lunes, 29 de enero de 2024

Vita da pulp - Le pagine lasciate indietro


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Qualche sera fa a Milano, passando vicino a un banchetto di volumi usati sui Navigli, ho avvertito un richiamo che mi era familiare anni prima, quando facevo il Cacciatore di Libri: il sesto senso per i libri, un po' come lo spider sense dell'Uomo Ragno. Infatti tra quelli in lingue straniere ho trovato, e subito acquistato, un particolare titolo di un autore (e amico) americano che chiameremo W. Si trattava del suo romanzo in cui nei ringraziamenti in appendice è citato il mio nome, a ricordo della nostra lunga collaborazione. Ne ero al corrente per averne sfogliato l'edizione italiana una volta in una libreria, ma per motivi personali avevo deciso che l'avrei comprato in inglese. Poi il tempo è passato senza che io e quel libro ci incontrassimo più, fino all'altra sera.
I miei rapporti con W risalgono alla fine degli anni Novanta. Secondo un'antica e saggia usanza dell'editoria italiana, è bene che le traduzioni di tutti i libri scritti dalle stesse mani siano affidate a un'unica persona, possibilmente capace, in modo da dar loro una certa continuità nel linguaggio, specie nelle vicende seriali. Nel tempo dunque si crea una simbiosi tra i testi originali e la loro "voce" italiana. Nel caso di W, tuttavia, i precedenti traduttori avevano dovuto rinunciare a seguirlo, per mancanza di tempo; quindi la casa editrice, per la quale lavoravo anche come consulente nel settore giallo e noir, si rivolse a me. Prima di cominciare, mi lessi tutti i libri precedenti di W tradotti in italiano, per verificare come fossero stati resi nella nostra lingua determinati termini ricorrenti, dimodoché il pubblico li ritrovasse identici nei titoli successivi.
Il mio lavoro su W sarebbe durato quasi un decennio. Amo ricordare che in quel periodo la nostra accoppiata funzionava così bene che, appena usciva un suo libro tradotto da me, balzava subito al primo posto nelle classifiche di vendita, scalzando dal trono persino John Grisham, Come talvolta capitava anche con altri autori, in caso di dubbio scrivevo a W via email per chiarimenti, ottenendo sempre una risposta immediata. Ci eravamo incontrati in precedenza, ma la nostra amicizia si cementò durante un suo tour dalle nostre parti che, per circostanze impreviste, si protrasse più del dovuto.

Un anno W curò un'interessantissima raccolta di racconti delle maggiori firme della storia del mystery e della suspense in lingua inglese, che ne includeva obbligatoriamente anche uno suo. La consueta casa editrice italiana ne prese i diritti. Era un volume colossale che non avrei potuto certo tradurre da solo nel tempo necessario ma, come consulente per i gialli di quella casa editrice, potei fare una proposta: suddividere i vari testi tra un certo numero di autrici e autori italiani di mystery e suspense che avessero anche esperienza nelle traduzioni (me compreso), con una mia revisione finale di tutta l'opera. Ne venne fuori dunque un libro con una doppia attrattiva: un'antologia di grandi nomi stranieri del thriller la cui traduzione italiana - sotto la mia direzione - era firmata da grandi nomi italiani dello stesso genere: riuscii persino a far lavorare Andrea G. Pinketts - che in passato, fatto poco noto, si era occupato della traduzione di romanzi western - su un racconto del suo amico Ed McBain.
In seguito W pubblicò negli USA due antologie di proprie short stories. La consueta e fidata casa editrice acquisì i diritti del primo volume e lo annunciò incautamente come una "raccolta di racconti inediti in Italia", prima di rendersi conto che alcuni erano già apparsi anche da noi: uno proprio nella precedente antologia di autori vari, un altro sulla mia "M-Rivista del Mistero", un altro ancora su uno speciale del Giallo Mondadori... Poiché era stato promesso pubblicamente che si trattava di soli "inediti", la direttrice editoriale decise di sostituire i racconti già apparsi in Italia con altri provenienti dal secondo volume e mi affidò la nuova selezione perché la traducessi. In quel periodo però il marchio editoriale che pubblicava W in Italia era in fase di parziale scioglimento: il mio contratto di consulenza era terminato da tempo, la direttrice andò a lavorare altrove, le firme più importanti - compreso W e altri autori tradotti da me - furono passati al marchio principale dello stesso gruppo, in una sorta di trasferimento interno.
Quando venne il momento di pubblicare il secondo volume di racconti di W, a occuparsene era dunque una nuova redazione, cui spiegai nel dettaglio lo spostamento dei testi nell'edizione italiana della precedente antologia: alcuni testi andavano rimpiazzati con quelli omessi dall'altro volume. Quindi tradussi tutti i racconti ancora inediti e indicai dove reperire le traduzioni di quelli già apparsi in Italia in passato; ma all'ultimo momento, settimane dopo e nonostante i miei reiterati promemoria, la redazione si accorse di avere scordato quello già pubblicato nel Giallo Mondadori, sicché ricevetti una telefonata disperata e dovetti tradurlo io al volo, una trentina di pagine in un pomeriggio. Ero all'estero, teoricamente in vacanza, di fatto a lavorare; ma per fortuna (il sesto senso per i libri) avevo trovato in una rivendita dell'usato una copia in inglese del primo volume dell'antologia, quindi per puro caso avevo sottomano il testo. Approfittai di una rete wi-fi - all'epoca non ce n'erano tantissime - per inviare la traduzione via email e, visto che avevo fatto gratis da balia alla redazione, chiesi e ottenni che nel frontespizio fossi accreditato come curatore dell'edizione italiana dell'antologia; nelle riedizioni successive il mio nome però sarebbe stato rimosso, insieme alla memoria dei miei meriti.

