Mario Orlandini cerca di entrare, ma Barbieri lo accoglie con due colpi di pistola, lasciandolo a terra ferito. Mancini e Betrone rispondono al fuoco, mentre Bezzi lancia nella loro direzione una bomba a mano, che esplode sulle scale. I due criminali ne approfittano per darsi alla fuga. Uscendo dalla finestra, in canottiera nella fredda notte milanese, saltano sul tetto di un garage sottostante. Ma la fuga non dura a lungo: accerchiati da forze preponderanti, i due, feriti e infreddoliti, sono costretti alla resa. Barbieri, nel salto, ha subito una lesione alla spina dorsale. Vengono condotti in Questura e, da qui, al carcere di San Vittore, ma assicurano ai poliziotti che non resteranno "dentro" a lungo. Manterranno la parola.
Il carcere di San Vittore, 1946
In un carcere sovraffollato, come del resto quelli di tutta Italia, detenuti inquieti si trovano di fronte guardie di custodia dal grilletto facile. La tensione spesso esplode in feroci tumulti, una situazione difficile da controllare. Chi ne approfitta è un gruppo di carcerati che, dopo l'ennesima sommossa, organizza la propria fuga. Il cinque gennaio del 1946 viene messa in atto l'evasione e tra i fuggiaschi non può mancare la coppia Bezzi e Barbieri.
La fuga è tuttavia l'ultimo atto del loro sodalizio: al momento di scalare il muro di cinta, Bezzi rifiuta di aiutare il socio, in difficoltà a causa della lesione alla schiena. Considerandolo responsabile del loro arresto, Bezzi è fortemente tentato di lasciarlo cadere in mano agli agenti di custodia. Ciò non avviene, ma l'episodio è più che sufficiente a motivare la separazione tra i due. Barbieri si rifugia in una casa sicura, dove resta a letto per diversi giorni, mentre Bezzi se ne va per la propria strada.
La suddivisione del territorio è semplice. Bezzi opera nel centro di Milano, Barbieri lavora nell'hinterland e in provincia. A pochi giorni dall'evasione, mentre il commissario Mancini si dimette considerando l'episodio come una sconfitta personale, Barbieri è di nuovo in attività, con un'automobile su cui, al posto della targa, ha collocato un pezzo di cartone con le cifre 777, il numero telefonico della polizia; nella leggenda la macchina diventa un’Aprilia nera con una vera targa MI 777, circostanza celebrata anche in una strofa apocrifa della canzone popolare Porta Romana bella. Il campo d'azione di Barbieri si estende al Piemonte, dove lo segue una nuova compagna, Fulvia.
A Novara è identificato e catturato, ma gli basta chiedere il permesso di andare in bagno per dileguarsi dalla finestra. La polizia decide allora di organizzare una trappola: riportata Fulvia a Milano, nel suo appartamento in via Cibrario, la sottopone a una sorveglianza ininterrotta con una squadra di agenti in borghese, contando di prendere in trappola il bandito col pizzetto. Non è così. Barbieri riesce a eludere ogni notte la sorveglianza per fare visita alla propria amante, arrivando poi a portarla via sotto il naso degli agenti. Quando una mattina i poliziotti non la vedono uscire di casa, scoprono che l'appartamento è vuoto e che Barbieri è riuscito a beffarli un'altra volta.
L'ultima.
La fine di Sandro Bezzi
Nel frattempo Bezzi ha messo su una banda in proprio e tiene le sue riunioni a casa di Foletti, suo complice, in via Morandi 13, zona Greco. Si racconta che a incastrarlo siano state le interferenze fra il suo telefono, numero 284922, e quello funzionante in duplex, 284822, della fidanzata di un poliziotto, residente nello stesso palazzo. Quello che è certo è che il poliziotto, di nome Carmelo Arcovito, riconosciuto Sandro Bezzi incontrandolo sulle scale, ottiene l'autorizzazione a intercettarne le telefonate. In breve tempo viene preparata una trappola, a opera dello stesso Arcovito e del collega La Noce.
Il 25 febbraio viene visto entrare in via Morandi 13 un individuo col pizzetto. Scambiato inizialmente per "D'Artagnan" Barbieri, è invece il suo ammiratore e allievo "Aramis" Cordara, ora al servizio di Bezzi. Poco dopo giungono in taxi Bezzi e la sua donna, mentre gli agenti si dispongono intorno all'edificio. Due poliziotti si appostano su un vicino ponte della ferrovia, da dove possono controllare una delle principali vie di fuga. Ma niente accade fino al mattino seguente.