E arriviamo a una quindicina di anni fa. L'importante marchio editoriale che ora pubblicava W aveva fretta di far uscire il suo nuovo romanzo. Ne anticipò dunque di molto la data di pubblicazione e decise di dimezzare i tempi di lavoro: affidò la prima metà a una nota traduttrice, e lasciò la seconda a me, facendomi stracciare il contratto già firmato secondo cui avrei dovuto occuparmi io di tutto qualche mese dopo. Suddividere la traduzione di un romanzo è un metodo rischioso, che richiede poi una revisione attenta per evitare incoerenze clamorose tra le parti elaborate da persone diverse; stavolta però la revisione sarebbe spettata alla redazione, non a me, che presso questo marchio non ero un consulente sotto contratto. Lessi subito la prima metà del libro e tradussi la seconda, che cominciava in una foresta e vi si tratteneva per parecchi capitoli, con riferimenti dettagliati a una vegetazione nordamericana per la quale non esistono termini corrispondenti in italiano. Un lavoro impegnativo, che però consegnai puntualissimo. Passò un mese (un mese? Ma non avevano fretta?) e ricevetti di nuovo una telefonata disperata dalla redazione: si erano appena accorti (meglio tardi che mai) che l'altra traduttrice aveva omesso le ultime trentacinque pagine della sua parte e ora dichiarava di non avere tempo per tappare il buco, sicché dovevo rimediare io, presto, presto! In verità, se i tempi erano quelli, avrei potuto tradurre io tutto il libro come da contratto originale, senza bisogno di suddividerlo tra due persone, e lo avrei consegnato ben prima di quella data. Tradussi le pagine lasciate indietro in un pomeriggio (di nuovo l'intraducibile botanica nordamericana, forse non era un caso se la collega se ne era, ehm, dimenticata e si era pure rifutata di rimediare alla propria svista). Il risultato fu che la data del pagamento di tutto quanto mi era dovuto - per contratto a ben centoventi giorni - fu conteggiata solo a partire dalla consegna di quelle pagine mancanti un mese dopo, come se a essere in colpevole ritardo fossi stato io.
Inoltre, quando arrivò il romanzo successivo di W, mi venne detto che, siccome stavolta la protagonista era una donna, avevano pensato di farlo tradurre a una donna. (Nel campo del romance avevo constatato a suo tempo che non si volevano traduttori di sesso maschile, come ho raccontato in un post precedente; ma nel campo del giallo non avevo mai visto nessuno fare distinzioni di sesso, tant'è che molte traduttrici storiche del Giallo Mondadori lavoravano tranquille su serie scritte da uomini e/o con protagonisti di sesso maschile.) Sicché il romanzo successivo di W venne affidato proprio all'altra traduttrice, che spero stavolta non ne abbia dimenticato qualche pezzo. Ma ho idea che le "quote rosa" fossero solo un pretesto per togliermi di torno, perché da allora non venni più chiamato per nessuno degli autori su cui avevo lavorato per un decennio. Dovetti passare a un gruppo editoriale concorrente, per il quale avrei tradotto parecchie opere senza distinzione di sesso o colore o genere letterario, compresi un romanzo di un'autrice pakistana in lingua inglese e l'autobiografia di uno showman sudafricano che ai tempi dell'apartheid rientrava nella classificazione "colorato". E, oltretutto, venivo pagato a sessanta giorni, non centoventi (o centocinquanta).
Ci fu un seguito: qualche tempo dopo W scrisse un romanzo "in franchise" con protagonista un personaggio molto famoso di cui avevo tradotto in passato parecchie avventure scritte da altri autori. Si sapeva che in Italia sarebbe stato pubblicato dall'attuale marchio editoriale di W, che ormai mi aveva tagliato fuori. Ricontattai ugualmente la redazione per segnalare che, essendo un esperto tanto di W quanto del personaggio in questione (cui avevo anche dedicato vari volumi di saggistica), forse ero la persona più adatta a tradurlo. Passati mesi di silenzio, mi rifeci vivo e mi venne finalmente risposto che era tardi, ormai avevano fretta e avrebbero suddiviso il romanzo tra sei diversi traduttori e traduttrici; fu inutile dire che io avrei saputo tradurlo da solo in modo coerente e professionale nello stesso numero di settimane. Ora forse si capisce perché preferisco non leggere W nelle edizioni italiane. E forse anche perché in Italia W non è più stato primo in classifica.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

martes, 23 de enero de 2024

Vita da pulp - Non è bello ciò che è bello?

Melek Taus, illustrazione di Carlo Velardi da "Martin Mystère" n. 407

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Proseguo idealmente il discorso cominciato nell'ultimo post, con un altro elemento della narrativa che ho sentito mettere in discussione di recente, ma di cui si parla da parecchio e che non riguarda soltanto le fiabe. Perché, tradizionalmente, eroi ed eroine devono essere caratterizzati da una singolare bellezza, invece di essere persone qualsiasi o addirittura con palesi difetti fisici?
Potremmo risalire al concetto greco di kalokagathia, la corrispondenza tra bellezza e bontà che faceva sì che spesso eroi bellissimi, per esempio Ulisse, affrontassero personaggi mostruosi come il Ciclope. Del resto è stata la cultura classica a codificare la bellezza nell'arte. Ma la malvagità che si riflette nell'aspetto fisico riappare in varie mitologie, in cui per esempio le creature malefiche sono raffigurate come ibridi spaventosi tra diverse specie di animali. Di recente ho dovuto ricostruire l'iconografia di Pazuzu, il demone di cui si parlava ne L'esorcista, per il mio serial in appendice a Martin Mystère. Per contro, ho incontrato la figura fondamentalmente buona di Melek Taus, l'Angelo Pavone, che vedete illustrato qui sopra da Carlo Velardi.
Il contrasto tra buono-bello e cattivo-brutto è una caratteristica ricorrente della narrativa popolare, che nel XX secolo si ritrova, per esempio, nei fumetti di Dick Tracy di Chester Gould, in cui gli avversari del detective sono caratterizzati da volti quantomeno bizzarri; o, come notava Umberto Eco, nei romanzi di Ian Fleming con James Bond - peraltro non descritto come "bello", a differenza di molti suoi interpreti sullo schermo - i cui nemici hanno solitamente un aspetto orrendo, per quanto possano essere ricchi e ben vestiti. Oggi tutto questo sarebbe considerato body shaming.

In generale una bellezza fuori dal comune pervade tutta la narrativa popolare e non aleggia solo su eroi ed eroine, ma talvolta anche su antagonisti che se ne servono come maschera ingannevole. Inoltre certi personaggi, oltre a essere avvantaggiati nell'aspetto, godono pure di forza fisica, intelligenza e, da un secolo a questa parte, persino di equipaggiamento tecnologico superiori alla media, larger than life. Il discorso parte dai libri illustrati, per arrivare ai fumetti, al cinema e alla televisione. E qui i sostenitori dell'equiparazione a ogni costo si inalberano: la gente normale non è tutta così.
Allo stesso modo si può deprecare che in buona parte della storia del cinema o della televisione si vedano figure che si muovono in scenografie sofisticate, indossando abiti eleganti o guidando auto di lusso, anziché apparire malvestiti in ambienti da sottoproletariato urbano. D'accordo anche su questo: non tutti vivono in questo modo. Tuttavia, se è più che lecito e occasionalmente doveroso esprimersi in termini di realismo, verismo o neorealismo, non bisogna neppure dimenticare che in certi momenti si ha anche voglia e bisogno di sognare.
Alfred Hitchcock prediligeva atmosfere raffinate ed eleganti, come quelle di Caccia al ladro o Intrigo internazionale, perché pensava a un pubblico che già vede lo squallore a casa propria e non se lo vuole ritrovare pure al cinema. Ciò, beninteso, non gli ha impedito di girare Frenzy, la cui ambientazione è l'esatto opposto del glamour.

La narrazione come sogno non va né rifiutata né cancellata, il che può implicare accidentalmente la bellezza dei protagonisti. Si pensa oltretutto che questa sia pretesa e imposta solo alle donne e che sia quindi tutta una questione di maschilismo. Ma, se vi capita sotto gli occhi qualche copertina di romance angloamericano, potete notare che vi appaiono donne bellissime abbracciate a uomini bellissimi, muscolosi e seminudi. Del resto, senza Jason Momoa sul cartellone, molte meno persone andrebbero a vedere i film di Aquaman. Se bisogna sognare, tanto vale sognare in grande.
L'inconfessabile, inammissibile verità è che, nello spazio di una storia immaginaria e indipendentemente dall'orientamento sessuale, a molti di noi piace identificarci in figure più avvenenti, affascinanti, possenti. E, attraverso di loro, possiamo persino desiderarne di altrettanto belle come partner. In un pomeriggio d'autunno nel 1970, all'età di sei anni, al Cinema Atlas di via Sansovino a Milano, avrei voluto essere Sean Connery e trovare in spiaggia Ursula Andress. Che poi a dire il vero ho incontrato, sempre bellissima, benché circa trentacinque anni dopo e non in Giamaica, bensì a Busto Arsizio in occasione del Film Festival.
La bellezza, peraltro, è un fatto molto soggettivo. Hitchcock considerava più bella Grace Kelly rispetto alla coeva Marilyn Monroe, che gli sembrava troppo vistosamente sexy; io avrei preferito Ava Gardner e in questo Hemingway mi avrebbe dato ragione. In ogni caso, sognare davanti a un libro o uno schermo non dev'essere proibito. Se non ci piace quello che vediamo allo specchio tutti i giorni, dobbiamo abituarci, non pretendere di imporlo a chiunque altro.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

martes, 16 de enero de 2024

Vita da pulp - Biancaneve e gli 007


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Si è sollevata di recente una polemica sul sessismo nelle fiabe, in quanto riflesso di una cultura maschilista e patriarcale. Aldilà dell'ironia con cui presumo siano state fatte le affermazioni di partenza, il discorso potrebbe essere ampliato: l'intera letteratura, orale e scritta, e nell'ultimo secolo le sue trasposizioni mediatiche sono lo specchio della mancata uguaglianza delle donne dall'antichità ai giorni nostri. Potremmo dire che è stata la Storia a essere sessista. Noi possiamo e dobbiamo cambiare il presente e il futuro, ma non il passato. E non è il caso di rifiutarne le testimonianze. perché a volte la lettura di un testo che riflette la condizione della donna (o di altre "categorie" penalizzate) in una certa epoca, ci fa prendere coscienza di cosa accadesse davvero, senza edulcorazioni e senza falsità. La rimozione aiuta invece a ripetere gli stessi errori.
Il mondo non è mai stato bello. Fino a non molto tempo fa - ma in molti posti lo è tuttora - il ruolo della donna era quello di moglie, madre e serva, che tutt'al più affiancava l'uomo come lavoratrice nei campi, poi in fabbrica, o si dedicava ad attività ritenute "femminili". Le uniche eccezioni erano le donne appartenenti a classi superiori, che potevano talvolta condividere privilegi maschili, anche se in molti casi erano costrette a ritirarsi in convento o a subire matrimoni di convenienza: ad alto livello, d'accordo, ma con modalità non diverse da quelle che toccavano ad altre spose più o meno bambine. Va ricordato poi, come avviene ancora oggi in molti paesi, che spesso il ruolo di monarca passava solo al primogenito di sesso maschile: le donne a volte erano escluse dalla politica anche nelle famiglie reali. Ricordiamo oltretutto che in Italia le cittadine hanno potuto esercitare il diritto di voto per la prima volta il 2 giugno 1946, quasi ottant'anni fa: un battito di ciglia in una Storia plurimillenaria.
All'uomo toccava il ruolo di guerriero e cacciatore, quindi a lui e solo a lui l'addestramento all'uso delle armi. Non esisteva peraltro un servizio civile sostitutivo per chi non volesse andare in guerra ad ammazzare gente. Ciò comportava anche che, qualora gli uomini non fossero stati precedentemente sbudellati o mutilati in combattimento, considerassero le donne (e all'occorrenza i bambini) dei territori conquistati come preda da stupro... e potrei parlare anche al presente, dal momento che purtroppo questa regola viene seguita tuttora. Detto fra noi, mi sembra un modello esistenziale orrendo per entrambi i sessi, basato su abuso, sfruttamento, sopraffazione, violenza, morte e, appunto, guerra. Ma, ribadisco, non possiamo cambiare la Storia e soprattutto è assurdo pensare di alterarne le testimonianze. Semmai è necessario creare modelli differenti per il presente, sperando di riuscire a diffondere una nuova mentalità per il prossimo futuro.