Bezzi esce alle undici e un quarto, armato di pistole e bombe a mano e scortato da Cordara e da un altro malvivente. Accortosi della presenza dei poliziotti, comincia a correre, inseguito dalle raffiche dei mitra. Ferito, prende una bomba a mano e la lancia verso i poliziotti, ferendo anche una passante. Rubata al volo una bicicletta, Bezzi riprende la fuga, ma imbocca la strada verso la ferrovia. Gli agenti appostati aprono il fuoco e Sandro Bezzi resta sull'asfalto. Il proprietario della bicicletta recupera il proprio mezzo di trasporto, mentre la folla si raccoglie per vedere il corpo del famoso bandito, morto.
L'arresto di Ezio Barbieri
Lo stesso giorno, il 26 febbraio, una telefonata anonima segnala alla polizia che Ezio Barbieri si trova alla Cascina Torrazza di Pero, vicino a Milano, in compagnia di Fulvia. Gli agenti accorrono e circondano la trattoria in cui il bandito sta mangiando con la fidanzata. Questa volta Barbieri ha lasciato il mitra in macchina e, disarmato, tenta la fuga insieme a tre complici. Una raffica lo ferisce al braccio destro, lasciandolo sanguinante e senza forze, facile preda per i poliziotti.
Trasportato alla Questura di Milano, in via Fatebenefratelli, Barbieri tenta di convincere gli agenti che si tratti di un errore: non sarebbe Ezio Barbieri, bensì tale Carlo Pirovano, vittima di un equivoco. Ma il suo viso è troppo noto perché qualcuno gli possa credere.
Trasferito al carcere di San Vittore, Barbieri riesce ancora a far parlare di sé quando scoppia la sanguinosa rivolta nella prigione milanese, che qualcuno riterrà addirittura capitanata da lui.
L'agente di custodia Salvatore Rap
La tensione, in quei giorni, è molto elevata. I tentativi di evasione si moltiplicano, mentre i detenuti, forse facendo affari con qualche secondino, riescono a impadronirsi di un certo numero di armi. La mattina di Pasqua, 21 aprile 1946, trascorre tranquilla, ma nel pomeriggio scoppia la rivolta. Gli agenti di custodia vengono sopraffatti, le loro armi sequestrate. I detenuti si scatenano e cominciano a correre in direzione dell'uscita, ma vengono fermati da un agente di custodia ventiduenne, Salvatore Rap, che, benché ferito gravemente, armato di mitragliatrice riesce da solo a frenare l'assalto; morirà tre giorni dopo e lo ricorderà una targa sul muro vicino all’ingresso del carcere. Nel frattempo sopraggiunge un autoblindo dei carabinieri, che apre il fuoco sui rivoltosi, impedendone la fuga.
È l'assedio.
La rivolta di San Vittore
Gli ostaggi sono praticamente crocifissi alle finestre e ogni tanto le sparatorie tra detenuti e forze del'ordine inondano la zona circostante di proiettili vaganti. I passanti nel parco Solari, memori del tempo di guerra, si gettano nell'erba quando sentono fischiare le pallottole sopra le loro teste.
Una parte del carcere è in fiamme e, mentre intervengono i carri armati, i pompieri cercano di azionare gli idranti. Lo scenario è apocalittico. Qualsiasi tentativo di parlamentare riceve, per bocca del leader carismatico Barbieri, risposta negativa. Interviene anche l'arcivescovo, cardinale Schuster. Qualcuno vede l'episodio come una rivolta di matrice fascista, forse perché tra i detenuti più esagitati ci sono personaggi come il conte Mino, dal passato politicamente sospetto, e l’ex gerarca Caradonna.
La battaglia della "Pasqua di sangue" si conclude a colpi di cannone il 24 aprile 1946, quasi a un anno esatto dalla Liberazione, con quattro morti tra i detenuti e molti feriti tra le forze dell'ordine. Il conte Mino e Barbieri sono trasferiti a Bergamo e di loro nessuno sentrirà più parlare nella cronaca nera, dopo la sentenza che li condanna rispettivamente a trenta e ventiquattro anni di reclusione per la rivolta.
Trasferito nel manicomio criminale di Barcellona, in Sicilia, il bandito col pizzetto si redime, diventa infermiere e si sposa, nel 1968, con Maria Soresina, una sua "ammiratrice" che comincia a scrivergli in carcere. Ottiene la libertà condizionata nel 1971 e si stabilisce in Sicilia, molto lontano dai quartieri della vecchia Milano in cui trent'anni prima ha avuto inizio la sua romantica avventura di fuorilegge. Nel 2013, novantunenne, pubblica dall’editore Milieu l’autobiografia Il bandito dell’Isola, scritta con Nicola Erba.