La Storia, con tutti i suoi incancellabili orrori, si rispecchia nella letteratura e nei suoi derivati. Perché nella narrativa prevalgono gli eroi di sesso maschile, fin dai tempi delle mitologie arcaiche? Perché erano gli uomini a combattere e ad avere a disposizione spade, archi, fucili e cannoni. Solo alcune dee, come Artemide, erano associate alle armi. Se pensiamo alle Valchirie nella mitologia norrena, benché spesso rappresentate con elmo e lancia su cavalli alati, in origine avevano solo il compito di recuperare i caduti sul campo di battaglia per condurli al Valhalla: un'agenzia viaggi post mortem. Delle Amazzoni, le donne guerriere della mitologia greca, si dice che fossero sottoposte nell'infanzia all'ustione della ghiandola mammaria destra per inibire la crescita del seno, in modo da favorire l'impiego dell'arco; secondo Virgilio, la mammella era soltanto compressa da una fascia e in ogni caso le Amazzoni erano preferibilmente raffigurate nude e senza mutilazioni. Ma la simbologia è evidente: per diventare guerriere dovevano rinunciare a parte della loro femminilità, quantomeno a quello che veniva considerato il ruolo "sociale" della donna. Significativo, in ogni caso, che su quel mito si basi la prima figura femminile nella categoria dei super-eroi a fumetti, Wonder Woman, apparsa nel dicembre 1941.
Ma le fiabe, ricavate talvolta da una tradizione orale arcaica e codificate in varie edizioni tra il Seicento e l'Ottocento, testimoniano l'epoca in cui sono state scritte, così come del resto le loro classiche versioni disneyane, basate su adattamenti che ne limavano gli aspetti più inquietanti di violenza, cannibalismo od occasionale necrofilia. Stiamo parlando in particolare di storie incentrate su donne giovanissime o bambine e bambini, ossia le categorie più vulnerabili.
Limitamoci però alle donne. Biancaneve e le sue colleghe, in pericolo, devono essere salvate. Perché non possono cavarsela da sole e deve intervenire un cacciatore, un cavaliere, un principe, quindi una figura esterna e maschile? Perché si tratta di un uomo addestrato all'uso delle armi, mentre la protagonista cercava di sopravvivere senza avere strumenti e nozioni per difendersi: Biancaneve non poteva impugnare un'arma automatica come una moderna eroina di action movies. Perché di solito il lieto fine corrisponde alle nozze con il Principe Azzurro? Perché erano i nobili a detenere potere e ricchezza, dunque un matrimonio opportuno era l'unico tipo di ascensore sociale. E perché sono frequenti le antagoniste femminili, matrigne, sorellastre o regine-streghe che siano? Perché in una società a dominio maschile una donna più giovane poteva rappresentare una pericolosa concorrente e sottrarre i pochi privilegi duramente conquistati: mors tua, vita mea. L'accesso a privilegi potenzialmente negati è del resto il movente di parecchie dark ladies della narrativa noir.

Certo: quando si legge una storia di avventure del passato, anche recente, è probabile che sia l'eroe di turno a salvare la damigella in pericolo... e non viceversa. Tuttavia da oltre mezzo secolo a questa parte (si guardino i recenti film di Diabolik, basati su storie a fumetti degli anni Sessanta) può anche capitare che sia l'eroina a salvare l'uomo. Per citare di nuovo Wonder Woman, nei telefilm anni Settanta era lei a dover soccorrere in ogni episodio lo sventurato Steve Trevor, rovesciando lo stereotipo. Ma, sessismo a parte, si potrebbe accusare di razzismo tutto ciò che mostra le varie etnie nel ruolo effettivo che avevano nelle diverse società nel periodo di ambientazione. Solo che quello non è razzismo, è rispetto della realtà, per quanto questa non ci possa piacere.
La soluzione quindi non è dare alle fiamme, per nominare alcuni film criticati negli ultimi anni, Biancaneve e i sette nani, Via col vento od Operazione Tuono. Del resto James Bond, nella versione cinematografica di Sean Connery, piaceva alle donne degli anni Sessanta proprio per il suo atteggiamento da macho: era quasi una scelta di marketing, dato che rappresentava una modifica rispetto al personaggio nei libri. Ho idea che cancellare qualcosa che è stato scritto o filmato in passato sarebbe solo un ennesimo pretesto per stimolare l'ignoranza in un'epoca in cui uno dei problemi maggiori è l'estinzione della memoria storica... anzi, ormai anche della memoria breve. La soluzione non è nemmeno prendere in mano un libro di settant'anni fa e riscriverlo con la presunzione di adeguarlo ai tempi, come capita oggi ai romanzi di 007 di Ian Fleming. Sono testi che riflettono il linguaggio di un'epoca in cui certe parole avevano una valenza completamente diversa. In ogni caso, se io scrivo ora una storia realistica ambientata anche solo nello scorso decennio, non posso impiegare termini, concetti e realtà che ancora non esistevano.
Il che non ha vietato di introdurre la guerriera Red Sonja nell'universo fantasy a fumetti di Conan il Barbaro, di creare una Biancaneve più combattiva in chiave dark fantasy come quella del film Biancaneve e il cacciatore (2012) o di affiancare il James Bond cinematografico a colleghe "femministe" dal 1977 in poi. Né ha impedito la nascita nel tempo di tutte le donne protagoniste di storie d'azione come Modesty Blaise o, mi permetto di dire, le mie Nightshade e Sickrose, che ormai hanno entrambe vent'anni di pubblicazioni. Tutto va visto nella chiave dell'epoca in cui è stato generato e nella società che riflette, il che richiede però, intelligenza, cultura e memoria. Se qualcosa non ci piace perché certi problemi persistono nei nostri tempi, sono i nostri tempi quelli che dobbiamo cercare di cambiare.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Membro di IAMTW e World SF Italia, vincitore del Premio Italia 2018 (miglior romanzo fantasy), cura le riedizioni di Andrea G. Pinketts con l'associazione omonima e per Delos Digital la collana in ebook Spy Game.

lunes, 8 de enero de 2024

Vita da pulp - Colpa d'autore


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Come primo post dell'anno nuovo in "Vita da pulp", giusto per riempirvi di ottimismo, voglio spiegarvi uno dei meccanismi perversi che non appartengono solo al mondo dell'editoria, ma a quello della comunicazione in generale. In alcuni casi c'è dietro un oscuro disegno, in altri soltanto negligenze più o meno colpevoli, in altri ancora semplicemente circostanze imprevedili. Ma alla fine emerge un unico capro espiatorio su cui viene puntato il dito accusatore: chi ha scritto, realizzato o curato il "prodotto" finale.
Vi faccio un esempio "storico". Immagino che molti ricordino la serie televisiva originale di Star Trek, concepita da Gene Roddenberry sessant'anni fa - nel marzo 1964 - e andata in onda negli Stati Uniti per la prima volta nell'arco di tre stagioni tra il 1966 e il 1969. La nascita è complessa: un episodio pilota ritenuto interessante ma non andato in onda (in seguito rimontato come flashback all'interno di due episodi della prima stagione, mai buttare via niente); un ulteriore episodio pilota con il cast pressoché definitivo, stavolta approvato; infine la serie vera e propria che, se ricordate la sigla, dovrebbe durare almeno un quinquiennio. Senonché qualcuno decide che l'astronave Enterprise debba essere messa in disarmo con due anni di anticipo.
Ma come si può riuscire a chiudere una serie tv di successo? Prima mossa: spostare la messa in onda settimanale alla tarda serata, alterando quello che è ormai un appuntamento fisso e togliendo di colpo una vasta fascia di pubblico giovanile che il giorno dopo deve alzarsi presto per andare a scuola. Seconda mossa: presentare alla rete televisiva i dati di ascolto, colati a picco, sostenendo che "la serie non vende" per colpa di autori e autrici. Dimodoché dopo la terza stagione il programma viene cancellato dai palinsesti della NBC; staff creativo, crew e cast vengono mandati a casa e, ci scommetto, l'astuto sabotatore viene promosso per avere "salvato" la rete tv da gravi perdite economiche. La storia però darà ragione a Star Trek: grazie all'enorme successo delle repliche su reti televisive minori, la serie continua a essere un successo, esportato nel mondo (in Italia arriva con diversi anni di ritardo). Cominciano i ripensamenti, si realizza una serie a cartoni animati, poi un film, i sequel e infine nuove serie tv... E della serie che "non vende", si parla e si producono episodi ancora oggi, dopo sessant'anni.

Tempo fa, con un metodo analogo, ho visto stroncare sul nascere un'interessante collezione di romance inediti. La tecnica: quando i primi tre titoli sono pronti, anziché essere immessi sul mercato vengono "distribuiti in area test", ovvero ammucchiati sul pavimento in qualche libreria, senza espositore, senza promozione e senza nessuno che spieghi di che si tratta, perché non viene fatto alcun lancio ufficiale della collana. In questo modo il "test" fallisce, la collana viene cancellata e le copie stampate dei primi tre titoli sono mandate direttamente al macero. Ma, per chi fa carriera millantando la propria bravura nel tagliare rami secchi, farne rinsecchire uno intenzionalmente significa aggiungere un successo al proprio curriculum. La casa editrice forse non si è neppure resa conto di avere sprecato soldi e un'occasione.
Ma questo era parecchi anni fa. Oggi non c'è più nemmeno bisogno di escogitare certi espedienti, perché molte operazioni falliscono da sole, in base a una selezione innaturale. Per la maggior parte i libri escono senza essere "lanciati" e si verificano i casi che ho già spiegato in altri post, come quello sui meccanismi dell'editoria, sui retroscena della distribuzione e sulle problematiche delle librerie. A essere promossi, salvo rare e fortunate eccezioni, sono i bestseller prefabbricati, imposti in quantità enormi nei punti vendita e accompagnati da massicce campagne pubblicitarie. Ne ho visto un ulteriore esempio poco prima dello scorso Natale. Per contro, il resto dei titoli rimane ignoto - a meno che l'autrice o autore non riesca a farsi un bel po' di promozione da sé - e addirittura irreperibile se non nelle librerie online.
Dopodiché le librerie tradizionali, verificato che l'ultimo libro di una certa persona ha venduto giusto una manciata di copie nel loro settore, non ordineranno mai quello successivo con lo stesso nome in copertina, perché "non vende". Del resto, per la stessa ragione, molte case editrici si guarderanno bene dal pubblicarlo. Ne consegue che un'autrice o un autore, ancorché capace e persino con un buon potenziale sul piano commerciale, rischia l'esclusione dalle librerie e l'esilio in case editrici sempre più piccole, persino se in passato ha avuto un documentato successo, come se avesse perso il proprio talento.

A volte si verificano circostanze sfavorevoli anche per titoli che hanno dietro un buon lavoro di promozione e distribuzione: per esempio, se al momento dell'uscita esplode qualche "caso" letterario che monopolizza più o meno meritatamente il mercato, rendendo invisibile tutto il resto. E non vale solo per i libri. Come ricorda John Grisham a proposito di quello che ritiene il film più riuscito tratto da un suo romanzo, L'uomo della pioggia (1997) uscì quasi lo stesso giorno in cui arrivò nelle sale Titanic... e tanti saluti. Ma Grisham si era già conquistato una fama mondiale che difficilmente si potrebbe scalfire e in quel caso sospetto che la colpa sia ricaduta sul regista Francis Ford Coppola. 
Ma, per chi non è allo stesso livello di Grisham, qualsiasi intoppo doloso o accidentale lungo il percorso che separa la scrittura dalla vendita non viene mai attribuito ai veri responsabili, bensì all'autrice o all'autore, "perché non vende".
S'intende che molti incidenti del genere non si verificherebbero se tutti facessero con coscienza e responsabilità il proprio mestiere, senza credersi più intelligenti, furbi o infallibili degli altri. Ma, poiché questo è un problema intrinseco alla natura dell'essere umano, occorre tenerne conto, incassare con dignità gli strali di una sorte oltraggiosa e rispondere all'indice accusatore con il medio orgogliosamente puntato verso l'alto. Ricordatevi Star Trek.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Per Delos Digital cura la collana in ebook Spy Game.

sábado, 30 de diciembre de 2023

Vita da pulp - La profezia dell'allosauro


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Poco più di una dozzina di anni fa, insoddisfatto delle previsioni annuali riguardanti il mio segno zodiacale (Vergine), decisi di modificarlo unilateralmente. Dopotutto, si può cambiare sesso, squadra del cuore, partito politico e persino religione, dunque perché non anche il segno zodiacale? Un vantaggio evidente: dato il mio mestiere, avrei potuto scrivermi da solo il mio oroscopo.
Valutai diverse costellazioni alternative, una delle quali - Ofiuco - ho scoperto in seguito essere considerata sul serio come possibile tredicesimo segno; ma restava il problema della mia data di nascita, incompatibile con i corrispettivi movimenti di stelle e pianeti. Sicché optai per un segno del tutto immaginario, slegato da qualsiasi riferimento all'astrologia. C'è più spazio per il libero arbitrio: con questo sistema tutti possono adottare qualsiasi segno zodiacale di pura fantasia: Sturalavandini, Mammut, Betoniera o quello che vi pare.
Io scelsi Allosauro.

Sulla base dell'autoanalisi, fui in grado di stilare una lista delle caratteristiche delle persone il cui segno zodiacale è Allosauro.
Individuo fedele, serio e schivo, come l'animale eponimo l'Allosauro ha la tendenza a essere trascurato in favore di dinosauri più trendy (per esempio il velociraptor) tanto da essere erroneamente ritenuto estinto. Pertanto deve di continuo ricordare agli altri che esiste e quale sia il suo ininterrotto contributo alla comunità. L'altrui dimenticanza spesso si concretizza nel mettere il suo nome più in piccolo degli altri sui manifesti o nell'effettuare in ritardo i pagamenti per il suo lavoro.
Inoltre, come il suo animale eponimo (smentitemi pure se conoscete qualche allosauro pigro), è un lavoratore instancabile dotato di grande spirito di sacrificio, motivo per cui viene chiamato di continuo a risolvere situazioni critiche dopo che altri dinosauri ne hanno combinata una delle loro. La naturale pazienza dell'Allosauro viene abitualmente travisata, dimenticando un dettaglio fondamentale: come la polizia fantozziana, a un certo punto l'Allosauro si incazza.