Si legge sempre con immenso interesse e rinnovato piacere quel libro, il più bello mai scritto, dal titolo: Costituzione della Repubblica Italiana.
Chissà perché ma, pur passando gli anni, più rimane attuale. Parla di come lo Stato dovrebbe essere. Il condizionale s’impone!
Vi chiederete il perché. Giusto. Troppe volte lo si ignora. Invece ci racconta, passo dopo passo - a caro prezzo - di come in uno Stato Sovrano sia garantito il vivere comune.
Vi sembrerà strano che ne parli ma, vi assicuro, non lo è!
Bisognerebbe però leggerla per poterlo capire. Meglio sarebbe meditarla. È di ampio respiro intellettuale. Ogni sua parola è inno alla Libertà. Un vero inno alla Vita, scomodo e alquanto indigesto per persone che vivono sulle spalle degli altri, grazie a interessi malavitosi e al terrore.
Questo libro non è stato scritto per sfruttatori, ma per persone d’animo onesto e libero che anelino solo a esaltare i sentimenti più veri e più puri non solo dell’ Italia ma dell’umanità intera.
I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Tra le righe parla chiaramente di ribellione sociale. È un libro “rivoluzionario”, persino sovversivo per gli ambienti criminali. È un libro sicuramente scomodo.
Parlare di rivoluzione sociale non significa necessariamente essere eversivi. Vuol dire essere liberi. La Costituzione detta le regole del vivere comune, sancendo diritti che tuttora sono negati. Questa schiavitù intellettiva è data dall’ignoranza e dalla paura.
Già, la paura.
Serve, la paura.
Serve alla persona coraggiosa che scelga di ribellarsi socialmente alla schiavitù. Conoscere il proprio limite è importante. La paura, se ben sfruttata, ci evita di commettere errori.
La ribellione sociale suggerita dalla Costituzione è manifestazione di un credo dall’ampio intento repubblicano. Un credo che talvolta impone il sacrificio. Ma ovunque vi sia la repressione, vi sarà sempre la ribellione del pensiero. Il sapere si opporrà sempre all’arroganza della violenza. Il canto della Libertà sarà sempre fischiettato per le vie da frotte di ragazzini che non si arrenderanno mai, nel ricordo degli uomini che li hanno resi liberi!
La strada per Capaci, 23 maggio 1992
Un solo modo per ribellarsi contro il terrorismo mafioso: la denuncia! I ragazzi vi aspettano. Aiutateli a lavorare. Loro, come voi, sono al servizio dello Stato e della vostra Costituzione.
Domenica 24 maggio alle undici del mattino, colazione (alcolica) d'autore alla libreria Il Mio Libro di via Sannio 18 a Milano. Giuseppe Foderaro, lo scrittore che insieme al collega Ferdinando Pastori costituisce la coppia amichevolmente soprannominata nell'ambiente "i due peggiori autori del noir milanese" (o, semplicemente "i pessimi") presenta il suo nuovo romanzo Anche gli angeli mangiano kebab (Novecento Editore - Collana Calibro 9). Interviene all'incontro il romanziere Andrea Carlo Cappi, che firma la frase di copertina: "Un autore originale, un detective unico. Sauro 'il Dinosauro' Badalamenti non è il clone di nessuno."
In realtà Foderaro, come del resto Pastori, è uno dei migliori autori di giallo metropolitano apparsi in Italia negli ultimi anni. Il suo personaggio spicca proprio per la sua diversità dai modelli diffusi nel genere, soprattutto nel nostro paese. Il suo Sauro Badalamenti non è un poliziotto come tanti altri, né tantomeno un detective stereotipato: è un investigatore assicurativo. Lavora spesso in tandem con Miranda, direttrice del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della Statale di Milano, a volte partner investigativa, a volte complice, a volte procacciatrice di indagini.
L'appuntamento con Foderaro è il 24 maggio... per puro caso, anche se nulla c'entra, a un secolo esatto dal giorno in cui "il Piave mormorava..." ovvero la data in cui per l'Italia ebbe inizio la Grande Guerra.
Ed è di domenica mattina alle undici, orario di Santa Messa. Forse per questo corre voce che, uscito da qualche paradosso temporale, la presentazione possa essere officiata nientemeno che da padre Antonio Stanislawsky. Ma di lui parleremo un'altra volta. Questo è il giorno di Sauro. No, non Nazario... Sauro Badalamenti