Preparai dunque le previsioni per l'Allosauro dell'anno successivo. Devo dire che, alla fine, l'oroscopo si rivelò molto simile a quello della Vergine, che ogni anno si può riassumere in: "Vedrete che stavolta andrà meglio". Giustissimo: per esempio, le previsioni per il 2020 assicuravano che quello sarebbe stato l'anno fortunato della Vergine, infatti per parecchi mesi lo slogan fu "Andrà tutto bene". Devo dire che, malgrado le difficoltà, se non nell'arco di dodici mesi, in quello di una dozzina d'anni la situazione è nettamente migliorata, a parte alcuni dettagli trascurabli come guadagnare ancora meno di allora. Tuttavia c'è una profezia dell'Allosauro che ancora non si è realizzata, forse perché coinvolgeva troppe persone di segni zodiacali non autogestiti.
Auspicavo infatti che i librai incapaci perdessero il posto per essere sostituiti da persone competenti; che i promotori editoriali vedessero finalmente la luce e decidessero di espiare le loro colpe, chi ritirandosi in convento, chi piazzando almeno trenta copie dei miei titoli in ogni libreria; che i marketing manager editoriali fossero costretti per legge a rendere conto del loro operato e che quellii che avevano fatto carriera chiudendo collane e facendo licenziare persone preparate potessero scegliere l'onorevole via del seppuku (poiché i superstiti sarebbero stati ben pochi, si sarebbero finalmente aperte nuove posizioni lavorative per persone serie e intelligenti); e infine che gli editori manifestamente inadatti si ritirassero in apposite stanze imbottite senza fare più danni. Tutto ciò, come si vede, non è mai avvenuto. Tant'è che ancora oggi constato gli stessi problemi di allora quando ho a che fare con l'editoria tradizionale "da libreria", ossia non quella che lavora sulle edicole o sulle librerie online in cartaceo e ebook.
Un interessante volume cui ho collaborato insieme ad altre due persone risulta essere stato pubblicato "il 20 novembre 2023", ma le copie sarebbero in magazzino (non però in distribuzione) da un paio di giorni prima di Natale. Da allora sta raccogliendo una quantità da record di recensioni positive sulle pagine di prestigiosi quotidiani - dunque qualcuno è anche riuscito a leggerlo - senonché è tuttora introvabile in libreria e reperibile soltanto sul sito dell'editore, mentre su Amazon figura come "generalmente spedito entro 3-7 mesi" (affrettatevi: il Natale 2024 si avvicina!) e su IBS.it è classificato "attualmente non disponibile". Spero che l'editore si ricordi di metterlo in commercio nel corso del nuovo anno, perché mi si dice che il mio contributo al volume sia tra le cose migliori che io abbia mai scritto in un trentennio di pubblicazioni. In ogni caso, come concludevo a suo tempo nel mio auto-oroscopo, "il benessere dell'Allosauro è anche il benessere dell'umanità. Impara ad amarlo e tutelarlo. È nel tuo interesse. Quando non ci sarà più, ne sentirai la mancanza. Buon anno".

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Per Delos Digital cura la collana in ebook Spy Game.

martes, 19 de diciembre de 2023

Vita da pulp - Novelization dietro le quinte


Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

I tre libri di Diabolik che vedete qui sopra, frutto di vari periodi di lavoro nell'arco di oltre tre anni, sono soprattutto il coronamento di qualcosa che è cominciato oltre un ventennio fa. Nel novembre 2002 uscì Diabolik-La lunga notte, il primo dei miei romanzi originali sui personaggi dei fumetti creati da Angela e Luciana Giussani. Quello stesso anno avevo pubblicato anche il mio primo romanzo originale basato su Martin Mystère di Alfredo Castelli, quindi ero già alla mia seconda esperienza nella narrativa chiamata tie-in, vale a dire collegata a qualcos'altro.
È molto diffusa nel mondo anglo-americano: ci sono romanzi e racconti originali che riprendono personaggi e universi di fumetti, videogiochi, film e serie tv. Fanno parte della categoria anche le novelizations, in questo caso romanzi non originali ma basati su sceneggiature cinematografiche. Immagino che, come in qualsiasi tipo di narrativa di intrattenimento, la qualità possa variare a seconda di come i libri vengano scritti, ma ho idea che la critica non li abbia mai visti di buon occhio: rammento che il termine fu usato con accezione negativa su Time in una recensione di Ufficiale e gentiluomo: "Hanno fatto il film direttamente dalla novelization", come a dire "il sottoprodotto di un sottoprodotto".
Piano con le etichette. Se si applicassero termini moderni alla grande letteratura, si potrebbe dire che l'Iliade è un poema di exploitation del filone epico-mitologico e che l'Odissea ne è uno spin-off, così come l'Eneide. E vogliamo parlare di Matteo Maria Boiardo, autore dell'Orlando innamorato, reboot de La Chanson de Roland, o di Ludovico Ariosto, che con l'Orlando furioso ne scrisse il sequel? Oppure di William Shakespeare, maestro del remake di storie altrui?

Come appassionato di narrativa popolare in tutte le sue forme, ho sempre pensato che trasformare una sceneggiatura in un romanzo fosse una sfida interessante. Si parlava da tempo di un film di Diabolik e, dopo avere pubblicato La lunga notte, mi candidai subito per la novelization. Al gusto della sfida si sarebbe unito il piacere di tornare a lavorare sull'appassionante universo delle sorelle Giussani. Il film di vent'anni fa però non vide mai la luce, così come la serie televisiva di cui si parlò un decennio più tardi. Nel frattempo scrissi altri tre romanzi originali: Diabolik-Alba di sangue, Diabolik-L'ora del castigo ed Eva Kant-Il giorno della vendettaMa finalmente nel 2019 i Manetti bros. girarono Diabolik-Il film. Nella primavera del 2020 (in pieno lockdown) tornai alla carica con la mia idea: Diabolik meritava una novelization. Poiché il progetto in realtà era quello di una trilogia cinematografica, alla fine i romanzi sono diventati tre, usciti in contemporanea con i film. Tutti e tre i libri - Diabolik, Diabolik-Ginko all'attacco e Diabolik, chi sei? - sono ora disponibili in edicola sino alla fine di gennaio 2024, ma possono essere ordinati anche sui siti Gazzetta Store e Prima Edicola.
L'esperienza è stata ancora più interessante di quanto mi aspettassi. In primo luogo, mi sono trovato in perfetta sintonia con i Manetti bros.: l'ambientazione dei loro film in un'epoca ideale tra fine anni Sessanta e inizio Settanta è la stessa dei miei romanzi, la loro scelta delle storie a fumetti su cui costruire le sceneggiature chiude la trilogia con Diabolik, chi sei?, che si svolge poco prima dell'inizio del mio Diabolik-La lunga notte. Neanche ci fossimo messi d'accordo, i tre romanzi dei film sono il prequel della mia serie originale e ora di fatto esiste una saga composta da sette libri.
In secondo luogo, se per Diabolik-Il film mi sono basato sulla sceneggiatura e su varie foto di scena, integrandole con elementi ripresi dalle diverse versioni della storia a fumetti, per i due episodi successivi abbiamo sperimentato qualcosa di diverso: ho lavorato sulle liste dialoghi e direttamente sui film (seppure in un montaggio non ancora definitivo), assimilando atmosfere e dettagli così come si vedono sullo schermo; e anche in questo caso ho recuperato ulteriori elementi dalle storie a fumetti.

Passare dal cinema al romanzo non è così immediato come si potrebbe pensare e, se lo fosse, oggi non avrebbe senso farlo, visto che il pubblico può vedere e rivedere direttamente il film su una piattaforma digitale o in dvd. Il romanzo deve dare qualcosa di più e di diverso. Quarant'anni fa mi resi conto che per apprezzare in modo assoluto il film Blade Runner occorreva leggere il romanzo originale di Philip K. Dick da cui era stato tratto, Il caccatore di androidi (come fu intitolato nella prima edizione italiana). Una novelization ben fatta deve avere lo stesso effetto anche se il percorso è inverso. Il libro deve espandere l'esperienza del film.
In un film sarebbe ingombrante esporre in modo completo certe situazioni o spiegare ogni minimo dettaglio, aspetti che invece devono essere sviluppati, chiariti e risolti in un romanzo. Ecco perché nei tre libri ci sono sottotrame e sviluppi che non si vedono al cinema. Le leggi della narrativa sono diverse da quelle dello schermo, il che rende la novelization un'esperienza complementare, che dev'essere interessante da leggere come da scrivere.
Ma c'è anche da rispettare l'aspetto tecnico della scrittura: per dirne una, in un certo capitolo ci si aspetta che il punto di vista sia quello del personaggio principale in scena, ma non posso rivelare che in quel momento Diaboik ne abbia assunto le sembianze; pertanto devo fare in modo che chi legge pensi una cosa ("È una certa persona") quando invece è un'altra ("È Diabolik travestito!") In sostanza, come dico sempre in questa rubrica, per affrontare certi tipi di narrativa occorre conoscerne le metodologie... e aggiungere un pizzico di inventiva.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Per Delos Digital cura la collana in ebook Spy Game

jueves, 14 de diciembre de 2023

Vita da pulp - Superscrittori con superproblemi

A. C. Cappi, oggi

Riflessioni di un celebre scrittore ignoto di Andrea Carlo Cappi 

Molti pensano che sia facile scrivere, ma chi lo fa per professione - che si occupi di narrativa o sceneggiature per vari media - affronta problemi di cui solo la gente del mestiere può rendersi conto. Pressappoco in questi giorni venti anni fa, al Noir in Festival, partecipai a una memorabile conversazione via satellite con Stan Lee, ideatore di molti personaggi della Marvel Comics e icona lui stesso del fumetto made in USA. Parlando degli anni Sessanta - epoca in cui scriveva e curava parecchie serie simultaneamente oltre a una gran quantità di storie autoconclusive - rammentava la difficoltà di ricordarsi i nomi dei personaggi, anche quelli principali. Ne presi nota, perché all'epoca lavoravo su due mie serie del "Kverse", Medina e Nightshade, e da qualche tempo collaboravo con Martin Mystère e Diabolik, che richiedevano di tenere a mente vari aspetti delle rispettive continuity. Infatti, vent'anni più tardi, capisco perfettamente le difficoltà di Stan "the Man". Parafrasando un suo celebre slogan, i superscrittori hanno superproblemi.
Quando si scrive un romanzo singolo e autoconclusivo è relativamente semplice tenerne i fili, specie se per un certo numero di settimane si lavora principalmente (anche se non esclusivamente) a quello. Si crea un piccolo mondo nella mente e ci si va a vivere. Il discorso cambia nel momento in cui si scrivono parecchie serie contemporaneamente, passando di continuo dall'una all'altra, anche se appartengono allo stesso "universo". Lo vedo già con il mio "Kverse", che nel tempo si è allargato: nell'arco di trent'anni di pubblicazioni sono comparsi numerosi personaggi, in varie epoche, ognuno con la sua storia personale da tenere presente.
Vi capita mai, quando guardate una serie televisiva, di trovare riferimenti a qualcosa o qualcuno che si è visto in una stagione precedente, per esempio tre o quattro anni fa, che non vi ricordate più? Ebbene, succede anche a chi le storie le scrive. Ciò comporta impegni supplementari. Da una parte come autore mi vado a rileggere quello che ho scritto anche anni prima, per essere coerente; dall'altra, pensando al pubblico, cerco sempre di accennare ai punti chiave di quanto è successo nel passato, in modo che il singolo romanzo sia fruibile anche da chi non abbia letto o semplicemente non ricordi l'episodio precedente.

Le cose si complicano ancora di più quando si scrivono serie o serial di episodi più brevi di un romanzo, che ci riportano allo spirito del feulleton o delle pubblicazioni pulp degli anni Venti-Trenta, ossia la grande e sempre disprezzata narrativa popolare di genere. Tuttavia l'impresa è ancora relativamente facile quando si scrive un ciclo per volta. Nella seconda metà degli anni Novanta collaborai a diverse collezioni di videocassette: per Il grande cinema di Federico Fellini scrivevo ogni volta uno o due pezzi sul singolo film e una puntata della biografia del regista; per Il mito Clint Eastwood realizzavo, se non ricordo male, tutti i testi del fascicolo, compresa la storia a puntate del mito in questione; per The X-Files Collection, poiché non si poteva usare materiale relativo alla serie tv in quanto già opzionato da un altro editore, ero di fatto l'autore di un'intera minirivista intitolata Dimensione Ignoto, con dossier su fatti storici, fenomeni misteriosi ed elementi di cultura popolare citati nei telefilm. Restavano le ultime due pagine, che occupavo con un romanzo a puntate sullo stesso filone, Silent Invasion, sotto lo pseudonimo Andrew Cherry per distinguerlo dalla parte di non-fiction firmata Andrea Carlo Cappi.
Il progetto di Dimensione Ignoto inizialmente riguardava solo le prime stagioni di X-Files, ma quando si stava arrivando alla fine si seppe che le uscite sarebbero state prolungate di quasi altrettanti numeri. Perciò, proprio quando mi stavo apprestando all'atterraggio, risollevai la trama di Silent Invasion perché riprendesse quota. Un vero autore pulp trova sempre il modo di cavarsela senza prendere per i fondelli il pubblico. Tra parentesi, nell'edizione spagnola della collezione venivano usati gli stessi testi di Dimensione Ignoto, tradotti in castigliano, ma i credits di autore e redazione italiani venivano rimossi, sostituendoli con quelli dei redattori catalani che se ne prendevano tutti i meriti; si salvò solo il misterioso Andrew Cherry, forse nel timore che potesse essere un vero e importante autore americano, e facesse loro causa se fosse stato tolto il suo nome.
A proposito di serial, sempre vent'anni fa - come ricordavo di recente - andò in onda la serie radiofonica Mata Hari interpretata da Veronica Pivetti, grazie alla quale con gli altri due sceneggiatori (Arturo Villone, anche produttore e regista, ed Elena Del Mastro) raggiunsi un pubblico di milioni di persone. Qui il lavoro fu semplice, perché mi erano state assegnate le puntate relative a periodi precisi della (romanzata) biografia della protagonista. Poiché si sa che alla fine muore, non c'era obbligo di sequel.

Allo spirito del feuilleton si ispirava il mio primo serial dedicato a Martin Mystère, Il Codice dell'Apocalisse, nel senso che negli ultimi mesi del 2000 fu pubblicato dal lunedì al venerdì "in appendice" al primo quotidiano italiano esclusivamente online, ilnuovo.it. Ma c'era qualcosa in più, perché se non ci sono superproblemi manca il senso della sfida: ogni puntata era ambientata nello stesso giorno dell'uscita, con riferimenti a notizie del momento (opportuni link ipertestuali rimandavano a siti riguardanti fatti e luoghi citati); ogni venerdì appariva inoltre una puntata supplementare, collegata alla trama ma ambientata in un'altra epoca; al lunedì successivo la storia riprendeva da quello stesso giorno, con il protagonista che nel weekend, "fuori campo", si era spostato da una città all'altra per sventare l'Apocalisse imminente. Insomma, una minaccia narrata in tempo reale e inserita nel contesto di un quotidiano, in un rimando continuo tra verità e finzione. Tolto Orson Welles con La guerra dei mondi in diretta, non mi risulta che nessuno al mondo si sia cimentato in un'impresa del genere.
Per questa ragione, oltre che dei miei "romanzi di Martin Mystère" propriamente detti (e siamo a sette, sei dei quali pubblicati in edicola in una collana dedicata di Sergio Bonelli Editore) sono diventato anche l'autore dei serial che dal 2021 vengono pubblicati in appendice agli albi mensili del personaggio. Dopo Il potere del Falco e Zona Y, in cui mi sono cimentato in formule molto particolari, dal luglio 2023 ne Le Tavole del Destino sono tornato a regole più tradizionali: una continuing story con il Martin Mystère degli anni '70, che arriva nel volgere di qualche puntata alla conclusione di una delle sottotrame - giusto per dare qua e là un punto di arrivo al pubblico - ma deve fare i conti con nuovi sviluppi. Tutto ciò fino alla puntata finale in uscita nell'agosto del 2024, da poco consegnata all'editore. Il lavoro - spiego ai profani - è molto più complesso rispetto a un romanzo delle stesse dimensioni: ogni episodio, con una lunghezza precisa in numero di battute, deve dare al pubblico la sensazione di un passaggio importante e chiudersi con un finale che mantenga vivo l'interesse per l'appuntamento successivo; e, naturalmente, aprirsi sempre con un riassunto che permetta di ricordare gli aspetti principali di mese in mese (da Zona Y in poi sono io stesso a scriverlo). Se l'autore è il primo a dimenticarsi cos'ha scritto settimane o mesi prima, si può rendere conto che non deve permettere al pubblico di perdere il filo.
Ma in questo periodo ho consegnato anche la dodicesima puntata (che esce a febbraio) del serial Dark Duet, un ciclo di romanzi brevi che sto scrivendo dall'estate del 2019, pubblicata in ebook nella collana "Spy Game" di Delos Digital. Come spiegavo in un articolo precedente, qui ho a disposizione un numero maggiore di pagine per ogni episodio e posso permettermi una narrazione più estesa. Ma, dato che passano diverse settimane tra una uscita e l'altra (con puntate scritte a volte di seguito, a volte a distanza di mesi tra loro), prima di tutto comincio il lavoro ripassando i miei ultimi episodi, poi apro ogni numero con un riassunto; e in chiusura lascio aperto il cammino ancora da percorrere. Resta qualche mese prima di arrivare alla fine del primo ciclo di Dark Duet, ma è proprio ciò che ormai viene accettato universalmente nell'ambito delle serie tv tanto amate dal pubblico. Che non esisterebbero, senza persone capaci di gestire narrazioni a lungo termine, esattamente come quelle dei feuilleton, delle grandi saghe del vecchio pulp, dei fumetti e dei libri tascabili. Anche se a volte il superlavoro crea superproblemi, di gente che sappia fare certe cose c'è ancora bisogno.

Continua...




Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964) ha esordito sulle pagine de Il Giallo Mondadori nel 1993. Da allora ha pubblicato una sessantina di titoli tra romanzi, raccolte di racconti e saggi, presso alcune delle maggiori case editrici italiane e qualcuna delle peggiori. Editor, traduttore, consulente editoriale, all'occorrenza è anche sceneggiatore, fotografo, illustratore, copywriter (di se stesso) e videomaker. È direttore artistico del Premio Torre Crawford. Per Delos Digital cura la collana in ebook Spy Game.